Lunedì 30 marzo 2026
«Due riflessioni mi accompagnano verso la Pasqua: “Quello che mi fa capire se uno è passato per il fuoco dell’amore divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma delle cose terrene” (Simone Weil). “La morte, per chi sa comprenderla, è immortalità; per gli ignoranti è soltanto morte” (Sant’Antonio abate). Un pensiero questo che la morte di un amico conosciuto in Burundi rende attuale. Buon risveglio e buona Pasqua». (Padre Gian Paolo Pezzi, comboniano a Butembo, nella RD Congo)
Il risveglio della primavera ti porti la gioia di vivere e la Pace della Pasqua. A volte, nel turbine degli impegni, mi chiedo cosa significhi davvero essere aperti alle sorprese della vita. Poi, d’un tratto, un raggio di luce illumina una realtà che prima mi sfuggiva.
Stavo prendendo il caffè con alcuni preti diocesani quando il più giovane, in carrozzina da anni per un incidente in moto, mi ha interpellato: “È venuta a trovarmi una ragazza cieca; che pena vederla. Gian Paolo, perché voi missionari, che qui a Butembo siete sempre stati all’avanguardia nell’aiutare i poveri, non fate qualcosa?”.
In quel momento il mio pensiero è andato al libro di Animazione Missionaria e a quello dei racconti in swahili che devo terminare, alla tournée delle venti parrocchie già in cantiere, alla scuola di falegnameria e a mille altre cose. Ho cercato di accantonare il discorso con un gesto. Tuttavia, nella notte i sogni mi hanno incalzato: “Ma non sarebbe una cosa buona?”.
Ho iniziato quindi a informarmi. In diocesi esiste un ottimo centro di oftalmologia, nato – come molte altre opere – grazie al gemellaggio con la diocesi di Noto: è attrezzato con strumenti d’avanguardia e vi si eseguono interventi di vario genere. Io stesso ho contribuito all’operazione di tre fratellini nati con cataratta bilaterale. Eppure, per chi è cieco o ipovedente, non c’è ancora nulla. Il Vescovo si è mostrato d’accordo e così ho cominciato a pensarci seriamente.
Al parroco che mi aveva invitato a celebrare la Messa ho chiesto se ci fossero bambini ciechi nella sua parrocchia. Mi ha risposto sorpreso: “Parli di sordo-muti?”. “No, di ciechi!”. “E perché proprio i ciechi? Con loro non c’è nulla da fare”.
Poi è giunta la quinta domenica di Quaresima, con il Vangelo del cieco nato. Celebravo con i genitori delle suore comboniane e, per introdurre l’omelia, ho rivolto loro la domanda degli apostoli a Gesù: “C’è un cieco sulla strada; secondo voi, chi ha peccato: lui o i suoi genitori?”. “I genitori!”, ha risposto subito un papà con estrema convinzione.
Per il martedì seguente avevo invitato cinque genitori con i loro bambini ciechi, per iniziare a inquadrare la situazione. La prima mamma, molto giovane, portava un fagottino: era Joyce (Gioia), una bimba di cinque anni, completamente cieca e rattrappita. Non parla e non cammina. “Cosa fa la tua bambina tutto il giorno a casa?”, le ho chiesto. “Niente, la mettiamo in giardino per terra e lei gioca”.
In quel momento, dai miei occhi hanno iniziato a cadere le squame, proprio come accadde al cieco del Vangelo. Se non c’è colpa in chi nasce cieco, i genitori e la società hanno però una grande responsabilità. In questa regione non è mai stato fatto nulla per loro: si interviene finché c’è speranza di recuperare la vista, altrimenti regna l’abbandono. Come dice un proverbio: Mwenye macho haambiwi tazama – a chi ha gli occhi non si dice “guarda”.
Dopo Pasqua avremo la nostra assemblea annuale e proporrò questa iniziativa alla comunità comboniana. Abbiamo già una struttura di base: avviare una scuola per ciechi sarebbe un segno di vitalità e della bontà del Signore che, nella sua Pasqua, sa sempre sorprendere chi è aperto di cuore e di mente.
Nel frattempo, il libro di Animazione Missionaria è terminato ed è già in seconda lettura; quello dei racconti in swahili (Hadisi), strutturato in sei capitoli, è quasi pronto: cinque capitoli hanno già superato la prima lettura e contiamo di concludere per Pasqua. Seguiranno poi impaginazione, tipografia, revisione finale e autorizzazioni.
Il Centro di formazione professionale ha concluso un secondo corso di falegnameria di tre mesi, permettendoci di toccare con mano una realtà amara: molti ragazzi in difficoltà e rifugiati, insieme alle loro famiglie, sembrano preferire l’elemosina a una formazione seria. Chi vuole imparare un mestiere sceglie spesso piccoli atelier per guadagnare subito qualcosa. Noi, però, restiamo fedeli al carisma comboniano: evangelizzazione e promozione umana, mettendoci a servizio là dove la società non arriva.
Vi accennavo alla tournée: lo scopo era visitare le 22 parrocchie che ancora mancavano per parlare dell’Animazione Missionaria diocesana. In sintesi, abbiamo cercato di chiarire un punto fondamentale: così come l’evangelizzazione è opera di tutta la Chiesa, lo è anche l’animazione missionaria. Non esiste un gruppo separato: è l’intera comunità parrocchiale ad essere responsabile dell’annuncio del Vangelo. Questa tournée chiude un ciclo, cercando di superare incomprensioni nate talvolta dall’ignoranza o dal protagonismo di singoli.
Il viaggio ci ha portato anche nelle zone più insicure della diocesi, segnate da violenze e tensioni. A Mbau resta aperta la ferita del rapimento di tre sacerdoti e di un laico, di cui non si hanno notizie da oltre dieci anni; a Oicha abbiamo ricordato, nel giorno dei Martiri della Fede, 67 persone massacrate. Rientrando da Luofu, a Katondo, abbiamo dovuto mostrare il passaporto come stranieri in terra nostra. Spesso siamo rimasti impantanati per ore su strade difficili. Eppure, “Haba na haba, hujaza kibaba”: goccia dopo goccia si riempie il contenitore.
A giugno mi unirò alla comunità diocesana per un pellegrinaggio al santuario dei martiri ugandesi di Namugongo; da lì rientrerò per un paio di mesi in Europa. Penso di fermarmi qualche tempo a Bruxelles per proseguire le ricerche sulla cultura Nande, dato che molto materiale è conservato al Museo Reale dell’Africa Centrale di Tervuren.
Tutto questo per dirvi che, nonostante il carico di lavoro e la precarietà del contesto, sono vivo e in buona salute.
Due riflessioni mi accompagnano verso la Pasqua: “Quello che mi fa capire se uno è passato per il fuoco dell’amore divino non è il suo modo di parlare di Dio, ma delle cose terrene” (Simone Weil). “La morte, per chi sa comprenderla, è immortalità; per gli ignoranti è soltanto morte” (Sant’Antonio abate). Un pensiero questo che la morte di un amico conosciuto in Burundi rende attuale.
Buon risveglio e buona Pasqua.
Padre Gian Paolo Pezzi,
Missionario comboniano a Butembo – RD Congo