Venerdì 3 aprile 2026
Si chiama Vera ed è originaria di Cascais, in Portogallo. Indossa nello sguardo vivo e allegro la freschezza della giovinezza. È arrivata a Qillenso, il villaggio in cui vivo nel sud dell’Etiopia, insieme a una spagnola, uno spagnolo e un etiope. Si stavano recando a Dare Qidame, il luogo della (probabile) nuova missione dei comboniani tra i guji, per verificare la presenza di acqua. La gente del posto ha già costruito una grande chiesa con la collaborazione di fedeli di altre parrocchie e persino di musulmani.

Lo spagnolo, volontario da molti anni in Etiopia, svolge anche il ruolo di supervisore. L’etiope è ingegnere. Hanno individuato tre punti per un pozzo artesiano. Avevano pernottato a Hawassa. Si sono fermati a Qillenso per salutarmi. Ho offerto loro un caffè del nostro raccolto.

Di Vera, mi è rimasto impresso il nome. Ha completato gli studi in infermieristica e, prima di iniziare l’attività professionale, ha voluto dedicare un po' di tempo al volontariato. È arrivata in Etiopia tramite le Missionarie della Carità, le suore della Santa Madre Teresa di Calcutta, che conosce da Setúbal e Lisbona.

Mi ha lanciato una domanda:

– Perché ci sono così tanti volontari spagnoli e così pochi portoghesi?

Ha osservato che ad Addis Abeba, nella casa di accoglienza delle Missionarie della Carità dove ha mosso i primi passi come infermiera qualificata, c’erano molti giovani della vicina Spagna. E che lo stesso scenario si ripete in altre comunità.

Ho chiesto alla FEC, la Fondazione cattolica che coordina la formazione dei volontari e che solitamente pubblicava statistiche annuali sui giovani e sui meno giovani portoghesi impegnati nel volontariato in Portogallo e all’estero.

– C’è stato un calo nel volontariato. I dati sono stati molto bassi, poche organizzazioni hanno risposto. Per questo non li abbiamo nemmeno pubblicati. Persino nei corsi di formazione quasi non abbiamo iscritti! – mi hanno informato.

Mia cara Vera, ecco la risposta: c’è un calo di interesse tra i giovani portoghesi per quanto riguarda il volontariato. È un peccato! Sarà per mancanza di soldi per i viaggi? Per mancanza di generosità? Per paura?

Alcuni miei colleghi definiscono “turismo missionario” il volontariato di brevissima durata: due settimane, un mese...

Io non sono d’accordo!

Qui a Qillenso ho potuto testimoniare, per due anni consecutivi, la gioia che gruppi di giovani spagnoli – sempre loro – hanno portato ai bambini del villaggio, dai cinque ai quattordici anni, durante due settimane di campo vacanze.

Con l’aiuto di alcuni interpreti, i volontari hanno giocato, insegnato, cantato, fatto sport, organizzato tantissime attività – inclusa una merenda a metà mattina – che hanno deliziato i nostri ragazzi.

Era bello sentirli, a casa, canticchiare le canzoni imparate la mattina durante le attività del campo.

E, mentre scrivo, a 35 chilometri da qui, una coppia di infermieri spagnoli insieme a due familiari stanno seminando affetto e cure sanitarie nella casa di accoglienza delle Missionarie della Carità ad Adola. La coppia resta qui due mesi; i familiari – più giovani – un mese.

Si dedicano con una pazienza unica ad assistere i casi più gravi tra le circa 200 persone ricoverate e giocano con bambini con disabilità fisiche e cognitive.

Una settimana fa, due infermiere sono tornate in Spagna dopo un mese trascorso tra le case di accoglienza di Addis Abeba e Adola.

Possa né il mare né il vento chiudere i sentieri dell’incontro e del servizio di un tempo, i sentieri della fraternità universale.

Padre José Viera, mccj