Sabato 23 maggio 2026
Un ulteriore passo nella costruzione di legami economici sempre più stretti tra Pechino e il continente africano c’è stato recentemente con l’azzeramento dei dazi doganali cinesi ai 53 Paesi africani con i quali intrattiene relazioni diplomatiche, in pratica tutto il continente (resta fuori solo l’eSwatini, ex Swaziland, la piccola monarchia stretta fra Sud Africa e Mozambico che le mantiene invece con Taiwan). [
Padre Giulio Albanese, missionario comboniano

Un’ampia gamma di prodotti africani potrà dunque entrare nel mercato cinese senza essere soggetta a tariffe. Si tratta di un cambiamento rilevante, perché i dazi rappresentano uno dei principali ostacoli al commercio internazionale. La loro eliminazione, dal punto di vista commerciale, rende i prodotti più competitivi, abbassa i prezzi per i consumatori e, almeno in teoria, stimola gli scambi.

La misura, già prospettata dal presidente cinese Xi Jinping da quasi un anno, segna indubbiamente un successo evidente del consolidamento dell’influenza cinese sull’Africa, della quale è già da anni il principale partner commerciale, con volumi di scambio in costante crescita. Questa nuova iniziativa si inserisce dunque in una traiettoria già tracciata, ma ne amplia fortemente la portata, estendendo e rendendo più omogenei regimi preferenziali che in passato risultavano più limitati o selettivi. Non si tratta solamente di una misura tecnica, ma anche di un segnale politico significativo che si contrappone alle scelte dell’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump, che proprio con i dazi ha innescato uno scontro generalizzato non solo con presunti avversari, ma anche con i tradizionali alleati.

I primi effetti positivi della nuova manovra cinese sono già visibili in alcuni Paesi africani. L’Etiopia, ad esempio, ha registrato un aumento significativo delle esportazioni di caffè verso l’Impero del Drago, un settore che coinvolge milioni di piccoli produttori. In questo caso, l’accesso facilitato al mercato cinese non si traduce soltanto in maggiori entrate per il Paese, ma anche in benefici diretti per le comunità rurali, dove il reddito agricolo resta spesso la principale fonte di sostentamento.

Dinamiche simili potrebbero emergere anche altrove. In Kenya e Camerun, per esempio, l’eliminazione dei dazi potrebbe favorire lo sviluppo delle filiere agroindustriali, incentivando non solo l’esportazione di materie prime, ma anche quella di prodotti trasformati. Questo passaggio è cruciale: aumentare il valore aggiunto delle esportazioni significa trattenere una quota maggiore dei profitti all’interno dell’economia locale, creando occupazione e stimolando investimenti.

Inoltre, l’accesso a un mercato vasto e in crescita come quello cinese può generare effetti indiretti rilevanti. Le imprese locali, spinte dalla prospettiva di esportare, potrebbero essere incentivate a migliorare la qualità dei prodotti, ad adottare standard internazionali e a investire in innovazione. Nel medio periodo, questo processo potrebbe contribuire a rafforzare la competitività complessiva delle economie africane.

Eppure, non tutti i Paesi africani partono dallo stesso punto, né beneficeranno allo stesso modo di questa apertura. Storicamente, i principali esportatori africani verso la Cina — come Sud Africa, Angola e Zambia — si concentrano su petrolio, minerali e altre materie prime. Si tratta di prodotti che già affrontano barriere tariffarie relativamente basse o la cui domanda dipende più da dinamiche globali che dai prezzi. Per queste economie, quindi, l’impatto dell’azzeramento dei dazi potrebbe risultare relativamente contenuto.

Al contrario, i Paesi con economie più diversificate potrebbero disporre di maggiori opportunità. Il Kenya, ad esempio, ha cercato negli anni di espandere le esportazioni di prodotti a più alto valore aggiunto, ma ha spesso incontrato ostacoli tariffari e non tariffari. In questo contesto, la nuova politica cinese potrebbe contribuire a rendere più competitivo questo tipo di produzione. Tuttavia, resta il rischio che proprio i Paesi già più strutturati riescano a sfruttare meglio queste opportunità, ampliando il divario rispetto alle economie meno sviluppate.

Rimane il fatto che l’eliminazione dei dazi è da considerare un passo importante, ma non sufficiente. Numerosi studi dimostrano che la liberalizzazione tariffaria, da sola, raramente produce trasformazioni profonde nel breve periodo. Per cogliere davvero i benefici dell’apertura dei mercati servono infrastrutture efficienti, sistemi logistici affidabili, accesso al credito, standard qualitativi adeguati e una solida base produttiva.

Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalle cosiddette barriere non tariffarie: norme sanitarie e fitosanitarie, requisiti tecnici, procedure burocratiche complesse. Anche in assenza di dazi, questi fattori possono limitare fortemente la capacità di esportazione, soprattutto per le piccole e medie imprese. Superare questi vincoli richiede politiche pubbliche mirate e investimenti di lungo periodo.

Non a caso, la Cina ha affiancato alla riduzione dei dazi anche misure di facilitazione commerciale, come la creazione di “corsie verdi” per semplificare e velocizzare le procedure doganali. Interventi di questo tipo possono ridurre costi e tempi di esportazione, rendendo più concreto l’accesso al mercato cinese. Tuttavia, la loro efficacia dipenderà dalla capacità di attuazione e dalla cooperazione tra le autorità dei diversi Paesi.

Allo stesso tempo, la mossa di Pechino ha una chiara dimensione strategica. In un contesto globale segnato da tensioni commerciali e nuove spinte protezionistiche, rafforzare i legami con l’Africa consente alla Cina di diversificare partner economici e fonti di approvvigionamento. Questo vale in particolare per le risorse agricole e per i minerali critici, fondamentali per la transizione energetica e tecnologica.

Per l’Africa, invece, si apre una finestra di opportunità che va oltre il semplice aumento delle esportazioni. Se ben gestita, questa apertura potrebbe contribuire a ridurre la povertà rurale, creare occupazione e stimolare processi di industrializzazione. Tuttavia, il rischio opposto è altrettanto concreto: senza un cambiamento nella struttura produttiva, molti Paesi potrebbero continuare a esportare soprattutto materie prime, restando in una posizione di dipendenza nelle catene globali del valore.

In questo senso, diventa cruciale promuovere politiche industriali capaci di favorire la trasformazione locale delle risorse. Investire nella lavorazione dei prodotti agricoli, nella manifattura leggera e nei servizi collegati alle esportazioni può rappresentare un passaggio decisivo per aumentare il valore aggiunto e ridurre la vulnerabilità agli shock esterni.

Un altro elemento da considerare è il possibile impatto sugli equilibri commerciali globali. L’accesso preferenziale al mercato cinese potrebbe infatti modificare i flussi di commercio, spostando parte delle esportazioni africane da altri partner verso la Cina. Questo potrebbe avere implicazioni anche nei rapporti con Europa e Stati Uniti, tradizionalmente rilevanti per molte economie africane.

Inoltre, l’iniziativa cinese può essere letta anche come una forma di competizione “soft” sul piano commerciale e geopolitico. Offrendo condizioni di accesso favorevoli, Pechino rafforzerebbe la propria influenza economica e politica nel continente, consolidando relazioni che vanno oltre il commercio e includono investimenti, infrastrutture e cooperazione finanziaria.

In questo contesto, assume un ruolo centrale anche l’integrazione regionale africana. L’Area Continentale di Libero Scambio Africana (AfCFTA) punta proprio a rafforzare il commercio intra-africano e a creare mercati più ampi e integrati. L’accesso facilitato al mercato cinese potrebbe incentivare investimenti e collaborazioni tra Paesi africani, contribuendo a costruire filiere produttive più solide e competitive.

Se sfruttata in modo strategico, questa combinazione — apertura verso l’esterno e integrazione interna — può rappresentare una leva potente per lo sviluppo del continente. Tuttavia, ciò richiede coordinamento tra governi, capacità istituzionale e una visione di lungo periodo, elementi che non sempre risultano presenti in modo uniforme.

In definitiva, la decisione della Cina di azzerare i dazi rappresenta un segnale politico ed economico di grande rilievo. Da un lato, conferma la centralità dell’Africa nelle strategie globali di Pechino; dall’altro, offre al continente nuove possibilità di crescita e trasformazione.

Ma, come spesso accade in economia, le opportunità non si traducono automaticamente in risultati. Molto dipenderà dalle scelte politiche, dagli investimenti e dalla capacità di costruire sistemi produttivi più resilienti e diversificati. L’apertura del mercato cinese può essere una leva potente, ma solo se accompagnata da strategie capaci di trasformarla in sviluppo reale, duraturo e condiviso. La verità poi è che l’intero consesso delle nazioni, in particolare i grandi player internazionali, devono impegnarsi per affrontare le grandi questioni sistemiche che acuiscono le sofferenze non solo dell’Africa ma del Sud Globale; a partire dalle regole del commercio, per non parlare della finanziarizzazione dell’economia e del debito in particolare. Da questo punto di vista – dispiace scriverlo - il cammino è ancora tutto in salita.

Padre Giulio Albanese, MCCJ – L’Osservatore Romano