Dopo il percorso quaresimale e pasquale e le grandi solennità, ritorniamo al tempo liturgico Ordinario, accompagnati dal vangelo di Matteo. Si tratta di riprendere "l'ordinarietà" della nostra vita cristiana, vissuta nella sequela di Gesù. Il vangelo di oggi ci introduce nel secondo dei cinque grandi discorsi di Gesù nel vangelo di Matteo. (...)

DALLA COMPASSIONE ALLA MISSIONE!
Matteo 9,36-10,8

Dopo il cammino quaresimale e pasquale e la celebrazione delle grandi solennità, ritorniamo al Tempo ordinario, durante il quale saremo accompagnati dal Vangelo secondo san Matteo. Siamo invitati a riprendere l’“ordinarietà” della nostra vita cristiana, vissuta nella sequela di Gesù.

Il brano evangelico di oggi ci introduce nel secondo dei cinque grandi discorsi di Gesù presentati dall’evangelista Matteo: il cosiddetto “discorso della missione”, che occupa il capitolo 10. Il primo era stato il discorso programmatico pronunciato sul monte delle Beatitudini, nei capitoli 5-7. Dopo aver “parlato”, Gesù aveva “operato”, guarendo “ogni malattia e ogni infermità” nei capitoli 8-9.

“Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”.

Questo secondo discorso, come il primo, nasce da uno sguardo di Gesù che gli tocca profondamente il cuore: uno sguardo di compassione. Quanto vorremmo sentire anche noi questo sguardo posarsi su di noi quando ci sentiamo stanchi, sfiduciati e smarriti!
Eppure, lo stesso sguardo continua a posarsi sulle folle sofferenti di oggi, su ogni uomo e ogni donna, su ciascuno di noi. Perché ne dubitiamo? È forse diventato miope lo sguardo di Gesù? Si è forse indurito il suo cuore?
Non corriamo forse il rischio di adottare un modo di pensare simile a quello di alcune tradizioni religiose dell’Africa occidentale, dove ho vissuto la mia missione? Si crede in un dio supremo, Mawu, ma lo si immagina lontano, ritiratosi in cielo per non essere disturbato dagli uomini, dopo aver affidato la terra ai vodù, che la governerebbero a loro piacimento. Soltanto che i nostri vodù hanno nomi diversi: ricchezza, potere, fortuna, destino, cattiva sorte…
Anche alcune correnti del pensiero contemporaneo possono condurre, sul piano pratico, a una mentalità simile. Pensiamo, per esempio, a una visione filosofica che concepisce il Creatore come isolato ed estraneo alla sua creazione. Anche alcune forme estreme della teologia post-teista rischiano di mettere in discussione l’incarnazione e i principi fondamentali del messaggio cristiano.

– O Gesù, ti preghiamo: incrocia oggi il tuo sguardo con il nostro e guarisci il nostro modo di guardare!

“Allora disse ai suoi discepoli: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”.

La messe è abbondante? Forse Gesù si riferisce al vasto campo ancora da seminare? No, parla proprio di una messe pronta per essere raccolta, ma che rischia di andare perduta per mancanza di operai.
E dove si troverebbe questa messe? “Certamente non qui, dove cresce soltanto zizzania!”, direbbe qualcuno. Talvolta ci chiediamo persino se valga ancora la pena predicare il Vangelo in una società che sembra non curarsene affatto. Gesù, invece, con il suo sguardo di compassione, scorge proprio qui una messe abbondante da raccogliere nel suo granaio.

– O Gesù, donaci il tuo sguardo limpido, libero dai pregiudizi, profondo e solidale, capace di riconoscere il bene “abbondante” presente ancora oggi nella nostra società!

“Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”.

Pregare per le vocazioni? Questo sì! Ma perché il padrone della messe si lascia tanto pregare? Non vede lui stesso che mancano operatori pastorali, apostoli e missionari?
Il Signore, invece, ci invita a pregare perché il nostro sguardo cambi e il nostro cuore diventi simile al suo. E poi… manda noi! Eh sì: non pensa soltanto ai preti e alle suore; pensa a ciascuno di noi. E qui la faccenda si fa seria!

– Signore, rendi il nostro orecchio sensibile alla tua chiamata a lavorare nella tua vigna!

“Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità”.

Ecco: Gesù ci chiama e ci prepara. Non ci manda allo sbaraglio davanti a un compito tanto immane. Si tratta, infatti, di combattere gli “spiriti impuri” che attanagliano la nostra società. Sono molti: la guerra, la fame, l’ingiustizia, lo sfruttamento, il consumismo… Bisogna scacciarli e rimandarli all’inferno!
Ma crediamo davvero nel potere che il Signore ci ha affidato, nella forza dello stesso Spirito che operava in lui?
Si tratta, inoltre, di guarire “ogni malattia e ogni infermità”, fisica e spirituale, perché il Signore vuole promuovere la pienezza della vita e la nostra autentica libertà. Ma attenzione: noi stessi siamo guaritori feriti, non immuni da queste infermità. Anche noi siamo segnati dall’egoismo, dall’invidia, dall’amor proprio, dall’indifferenza, dalla paura, dal dubbio e dalla violenza.

– Signore, rendici più audaci di fronte alle sfide del mondo di oggi. Rendici consapevoli di essere anche noi feriti dalla vita, ma, come diceva papa Francesco: “Peccatori sì, corrotti mai!”.

“I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì”.

Sono dodici. Rappresentano le dodici tribù d’Israele e, quindi, la totalità del popolo di Dio. Soltanto uomini? Non si tratta di un’intenzione esclusivista da parte di Gesù: oggi ne siamo ben consapevoli. Ciò che conta, nel racconto evangelico, è la totalità simboleggiata dal numero dodici.
Notiamo, anzitutto, che sono persone molto diverse tra loro, ciascuna con i propri pregi e difetti. Non erano certamente già tutti “santi e capaci”, come Comboni desiderava che fossero i suoi missionari. Non so quanti di loro, oggi, sarebbero ritenuti idonei a entrare in seminario! Questo ci ricorda che Gesù non cerca persone perfette: cerca te e me!
Notiamo, inoltre, che gli apostoli sono nominati a coppie. Non si tratta soltanto di un espediente mnemonico: significa che non siamo battitori liberi. Siamo testimoni sostenuti da una comunità e inviati insieme ad altri.
Notiamo, infine, che nella “foto di famiglia” compare una figura imbarazzante: Giuda. Perché? È un monito: Giuda può rappresentare ciascuno di noi!

“Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele”.

Ahimè, Gesù ci invia proprio tra i nostri, tra i vicini, tra quelli di casa. “Non sei stato proprio tu, Gesù, a dire che nessun profeta è bene accetto nella sua patria?”. Preferirei andare in Africa!

“Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Siamo mandati a testimoniare, con il sorriso e la gioia, con la bontà e il perdono, che il regno dei cieli è vicino!
Siamo inviati a compiere prodigi: non necessariamente quelli clamorosi, ma i piccoli miracoli quotidiani, gratuiti e spesso inosservati. Sono gesti d’amore capaci di guarire le ferite, di risuscitare la speranza in qualcuno, di purificare le lebbre dell’anima e di scacciare i demòni dai cuori.

Buona missione!
P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ

 

Il cristiano anima del mondo

Es 19,2-6; Sl 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8

La parola di Dio di questa domenica ci ricorda anzitutto che siamo inseriti in un piano di salvezza che Dio realizza nella storia, in un’alleanza con noi, la quale ha preso avvio col patriarca Abramo (nostro padre nella fede), ha acquistato nuova consistenza con Mosè (il liberatore dall’Egitto e il legislatore dal monte), e ha avuto una svolta definitiva in Cristo (il Verbo incarnato). È la grazia di Dio, che ci ha avvicinato a lui e sollevato in un vincolo singolare di amore e comunione.

Quest’alleanza è un dono dove risalta la precedenza divina. Cioè Dio sta all’origine della comunità dell’alleanza. Tuttavia è un dono che impegna e che va custodito. Nella sezione del vangelo di Matteo, il ruolo decisivo di Cristo, nella salvezza del mondo, appare quando egli associa alla sua missione messianica il gruppo dei Dodici inviandoli alle “pecore perdute della casa di Israele”.

Ciò che, a prima vista, colpisce in questa lista, è l’eterogeneità del gruppo: pescatori, discepoli del Battista, aderente al movimento anti-romano degli Zeloti (che propugnavano la liberazione della Palestina, anche con la lotta armata), un traditore, ecc. Risulta evidente che non abbiamo una comunità di perfetti o santi; sono uomini presi là dove erano. Questa diversità dei chiamati è segno che nel regno dei cieli c’è posto per tutti, e che il Signore non guarda al passato, ma alle attuali disposizioni del cuore.

Il particolare di Giuda Iscariota “che poi lo tradì” viene sottolineato in tutti i quattro vangeli. Il fatto di non omettere questa vergogna di famiglia, o di essere ricordati in quella compagnia che tradisce il Maestro, è una “memoria” costante di ciò che potrebbero essere anche loro. Cioè, i motivi della scelta non vanno ricercati nelle virtù degli apostoli, ma nella gratuità dell’amore misericordioso di Dio.

Giuda non è certo chiamato per essere traditore, lo diventerà poi. Ognuno rimane con la sua libertà per servire o tradire il Signore. Giuda il traditore non costituisce quindi una parte o missione assegnata in anticipo, ma una possibilità, un modo di rispondere o di non rispondere all’amore gratuito, alla chiamata o all’elezione divina. Non si poteva togliere dalla lista il nome “traditore”, perché Giuda è uno come ognuno di noi.

Quel nome può essere il mio/tuo primo o secondo nome. Siamo nel mondo di fronte alla presenza inquietante del “mistero del male”; presenza che posso/puoi ospitare anch’io/tu. Si tratta di stare vigilanti, nella preghiera, nei confronti del “Giuda” che può crescere silenziosamente dentro di noi, pronto a venire fuori al momento opportuno. Le persone più esposte sono quelle che si stimano tranquille e sono convinte della propria fedeltà osservando le infedeltà altrui.

“Vedendo le folle, ne sentì compassione”. Significativo è questo versetto, poiché ripone nella compassione di Gesù il motivo ispiratore della missione affidata agli apostoli. Nel suo vangelo, Matteo usa cinque volte quest’espressione “avere compassione” (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32;18, 21; 20, 34). Ne mette un accento particolare nell’azione di Gesù. Non si tratta di un vago sentimento o di una sensazione interiore passeggera, ma di un amore-intervento in direzione della miseria dell’umanità. Quindi “avere compassione” significa esercitarla in atto, cioè non limitarsi alle parole, ma produrre segni che il regno di Dio è già una realtà presente, operante, e non più una promessa remota.

Gesù infatti “chiamati a sé i dodici, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità”, segni che il regno di Dio è già presente. Essi sono resi partecipi del potere di Gesù di liberazione e di guarigione. Anche la Chiesa, oggi, ha lo stesso compito dei Dodici, cioè, annunziare il regno di Dio e prendersi cura di quanti nella vita sono in difficoltà. Gesù lo dice con la sua autorità divina e ne indica anche le modalità: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, ossia con la stessa liberalità di Dio, che dona senza attendere contraccambio. Un pastore è quindi inesistente quando non partecipa di queste dinamiche e quando non si caratterizza per la compassione. Un gregge che ha dei pastori che non hanno compreso il primato della persona, della misericordia-compassione e della bontà, è come se non li avesse. E questa immagine del pastore riguarda anche ogni battezzato (associato alla missione di Cristo) nel suo piccolo.

C’è inoltre il comando di “non andare fra i pagani”. Infatti, per gli inizi, occorre rimanere entro i confini di Israele. Cioè, gli eredi della promessa devono rimanere primi destinatari dei segni del regno di Dio. Ma quest’ordine non è definitivo; viene il momento in cui, dopo un rifiuto ostinato, occorrerà spingersi altrove. Di fatto, le porte dei pagani si apriranno ben presto. “Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele”.

Inviando i Dodici apostoli, Gesù non intende mandarli a passare in rassegna le pecore vicine e fedeli o docili, devono piuttosto avvicinare quelle perdute (più numerose) che non rispondono all’appello. Quindi l’attività più qualificante dell’apostolo o del pastore è la ricerca. Non può preoccuparsi esclusivamente della custodia del gregge, delle pecore “docili”, trascurando la ricerca delle pecore abbandonate o allontanate.
Don Joseph Ndoum