Padre Giulio Albanese: “Africa, la fame come crisi sistemica”

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Sabato 4 luglio 2026
A intervalli ricorrenti, le carestie che colpiscono il continente africano tornano a occupare lo spazio mediatico internazionale: suscitano un’ondata temporanea di commozione, mobilitano per breve tempo l’attenzione dell’opinione pubblica e poi scompaiono nuovamente dall’agenda informativa. Ciò avviene senza che vengano forniti strumenti adeguati per comprendere la complessità dei processi in atto. La fame, infatti, non può essere ridotta alla sola assenza di cibo. [...]

Africa, la fame come crisi sistemica

Tra le cause dell’emergenza conflitti dimenticati, shock climatici, 
dipendenza economica e ritardi della politica internazionale

A intervalli ricorrenti, le carestie che colpiscono il continente africano tornano a occupare lo spazio mediatico internazionale: suscitano un’ondata temporanea di commozione, mobilitano per breve tempo l’attenzione dell’opinione pubblica e poi scompaiono nuovamente dall’agenda informativa. Ciò avviene senza che vengano forniti strumenti adeguati per comprendere la complessità dei processi in atto.

La fame, infatti, non può essere ridotta alla sola assenza di cibo. Essa è piuttosto l’esito di un progressivo e sistematico deterioramento delle condizioni materiali che rendono possibile la sopravvivenza: l’accesso alla terra coltivabile, la capacità di acquistare beni alimentari essenziali, la possibilità di curare un figlio malato, la resilienza delle famiglie durante la stagione magra.

I numeri più recenti raccontano una deriva preoccupante. Non è una carestia isolata, ma una crisi strutturale, con radici profonde e — spesso — volti che restiamo a non vedere. Secondo le stime più aggiornate, oltre 306 milioni di africani soffrono la fame o la sottonutrizione: il 20,2 per cento della popolazione, più di uno su cinque. Quasi 893 milioni vivono invece in una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. Sono famiglie che oggi un pasto lo mettono in tavola, ma non sanno se ci riusciranno domani. È la fame di chi intacca i risparmi, vende l'unico animale da lavoro rimasto, toglie i figli da scuola pur di comprare un sacco di cereali. Una fame silenziosa, che consuma il futuro di intere generazioni ben prima di intaccarne i corpi.

Per orientarsi in uno scenario così drammatico, gli operatori umanitari ricorrono a una scala di gravità — “crisi”, “emergenza”, “catastrofe”, “carestia” — che non rappresenta una semplice classificazione burocratica, ma individua soglie concrete di sopravvivenza. Ogni livello descrive un peggioramento progressivo: dalla riduzione drastica dei pasti alla malnutrizione estrema, fino al collasso completo dei mezzi di sussistenza. Nella classificazione IPC, “catastrofe” si riferisce alla condizione estrema vissuta da famiglie o individui; “carestia”, invece, è una classificazione territoriale, dichiarata solo quando vengono superate soglie precise di fame, malnutrizione e mortalità. È una spirale discendente che, una volta innescata, diventa quasi impossibile da fermare.

Il Sudan, oggi, ne è l’esempio più crudo. A oltre tre anni dall’inizio del conflitto il Paese si è letteralmente sgretolato, e la fame è diventata un assedio diffuso: quasi 19,5 milioni di persone — il 41 per cento della popolazione — non riescono più ad accedere al cibo in modo sicuro, con 14 aree tra Darfur settentrionale, Darfur meridionale e Kordofan meridionale esposte a un rischio concreto di carestia nello scenario peggiore ragionevole. Il Sudan insegna una lezione durissima: il cibo, spesso, non manca perché non si produce, ma perché la guerra spezza la catena che dovrebbe portarlo dove serve. Il grano può anche essere stipato in un magazzino, ma se le strade sono in mano ai miliziani i camion non passano, i mercati collassano, i contadini abbandonano campi diventati linee del fronte. In queste condizioni nutrirsi smette di essere una questione agricola e diventa una questione di potere.

Poco più a sud, il Sud Sudan vive lo stesso incubo, con oltre la metà della popolazione — circa 7,8 milioni di persone — alle prese con livelli di crisi alimentare acuta. E la crisi nutrizionale è ancora più allarmante: 2,2 milioni di bambini tra 6 mesi e 5 anni soffrono di malnutrizione acuta, 700.000 dei quali in forma grave, mentre 1,2 milioni tra donne incinte e madri che allattano risultano acutamente malnutrite.

Un dramma simile si consuma nella Repubblica Democratica del Congo, Paese ricchissimo di risorse e poverissimo di diritti: decenni di violenze nell’est hanno sradicato milioni di famiglie, alimentando una delle crisi umanitarie più silenziose del continente: 26,5 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare da crisi o emergenza, oltre 4 milioni di bambini sotto i cinque anni bisognosi di cure per malnutrizione acuta.

Nel nord-est della Nigeria, invece, è la minaccia costante dei gruppi armati a rendere quasi impossibile raggiungere i campi o far funzionare i mercati locali, precipitando intere comunità nell'incertezza. In particolare, negli Stati di Borno, Adamawa e Yobe, milioni di persone restano esposte a livelli gravi di insicurezza alimentare, con alcune comunità ormai vicine a condizioni catastrofiche.

Poi c’è il clima, che in Somalia e nell’Africa australe si è trasformato in un’arma di distruzione di massa a tutti gli effetti. Cicli climatici alterati, siccità prolungate, piogge sempre più irregolari hanno messo in ginocchio l'agricoltura di sussistenza. In Somalia circa 6 milioni di persone affrontano livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, con alcune aree a rischio carestia, in particolare nella regione di Bay, e la finestra per evitare il peggio si sta chiudendo in fretta: per i pastori nomadi la morte del bestiame non significa perdere un reddito, significa perdere l’intero sistema che li tiene in vita. Secondo il Global Report on Food Crises, nell’Africa centrale e australe 56 milioni di persone in 12 Paesi hanno vissuto insicurezza alimentare acuta nel 2024, e l'ultimo ciclo di El Niño ha portato la peggiore siccità regionale registrata da oltre un secolo: 61 milioni di persone bisognose di assistenza, oltre 8 milioni spinte nell'insicurezza alimentare. Quando il clima impazzisce, nessuna rete di sicurezza regge davvero.

Ma dietro i numeri enormi si nasconde un fallimento più sottile, e per certi versi più pericoloso: quello dell’accessibilità economica. Il paradosso dell’Africa di oggi è che il cibo, spesso, c’è, solo che non ci si può permettere di comprarlo. Nel 2024 il costo medio di una dieta sana nel continente si è aggirato sui 4,41 dollari PPP al giorno: per circa due terzi degli africani, mangiare in modo adeguato resta un lusso fuori portata. Le famiglie non muoiono perché mancano le scorte globali di cibo, ma perché i loro redditi sono crollati mentre i prezzi locali sono esplosi.

E a complicare tutto arrivano gli shock geopolitici, che l’Africa subisce senza avere alcun potere di intervenire. Un conflitto in Medio Oriente o una guerra nell’Europa orientale si traducono, quasi immediatamente, in speculazione finanziaria, carenza di fertilizzanti e rincari del carburante. Da rilevare che l’energia più cara fa lievitare i costi di trasporto e irrigazione, i fertilizzanti costosi tagliano la produzione della stagione successiva. È un effetto domino che arriva fino al prezzo del pane a Khartoum, del mais a Mogadiscio, fino al bilancio quotidiano di una madre a Goma o in un mercato rurale del Sahel. La globalizzazione, in questi casi, non redistribuisce le opportunità: esporta i traumi.

Ed è proprio ora, nel momento di massimo bisogno, che la comunità internazionale sta facendo un passo indietro. I fondi per l’assistenza alimentare, l’agricoltura d’emergenza e la nutrizione sono crollati di circa il 50 per cento tra il 2022 e il 2025, un arretramento che ci riporta indietro di dieci anni. Non è un dato contabile: è una scelta politica. E ha conseguenze molto concrete. Costringe le agenzie umanitarie a fare triage, a decidere quali villaggi salvare e quali lasciare al proprio destino, a tagliare le razioni quotidiane. Vuol dire che un sacco di sementi arriva dopo le piogge, quando ormai non serve più a nulla, o che un programma di nutrizione infantile viene sospeso proprio nel momento in cui la malnutrizione grave comincia a fare vittime. In medicina, ritardare una cura è già una forma di abbandono. Nella cooperazione internazionale vale la stessa identica regola.

A tutto questo si sommano fragilità che il continente trascina da decenni: la dipendenza cronica dalle importazioni, reti di protezione sociale quasi inesistenti, una povertà rurale radicata, il peso di debiti pubblici che schiacciano i bilanci statali, infrastrutture logistiche fragili. Senza strade percorribili e magazzini adeguati per conservare i raccolti, anche il cibo che si riesce a produrre finisce per deteriorarsi prima di arrivare a chi ne ha bisogno. E in questo degrado sistemico le disuguaglianze di genere diventano ancora più letali: sono le donne, quasi sempre, a mangiare per ultime e a mangiare meno, e sono loro a portare il peso maggiore degli sfollamenti e della cura dei bambini malati. I dati confermano che l’insicurezza alimentare colpisce le donne in misura leggermente superiore agli uomini, ma dietro quello scarto statistico si nasconde un carico sociale molto più oneroso.

L’emergenza alimentare africana, lungi da ogni retorica, non è un destino scritto, né una maledizione geografica. Piuttosto, come abbiamo visto, è il risultato di più fattori che si sovrappongono: conflitti ignorati, shock climatici mai davvero mitigati, dipendenza economica strutturale e, non ultimo, il ritardo — spesso l’ipocrisia — della politica internazionale. Pensare di risolverla distribuendo pacchi di cibo solo quando le telecamere mostrano bambini scheletrici significa arrivare sempre troppo tardi, quando la pagina della carestia è già stata scritta.

La vera sfida è agire prima. Significa proteggere i corridoi umanitari, garantire a un contadino la sicurezza fisica per raggiungere il proprio campo, stabilizzare i mercati locali, sostenere l’agricoltura familiare prima che la semina vada persa. Significa, soprattutto, riconoscere una cosa semplice: non esiste sicurezza alimentare senza sicurezza fisica, e la fame non è un incidente di percorso, ma l’ultima e più crudele conseguenza di una lunga catena di fallimenti umani e politici. Ed è proprio lì, prima che si arrivi all’ultima pagina, che la coscienza del mondo può — e deve — ancora intervenire. Prima che sia troppo tardi!

Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano