Venerdì 17 luglio 2026
Dieci anni dopo la Porta Santa aperta da Papa Francesco a Bangui, la Repubblica Centrafricana è tornata ai margini dell’attenzione internazionale. Eppure, all’ombra delle sue foreste e delle sue savane si trovano oro, diamanti, uranio e potenziali riserve petrolifere: una ricchezza immensa che contrasta con la povertà di gran parte della popolazione.

Proviamo allora a tornare indietro con la moviola del tempo. Come i nostri lettori ricorderanno, il 29 novembre 2015 Papa Francesco compì a Bangui un gesto che, almeno per un giorno, sembrò capovolgere la geografia del mondo. Nella cattedrale della capitale aprì la Porta Santa del Giubileo straordinario della misericordia, anticipando l’inaugurazione prevista a Roma. «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo», disse in una città segnata da barricate, scontri confessionali e paura. Non fu soltanto una frase, ma la scelta di collocare una periferia dimenticata al centro della Chiesa universale.

Per qualche tempo il mondo guardò verso Bangui. Le televisioni raccontarono la guerra civile, lo scontro tra le milizie Seleka e anti-Balaka, i quartieri divisi e i profughi accampati presso l’aeroporto. Poi i riflettori si spensero e il Paese tornò nella zona d’ombra delle crisi che durano troppo a lungo per continuare a fare notizia.

A più di dieci anni da quella visita, la Repubblica Centrafricana resta uno dei grandi paradossi dell’Africa. Ha una superficie di quasi 623.000 chilometri quadrati, poco più del doppio dell’Italia, e circa 5,5 milioni di abitanti. È un territorio immenso e poco popolato, attraversato da corsi d’acqua, coperto da savane e foreste tropicali, con terre coltivabili e risorse naturali che potrebbero garantire condizioni di vita dignitose.

Nel sottosuolo si trovano oro e diamanti. A Bakouma, nel sud-est, è noto da decenni un importante giacimento di uranio. Diversi bacini sedimentari presentano potenzialità petrolifere, anche se il Paese non dispone ancora di una vera e propria produzione commerciale di greggio. I diamanti sono spesso estratti in modo artigianale nelle regioni occidentali e sud-occidentali; gran parte dell’oro proviene da miniere di piccola scala e da circuiti difficili da controllare.

C’è poi il legname. Circa 23 milioni di ettari, quasi il 37 per cento del territorio, sono coperti da foreste. Nel sud e nel sud-ovest crescono essenze tropicali molto richieste sul mercato internazionale. Ma anche in questo settore il valore che esce dal Paese è spesso molto superiore a quello che resta alle comunità locali sotto forma di salari, infrastrutture e servizi pubblici.

La Repubblica Centrafricana non è dunque priva di ricchezze. È un Paese nel quale la ricchezza si trova sotto i piedi della gente, ma quasi mai viene da loro condivisa.

Nel 2025 l’economia sarebbe cresciuta del 4,5 per cento, soprattutto grazie all’aumento delle esportazioni di oro e a una maggiore disponibilità di carburante. Preso isolatamente, il dato potrebbe suggerire una ripresa. Ma la Banca Mondiale osserva che la crescita non ha ridotto in modo significativo la povertà: l’attività mineraria genera poche ricadute sul resto dell’economia e rimane scarsamente collegata alla vita quotidiana. Peraltro l’attuale congiuntura economica internazionale sta ulteriormente penalizzando il Paese.

Il reddito reale per abitante resta attorno ai 394 dollari annui, inferiore persino ai livelli degli anni Sessanta. Nel 2025 circa il 67,5 per cento della popolazione viveva con meno di tre dollari al giorno; nelle zone rurali la quota superava il 78 per cento. Sta di fatto che i villaggi sono privi di dispensari, scuole, acqua potabile e mercati raggiungibili durante tutto l’anno.

Nel 2023 appena il 17,6 per cento degli abitanti aveva accesso all’elettricità; nelle campagne la quota scendeva intorno al 2 per cento. Su una rete stradale principale di circa 25.600 chilometri, soltanto 893 erano asfaltati. In queste condizioni, la distanza tra una miniera e una scuola, tra una foresta e un ospedale, non è solo geografica: è politica e sociale.

La ricchezza esce dal Paese. I servizi essenziali, invece, faticano a entrarvi.

La debolezza delle istituzioni, l’opacità delle concessioni, il contrabbando e la presenza di gruppi armati hanno trasformato le risorse naturali in strumenti di potere. L’Extractive Industries Transparency Initiative ha rilevato lacune nella pubblicazione dei contratti, nei registri delle licenze e nell’identificazione dei veri beneficiari delle società. Lo Stato incassa poco, le comunità ancora meno, mentre una parte dell’oro e dei diamanti raggiunge i mercati esteri attraverso circuiti informali.

Il risultato è una crisi umanitaria quasi strutturale. Mentre scriviamo, risulta che circa 2,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza e quasi un abitante su tre soffre di grave insicurezza alimentare, nonostante il potenziale agricolo, la disponibilità di acqua e la bassa densità demografica.

L’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite colloca il Paese al 191º posto su 193. L’aspettativa di vita è di circa 57 anni e gli anni medi effettivamente trascorsi a scuola sono appena quattro. Dati che misurano non solo la povertà materiale del Paese, ma anche la perdita di opportunità, talenti e futuro per intere generazioni.

Negli ultimi anni la situazione militare è migliorata in alcune regioni. Accordi con gruppi ribelli e programmi di disarmo hanno consentito allo Stato di recuperare il controllo di diverse città. Ma la stabilità resta fragile e dipende in misura considerevole dall’appoggio di forze straniere, in particolare russe e ruandesi. Fuori dai principali centri urbani continuano violenze, spostamenti di popolazione e abusi contro i civili.

Dal 2018 il governo di Bangui si appoggia agli uomini del gruppo Wagner. Mosca vorrebbe ricondurre progressivamente questa presenza sotto l’Africa Corps, struttura più direttamente legata al ministero della Difesa russo, ma in Centrafrica la transizione non appare ancora completa. I russi hanno partecipato alle operazioni contro i ribelli e alla protezione dell’apparato presidenziale, intrecciando l’assistenza militare con interessi economici, soprattutto minerari.

La presenza ruandese è più articolata e viene spesso raccontata in modo impreciso. Nel Paese operano infatti due contingenti diversi. Il primo è formato dai caschi blu inseriti nella Minusca, la missione delle Nazioni Unite presente dal 2014. Rispondono alla catena di comando dell’Onu e hanno come priorità la protezione dei civili: pattugliano città e strade, presidiano aree sensibili, facilitano gli aiuti umanitari e sostengono i processi di disarmo, il ripristino dell’amministrazione e la sicurezza delle elezioni.

Accanto a loro vi sono militari ruandesi inviati sulla base di un accordo bilaterale tra Kigali e Bangui. Non dipendono dalla Minusca e agiscono come alleati diretti del governo centrafricano. Arrivati in forze durante la crisi elettorale del 2020, contribuirono a difendere la capitale dall’avanzata ribelle. In seguito hanno svolto compiti di presidio, sostegno operativo e addestramento dell’esercito locale: nel 2023 istruttori ruandesi formarono 512 nuovi soldati centrafricani.

La differenza è sostanziale. Soldati della stessa nazionalità, presenti nello stesso Paese, rispondono ad autorità diverse: gli uni operano sotto mandato internazionale, gli altri in base a un’intesa tra governi. I primi dovrebbero mantenere una posizione imparziale e proteggere la popolazione; i secondi sostengono direttamente il potere di Bangui. Questa sovrapposizione, insieme alla presenza russa, ha contribuito a evitare il crollo dello Stato, ma rende più difficile capire chi decida e chi debba rispondere di eventuali abusi.

Anche il quadro politico solleva interrogativi. Le elezioni del 28 dicembre 2025 hanno attribuito al presidente Faustin-Archange Touadéra un terzo mandato, poi convalidato dalla Corte costituzionale. La candidatura era stata resa possibile dalla riforma costituzionale del 2023, che ha abolito il limite dei due mandati e portato la durata della presidenza a sette anni. L’opposizione ha contestato il risultato e denunciato irregolarità.

In questo inferno di dolore, dove a pagare il prezzo più alto è la stremata popolazione civile, la Chiesa cattolica continua a svolgere una funzione vitale. Parrocchie, missioni e diocesi mantengono scuole, strutture sanitarie e reti di assistenza, spesso in regioni dove lo Stato è quasi assente. Nel sud-est, dove nuove violenze hanno provocato decine di migliaia di sfollati, le comunità ecclesiali sono rimaste accanto alla popolazione, cercando di garantire protezione, cure e dialogo.

La Repubblica Centrafricana potrebbe essere definita un paradiso terrestre, ma soltanto a condizione di non ridurre questa espressione a una sorta di cartolina esotica. Il paradiso possibile non consiste nei diamanti, nell’uranio o nel petrolio nascosti nel sottosuolo. Consiste nella possibilità che una terra così vasta, fertile e ricca possa nutrire, istruire e curare i propri figli.

La povertà centrafricana non è una fatalità naturale. È il risultato di decenni di instabilità, amministrazioni deboli, interessi stranieri, sfruttamento opaco delle risorse e abbandono internazionale. Il vero scandalo non è che il Paese non possieda abbastanza, ma che possieda moltissimo e che quasi nulla di quel patrimonio diventi bene comune. Il Centrafrica, dunque, non è un paradiso perduto. È un paradiso negato. Una cosa è certa: quando Papa Francesco aprì la Porta Santa di Bangui, volle ricordare che nessuna periferia è lontana dagli occhi di Dio. E la presenza dei missionari/e in questo Paese ne è la conferma eclatante.

Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano