Martedì 10 marzo 2026
Il Vaticano II, a sessant’anni dalla sua conclusione, ha ancora molto da dire alla Chiesa di oggi. La scelta di Papa Leone XIV di inaugurare un nuovo ciclo di catechesi, dedicato proprio ai testi conciliari, rappresenta un contributo preziosissimo per accompagnare tutta la comunità ecclesiale nel far fruttificare questa ricca eredità. Ma come accostarsi oggi all’insegnamento conciliare? Quale ruolo può giocare rispetto alle questioni emerse come più urgenti anche nel corso del cammino sinodale?

Leone XIV e l’ermeneutica “missionaria” del Vaticano II
Attratti dalla luce di Cristo

Il Santo Padre, concludendo la sua prima catechesi del nuovo ciclo, ha espresso l’augurio che accostandoci di nuovo ai documenti del Vaticano II, «ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace» (Udienza generale, 7 gennaio 2026). In quella stessa giornata, il Papa ha offerto ai cardinali riuniti in Concistoro alcune brevi considerazioni ermeneutiche richiamando i quattro pontificati (fatta esclusione per quello breve di Giovanni Paolo I) che hanno scandito di fatto le diverse fasi di recezione del Concilio. Ha così individuato dei tratti qualificanti che mettono in rilievo alcuni aspetti della dinamica dell’evangelizzazione, soffermandosi soprattutto sul paradigma dell’“attrazione”, proposto da Benedetto XVI e sviluppato da Francesco.

Leone XIV sembra così suggerire che la finalità principale del Vaticano II sia proprio quella di rilanciare l’annuncio del Vangelo, ponendosi in ascolto e dialogo con il mondo contemporaneo. È quanto emerge fin dal primo paragrafo di Lumen gentium, che il Vescovo di Roma ha voluto leggere integralmente ai suoi cardinali. Una nota “missionaria”, dunque, che aiuta il dibattito sulla recezione del Vaticano II a non cadere in facili cortocircuiti interpretativi che potrebbero confinarlo in una discussione oggi poco produttiva, perché fine a se stessa. La proiezione nella direzione dell’evangelizzazione come orizzonte ermeneutico può aiutare, invece, in una recezione creativa e fedele, evitando lo stallo di facili contrapposizioni dal sapore prevalentemente ideologico.

Anche il cammino sinodale, nell’articolazione tra le due assemblee dell’ottobre 2023 e 2024, aveva trovato nell’orientamento missionario un punto di svolta e una chiave interpretativa decisiva per indirizzare il discernimento comunitario. Questo ha aiutato a superare il pericolo che quella della sinodalità venisse intesa come una discussione ad intra, tale da far ripiegare la comunità ecclesiale in se stessa.

Ri-centrarsi in Cristo è la prima risposta a ogni tentazione di autoreferenzialità. In effetti, quanto denunciato con forza in Evangelii gaudium era già insito nella proposta del Concilio Vaticano II. Grazie alla rilettura che ne fa Papa Leone emerge con maggior chiarezza l’orientamento in senso “missionario” di tutto il magistero conciliare. Come già sottolineato da più parti, infatti, sarebbe estremamente riduttivo far coincidere l’attenzione all’evangelizzazione al solo Decreto Ad gentes. Già dalle prime righe di Lumen gentium emerge la preoccupazione missionaria che guida l’assise conciliare nel presentare il mistero della Chiesa nella luce del mistero di Cristo, anzi in quella luce che è il mistero di Cristo. Ri-centrarsi in Cristo e proiettarsi nell’annuncio del kerygma non sono affatto due movimenti opposti, né tantomeno due polarità in tensione. È proprio la focalizzazione su Cristo quale centro della vita della Chiesa a richiedere come esigenza interna un movimento di “esodo” continuo per la proclamazione del Vangelo a tutti.

La sottolineatura della metafora della “luce” si impone come un tema ricorrente e caratterizzante del magistero di Papa Prevost. Basti ricordare le sue primissime parole da Vescovo di Roma, la sera dell’8 maggio scorso: «Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce». Questa metafora, profondamente radicata nel tessuto biblico e nella tradizione dogmatica della Chiesa, va a rinsaldare la prospettiva cristocentrica del movimento di evangelizzazione, che non va mai disgiunta dal riferimento allo Spirito Santo, quale attore principale della missione. Non è affatto casuale il fatto che i Padri conciliari abbiano scelto l’espressione Lumen gentium come incipit della costituzione sulla Chiesa, ma l’abbiano voluta riferire esplicitamente a Cristo. Quella stessa espressione, infatti, era stata già usata durante il pontificato di Papa Roncalli, ma riferita direttamente alla Chiesa. Come ha ben messo in evidenza Leone XIV, invece, l’intenzione del Concilio è sottolineare che non è la Chiesa la fonte della luce, ma essa riflette la luce di Cristo; «non è la Chiesa che attrae ma Cristo» (Discorso in apertura del Concistoro Straordinario, 7 gennaio 2026). Per cui, «se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore» (ibidem).

L’esigenza di ri-centrarsi in Cristo è emersa con particolare intensità nell’ultima catechesi del Santo Padre, tenuta mercoledì scorso, in cui ha richiamato l’attenzione su Dei Verbum, 2. «In Cristo — ha affermato Leone XIV — Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo» (Udienza generale, 21 gennaio 2026). In questo modo, Papa Prevost ha continuato a sviluppare la sua particolare linea interpretativa dell’insegnamento sulla Rivelazione, in grado di mettere in evidenza la dimensione relazionale ed esistenziale. Infatti, «Gesù ci rivela il Padre coinvolgendoci nella propria relazione con Lui» (ibidem). Dio si fa conoscere entrando nella rete delle relazioni umane, per orientarle in modo nuovo. La Rivelazione nella prospettiva cristiana non può essere presentata come una semplice acquisizione di “informazioni” a livello intellettivo, ma come esperienza che coinvolge la persona umana in tutte le sue dimensioni. In effetti, «si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità» (ibidem). È comunicazione di una verità per la salvezza integrale, che raggiunge la persona nella concretezza della sua esistenza. Quella verità risplende sul volto di Cristo, Parola fatta carne. La Rivelazione di Dio, che trova il suo compimento in Cristo, rende visibile così quel movimento di compassione che caratterizza la vita divina e che porta Dio ad uscire da sé, per comunicarsi a noi in un atto di donazione carico di amore. Ogni cristiano, divenuto nel battesimo discepolo-missionario, è chiamato a sentirsi inserito nella scia di questo movimento inesauribile.

La particolare sensibilità con cui Leone XIV ci sta guidando in questa riscoperta del Concilio, dei suoi testi e della sua eredità, ancora da sviluppare e far fruttificare, ci fa riconoscere nel Vaticano II una fonte viva di ispirazione e stimolo critico per l’esistenza concreta dei singoli e per la vita di relazione che anima dal di dentro le nostre comunità ecclesiali.

Armando Nugnes
Rettore del Pontificio Collegio Urbano 
“de Propaganda Fide” in Roma

L’Osservatore Romano