Lunedì 19 gennaio 2026
In relazione al tema “Missione – Andare all’essenziale”, il Segretariato Generale della Missione ha cercato contributi per arricchire la riflessione personale e comunitaria. Poiché sia gli ultimi due Capitoli Generali sia l’ultima Assemblea intercapitolare hanno insistito sull’importanza di coltivare una spiritualità comboniana per riqualificare il nostro servizio missionario, abbiamo scelto di condividere la seguente riflessione sulla missione di p. David Glenday. Questo contributo non è stato preparato specificamente per questo scopo, ma riteniamo che offra alcuni spunti interessanti capaci di illuminare la riflessione sulla nostra esperienza personale di missione.
Missione
Una questione d’amore
Abstract
La riflessione di p. David Glenday presenta la missione come fondamentalmente “una questione d’amore”, radicando l’identità e l’azione missionaria nell’amore di Dio rivelato nella Trinità. Ispirandosi agli insegnamenti dei papi Francesco e Leone, il testo afferma che la missione ha origine nella stessa natura di Dio come amore che esce da sé, compassionevole e missionario. Dio non è distante, ma attivamente presente nel mondo, soprattutto tra i poveri e gli emarginati, e invita i battezzati a condividere questo movimento divino. La missione, pertanto, non è anzitutto una strategia o un’attività, ma una risposta all’essere amati e trasformati da Dio.
Attraverso la propria esperienza come missionario comboniano nelle Filippine, p. David illustra come i missionari incontrino Dio già presente nella vita dei poveri. La missione diventa un luogo di apprendimento concreto dell’amore – attraverso la solidarietà, la gratitudine, la perseveranza e la gioia – rivelando che l’amore di Dio precede e plasma l’azione missionaria. L’amore, inoltre, esige lavoro e impegno: i missionari sono chiamati a discernere come Dio stia già amando i poveri e a collaborare umilmente come cooperatori in questa iniziativa divina in atto.
Vivere la missione come amore conduce alla trasformazione, sia del missionario sia di coloro che vengono serviti. I missionari diventano segni della presenza amorevole di Dio, mentre i poveri sono confermati nella loro dignità di figli amati di Dio. La riflessione si conclude applicando questi elementi al carisma comboniano, inteso come una storia vissuta e dinamica, radicata nella preghiera, nel discernimento e nella scoperta continua. Il vero rinnovamento non inizia dalla pianificazione umana, ma dall’attenzione a come la Trinità sta operando oggi, attirando la Chiesa sempre più profondamente in una missione plasmata e sostenuta dall’amore.
Missione
Una questione d’amore
Una buona domanda
Ho avuto la fortuna, durante la mia vita come missionario comboniano, di trascorrere undici anni di servizio nelle Filippine. Ricordo un giorno in cui un giovane laico impegnato mi rivolse questa domanda:
«Padre David, voi comboniani parlate spesso con entusiasmo della vostra vocazione e del vostro Fondatore, san Daniele Comboni. Condividete i suoi sogni, il suo slancio, i suoi viaggi, le sue speranze e delusioni, la sua eredità e la sua memoria – ed è tutto molto bello e ispirante. Ma ciò che vorrei sapere ora è questo: qual è il cuore, il centro, il motore della missione di san Daniele e della vostra missione oggi?»
Una domanda davvero molto buona, alla quale, nei miei quasi cinquant’anni di missione, ho spesso cercato di rispondere, cercando le parole giuste e, ancor più, le azioni giuste. Se oggi quel giovane mi ponesse la stessa domanda, non esiterei a chiedere l’aiuto non di uno, ma di due Papi: Francesco e Leone.
È infatti sorprendente che l’ultima grande lettera di papa Francesco, intitolata Dilexit Nos, sia dedicata all’amore – «l’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo» – e che la prima lettera di papa Leone a tutta la Chiesa, Dilexi Te, parli anch’essa di… amore – «amore per i poveri». È dunque chiaro: come dice papa Francesco, «la missione diventa una questione d’amore», e i missionari sono persone «innamorate e che, affascinate da Cristo, sentono il bisogno di condividere questo amore che ha cambiato la loro vita».
Missione come amore: sì, questa è la realtà stupenda e splendida che fa da ponte tra le due lettere dei Papi. Ed è soprattutto in questa realtà che desideriamo riflettere per crescere come missionari, ciascuno nelle proprie circostanze. Quali profonde scoperte sulla missione possiamo allora sperare di fare in questo cammino, avendo come mappa la lettera di papa Leone?
Primo: il nostro Dio è un Dio missionario
La missione è una questione d’amore, e in definitiva lo è perché nasce da Dio, la Trinità dell’amore. Tutto ciò che Gesù dice e fa nei Vangeli, per la potenza dello Spirito, lo rende evidente: il nostro Dio non è distante, freddo, indifferente, disimpegnato. No, il nostro Dio è in movimento, aperto, coinvolto, vicino, appassionato.
E noi siamo battezzati nel nome di questo Dio missionario. Con il battesimo, i Tre prendono dimora nel nostro cuore più profondo e iniziano a formarci come missionari – come loro!
Questo tema, questa realtà della Trinità missionaria, è stato molto presente nell’insegnamento e nella testimonianza di papa Francesco (si pensi, ad esempio, alla sua prima lettera Evangelii Gaudium) ed è stato ripreso con forza da papa Leone. Entrambi esortano la Chiesa a essere là dove i Tre sono già: ai margini, nelle periferie, con coloro che sono considerati lontani. In Dilexit Nos, papa Francesco insiste che il nostro cuore deve essere trasformato nel Cuore di Gesù, un cuore che va incontro ai feriti e ai deboli, e papa Leone approfondisce e consolida questa chiamata missionaria.
La missione è dunque una questione d’amore, perché Dio è amore, e l’amore di Dio è un amore missionario, che esce da sé.
Secondo: incontrare Dio nella missione
La Trinità dell’Amore ci spinge verso la missione – ma ci attende anche là. Durante i miei anni nelle Filippine – ho svolto il mio ministero in un piccolo angolo della megalopoli di Manila – ho avuto la grazia di imparare la lingua nazionale, il tagalog, e di poter così accompagnare in modo particolare una piccola comunità nelle baraccopoli della città.
Con loro ho fatto una scoperta toccante, che è il tesoro della vita di tanti missionari: il Dio che è amore ci precede nel nostro cammino missionario, e lo conosciamo di nuovo nella vita e soprattutto nel cuore dei poveri a cui siamo inviati. Nell’esempio delle loro vite, la missione diventa una scuola di amore, in cui l’amore ha il volto della solidarietà, della gratitudine, del coraggio, della gioia, della perseveranza, del buon senso, della tolleranza.
Nella missione con e tra i poveri, noi missionari impariamo ad amare.
Terzo: lavorare con Dio nella missione
Poiché la missione è una questione d’amore, è anche una questione di opere, di lavoro, di azione. Come dice Gesù in Giovanni 5,17: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero», e lo sviluppa in Giovanni 15, offrendoci la ricca immagine del Padre come vignaiolo. Il Padre si rallegra dei nostri frutti abbondanti, ci dice Gesù, e san Giovanni ribadisce la stessa visione quando ci esorta ad amare nei fatti e non solo a parole.
Per amore siamo collaboratori di Dio, come insiste san Paolo, e questo è insieme una gioia e una sfida. È una grande gioia sapere che il Signore desidera che ci uniamo a lui nell’amare i poveri, che desidera la nostra compagnia e solidarietà: è un nuovo modo di apprezzare la nostra grande dignità e il nostro potenziale nella grazia del battesimo. Ed è anche una sfida, perché significa che dobbiamo anzitutto discernere come Dio stia amando i poveri qui e ora, per poter rispondere a questa iniziativa divina. Dio ama per primo i poveri.
Infine: trasformati dall’amore
Quando comprendiamo e viviamo la missione come amore in questi diversi modi, accade qualcosa di meraviglioso e potente: veniamo cambiati, trasformati. Ci rendiamo conto, poco alla volta, che ciò che conta davvero nel nostro servizio ai poveri è soprattutto ciò che siamo, e scopriamo che stiamo diventando un segno, un sacramento della presenza amorevole di Dio.
Sì, noi siamo trasformati, ma per grazia di Dio lo sono anche coloro ai quali siamo inviati, poiché vengono condotti a una nuova consapevolezza del loro valore e della loro dignità infinita, e del loro potenziale come esseri umani, figli e figlie del Padre che li ama in modo del tutto speciale.
Le parole conclusive di papa Leone ci ispirano a collegare la vocazione all’amore con il modo specifico di viverlo come missionari comboniani:
L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno.
Implicazioni per il nostro cammino missionario
Guardando alla nostra esperienza personale, siamo invitati a discernere come abbiamo incontrato tale amore di Dio in armonia con il carisma di Daniele Comboni. Un carisma è, anzitutto, una storia da raccontare: qualcosa che ci accade, una narrazione vissuta – la Trinità all’opera. Un carisma ci orienta verso un fine voluto per primo dalla Trinità: rendere presente, nella Chiesa e nel mondo, qui e ora, uno o più dei molteplici aspetti della vita e della missione di Gesù, attraverso la vita di coloro che sono “toccati” da questa grazia. In questo modo, il carisma rende visibile Cristo.
Quando il carisma è compreso e vissuto in questo modo, tendono a verificarsi alcuni fatti molto significativi:
Conclusione
Quando il carisma è compreso e vissuto in questi modi, la sfida del rinnovamento continuo diventa urgente. È però fondamentale iniziare questo rinnovamento con la domanda giusta, che non è: «come dobbiamo rinnovarci?», ma piuttosto: «come Dio Trinità sta operando ora, attirandoci verso il rinnovamento?» o, come suggerirebbe Lonergan, «essere attenti». L’importanza data al discernimento, allo studio, alla preghiera e all’ascolto reciproco diventa così un indicatore significativo di un carisma vivo e vitale.
P. David Glenday, MCCJ