Giovedì 30 aprile 2026
Alla fine di aprile 2026, rappresentanti di Chiese e investitori ispirati alla fede si sono riuniti nella Diocesi di Innsbruck, in Austria, per la Seconda Conferenza degli Investitori Ecclesiali. La rete Iglesias y Minería, un’articolazione ecumenica che accompagna le comunità colpite dall’attività mineraria in tutta l’America Latina, è stata invitata a condividere la propria visione e prospettiva.
Portando oltre vent’anni di esperienza in Brasile, padre Dario Bossi, missionario comboniano, ha condiviso non solo fatti e dati, ma soprattutto la voce delle comunità che vivono in prima linea l’estrattivismo. Il suo intervento non si è concentrato principalmente sugli impatti dell’attività mineraria — già ampiamente documentati — bensì sul comportamento delle imprese, sulla responsabilità e sul ruolo delle Chiese in questo contesto.
Estrattivismo, responsabilità e il grido delle comunità:
un appello alle Chiese e agli investitori cristiani
Da Mariana a Brumadinho: quando la tragedia si ripete
Il Brasile ha vissuto due dei peggiori disastri minerari della storia recente: il crollo di dighe di residui minerari nei pressi di Mariana (2015) e di Brumadinho (2019), entrambi collegati all’azienda Vale.
Nel loro insieme, queste tragedie hanno causato la morte di 291 persone, devastato interi bacini idrografici e lasciato profonde ferite ambientali e sociali che persistono ancora oggi.
Dopo Mariana, lo slogan “Mariana Mai Più” è stato ampiamente diffuso. Tuttavia, pochi anni dopo, Brumadinho ha rivelato una realtà inquietante: non solo non erano state apprese le lezioni, ma erano state anche occultate gravi responsabilità. Le indagini hanno evidenziato audit manipolati, rapporti sulla sicurezza fuorvianti e l’omissione di informazioni critiche sulla stabilità delle dighe. Le prove suggeriscono che l’azienda fosse consapevole dei rischi e non sia intervenuta.
Brumadinho, pertanto, non può essere considerato un incidente isolato. Rappresenta una forma di recidiva aziendale, in cui il profitto viene anteposto alla vita umana.
Ancora più scandaloso è ciò che è seguito: invece di chiudere definitivamente i progetti responsabili di tale devastazione, le attività minerarie sono proseguite negli stessi territori, perpetuando rischio, incertezza e sofferenza per le comunità colpite.
Oltre i grandi disastri: la violenza silenziosa dell’attività mineraria
Mentre Mariana e Brumadinho hanno attirato l’attenzione globale, molte altre forme di violenza legate all’estrazione mineraria restano in gran parte invisibili.
In regioni come Carajás, nell’Amazzonia brasiliana, non si registrano disastri da prima pagina. Al contrario, le comunità sopportano una forma lenta e cumulativa di danno: contaminazione del suolo e delle acque, deterioramento della salute pubblica e progressiva erosione dei mezzi di sussistenza tradizionali. Si tratta di una “violenza omeopatica”, persistente e spesso ignorata.
Allo stesso tempo, la transizione energetica globale sta accelerando la domanda di minerali, portando all’espansione delle frontiere estrattive e all’aumento dei conflitti. Nella sola Amazzonia brasiliana si contano circa 1.300 richieste minerarie che interessano territori indigeni.
Questa espansione è spesso accompagnata, in diverse regioni del mondo, da militarizzazione e occupazione territoriale, dove la “sicurezza” viene definita in funzione dell’accesso alle risorse naturali. Gli interessi delle imprese influenzano sempre più le decisioni politiche, sollevando una domanda fondamentale: chi decide che la mineraria è di “interesse nazionale”, mentre la tutela dei territori indigeni non lo è?
La forza delle comunità e il ruolo delle Chiese
In questo contesto, la rete Iglesias y Minería ha concentrato i propri sforzi nel sostenere le comunità nelle loro lotte per la vita e la giustizia.
Ciò include il sostegno nelle emergenze, l’organizzazione di base e la promozione della leadership comunitaria nei negoziati con le imprese e lo Stato. Un risultato importante è stata l’approvazione, tramite iniziativa popolare, della legge “Mar de Lama Nunca Mais” nello Stato del Minas Gerais, che ha stabilito norme più rigorose per la sicurezza delle dighe e vietato alcune strutture ad alto rischio.
Ma oltre ai risultati concreti, l’impegno centrale resta pastorale: stare accanto alle vittime — umane e non umane — e custodire il loro sguardo e la loro lotta.
Questa prossimità è essenziale, soprattutto quando i cosiddetti processi di “dialogo” con le imprese si rivelano spesso fragili, incoerenti o persino manipolatori, privi di una reale assunzione di responsabilità.
Una necessaria diffidenza
Uno dei messaggi più forti che emergono da queste esperienze è la necessità di mantenere una distanza critica dalle narrazioni aziendali.
Troppo spesso investitori e istituzioni fanno affidamento su dichiarazioni aziendali, standard volontari e quadri ESG. Tuttavia, il divario tra discorso e realtà sul territorio rimane ampio. In Brasile, le comunità hanno imparato nel modo più doloroso che la “buona fede” delle imprese non può essere data per scontata.
Per questo motivo, regolamentazioni vincolanti — come solidi meccanismi di due diligence — sono essenziali. I recenti tentativi di indebolire tali normative, in particolare in Europa, suscitano serie preoccupazioni.
Investitori e corresponsabilità
Un punto chiave affrontato a Innsbruck è stato la responsabilità degli investitori.
Gli investitori non sono attori neutrali. Finanziando le imprese minerarie, diventano corresponsabili dei danni causati. I dividendi che ricevono sono spesso legati a misure di riduzione dei costi che compromettono la sicurezza e la protezione ambientale.
Dopo il disastro di Brumadinho, la Chiesa d’Inghilterra ha deciso di disinvestire da Vale, riconoscendo questa responsabilità etica. Questa decisione rappresenta un esempio importante. Allo stesso modo, la Conferenza Episcopale Austriaca ha recentemente pubblicato una Linea Guida Etica per gli Investimenti, vincolante, che esclude investimenti in oro, nell’estrazione dell’oro e in asset legati all’oro, a causa dei gravi impatti ambientali e sociali associati alla sua estrazione, nonché dei suoi legami con conflitti in diverse parti del mondo.
Tuttavia, permane una sfida più ampia: troppo spesso le imprese dannose continuano a essere sostenute semplicemente perché percepite come “meno peggiori” di altre. Eppure, in molti casi, il modello di business stesso rimane intrinsecamente pericoloso.
La strategia di investitori consapevoli e organizzati per influenzare il comportamento delle imprese attraverso un dialogo attivo — noto come “engagement” — può avere un ruolo. Tuttavia, come già evidenziato, le imprese riescono spesso a mascherare la mancanza di un impegno genuino. In questo contesto, il disinvestimento dovrebbe essere considerato non solo come ultima risorsa, ma come una scelta etica coerente.
Cresce inoltre la preoccupazione per il rischio di “faith-washing”, attraverso il quale le imprese cercano legittimità tramite la vicinanza alle istituzioni religiose. Per questo motivo, la rete Iglesias y Minería mantiene un principio chiaro: non accettare sostegno finanziario da imprese minerarie. Allo stesso modo, la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile ha recentemente incluso nelle proprie Linee Pastorali il principio di non accettare donazioni, investimenti o sponsorizzazioni provenienti da attività e settori che danneggiano l’ambiente e la vita.
Recenti orientamenti vaticani, come il documento Mensuram Bonam, riconoscono esplicitamente l’attività mineraria come un settore che richiede un attento discernimento etico e, in alcuni casi, la sua esclusione dai portafogli di investimento.
È possibile un altro modello?
Al di là di questi strumenti, resta una domanda più profonda.
La crisi ecologica ci invita a guardare oltre le soluzioni tecniche e i miglioramenti incrementali. Come ha affermato ripetutamente Papa Francesco nella Laudato Si’, ciò che è necessario è un “cambiamento radicale”, una “coraggiosa rivoluzione culturale” e una ridefinizione dello stesso concetto di progresso.
Papa Leone XIV ha riecheggiato questa preoccupazione, avvertendo che il paradigma attuale — guidato da estrazione, accumulazione e disuguaglianza — conduce in ultima analisi alla morte e al conflitto.
Come ricorda la Laudato Si’, non è più sufficiente cercare un equilibrio tra protezione ambientale e profitto finanziario. I mezzi compromessi rischiano di ritardare il collasso invece di prevenirlo.
Per le Chiese, questo è un momento di discernimento e coraggio. Siamo disposti a mettere in discussione il modello economico che sostiene l’estrattivismo? Siamo pronti a stare chiaramente dalla parte delle comunità colpite, anche quando ciò sfida interessi potenti?
L’esperienza delle comunità latinoamericane offre una risposta chiara: un altro cammino non solo è necessario — è già vissuto — nella resistenza, nella solidarietà e nella difesa della vita.