Domenica 6 settembre 2015
Oggi si è ufficialmente aperto il XVIII Capitolo Generale dei Missionari Comboniani. Il titolo di questo Capitolo enuclea il messaggio dell’Esortazione Apostolica di Papa Francesco ‘Evangelii Gaudium’: Discepoli Missionari Comboniani chiamati a vivere la gioia del Vangelo nel mondo d’oggi. Il Padre Generale, Enrique Sanchez, nell’omelia della S. Messa di apertura, ha sottolineato che “soltanto nella misura in cui saremo capaci di mettere la persona [di Gesù] al centro della nostra riflessione, dei nostri interessi, delle nostre ricerche […], il Capitolo diventerà un intenso momento di vita missionaria comboniana”; infatti, mettere al centro Gesù è assumere lo stile del Buon Pastore, è “vivere decentrati, spoliati di sé stessi, disposti a condividere la sofferenza e il dolore dei poveri del nostro tempo”.

Idee ribadite nel discorso di apertura in aula capitolare in cui il Padre Generale ha rimarcato che, come capitolari, “ci troviamo qui chiamati a svolgere un lavoro che dovrà essere più quello del mediatore che del protagonista, dell’ascoltatore e del custode del silenzio e meno del teorico, più di strumento nelle mani di Qualcun Altro che di promotore di cause nostre”.

P. Enrique ha concluso il suo discorso augurandosi che il coraggio e la fede che animarono Comboni aiutino i delegati al Capitolo a superare le difficoltà, i problemi, l’incapacità di sognare, perché il missionario non vive per altro che per annunciare il Vangelo ai più poveri e abbandonati.

 

Messa di apertura del XVIII Capitolo Generale
6 settembre 2015


[Letture della Messa: Isaia 61, 1-3; Galati 6,14-18; Giovanni 10,11-19]
 

Omelia

Questa mattina ci disponiamo a dare inizio a un momento molto particolare nella vita del nostro Istituto e della missione che portiamo nelle nostre mani e che condividiamo con tante persone nei diversi contesti dove siamo presenti. È un momento di grazia, è dono che abbiamo ricevuto (visto che nessuno si è candidato per avere il diritto a un posto nell’assemblea capitolare) per diventare strumenti e testimoni dell’azione dello Spirito di Dio, che vuole manifestarsi attraverso di noi dicendo una parola che deve diventare guida per il nostro prossimo futuro personale e per il futuro dell’Istituto.

Siamo stati chiamati ad allontanarci durante le prossime settimane dal nostro abituale lavoro e impegno nelle missioni per vivere una missione ancora più importante e determinante che è quella di concentrare tutte le nostre energie, la nostra intelligenza e il nostro spirito per contribuire con il nostro granello di sabbia alla costruzione del Regno, dell’unica e vera missione che non è altro che quella portata avanti dal Signore Gesù.

Sicuramente la prima cosa che salta ai nostri occhi, nell’ascolto della Parola di Dio, è la costatazione che la missione di cui dobbiamo occuparci nei prossimi giorni non è un ‘da farsi’, non è un lavoro, non è una strategia per rispondere con le nostre energie alle sfide del nostro mondo e ai drammi dei nostri contemporanei. Anche se non possiamo dimenticare tutto quello che accade, oggi, in mezzo a noi e nella realtà dove siamo presenti, e dove condividiamo le lacrime amare di tanti fratelli e sorelle che soffrono e muoiono vittime dell’indifferenza e dell’egoismo che sembrano impadronirsi del nostro tempo.

Cari confratelli, dall’ascolto e dalla contemplazione della parola che abbiamo proclamato, ci sono offerte due immagine che penso siano dono per l’itinerario che stiamo per cominciare.

Gesù nella sinagoga di Nàzaret compie la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura e, con molta semplicità e umiltà, ci ricorda che lui è la missione, che lui incarna il desiderio del Padre di partire da se stesso per andare ad incontrare quelli che ama con tutto il suo cuore, che non c’è un’altra missione da inventare.

La missione di cui dobbiamo occuparci ha un nome e un cognome, è una persona che ci sfida e ci ricorda che Dio non ha bisogno di noi per stabilire il suo Regno, che non ha urgenza di scoprire le nostre intuizioni e che da tempo ha elaborato un suo piano che continua ad essere attuale e operativo.

Il Signore, con molta semplicità, ma con non meno franchezza ci dice che la missione, che è sua, la conosce, e bene. E ciò nonostante, Il Signore sembra dirci che anche se può fare a meno di noi, non vuole realizzare il suo progetto senza di noi.

Ed eccoci in Capitolo per offrirci l’opportunità di confrontarci con la persona, con l’agire, con il sentire, con il decidere di Gesù che in tutta semplicità ci dice: oggi questa parola si compie in me. Io sono la missione, io sono la Parola da portare fino ai confini del mondo, io sono chi indica le modalità e le preferenze, le scelte e i cambiamenti che devono essere messi in pratica. Io sono il consacrato e quello che si lascia consacrare per diventare docile, disponibile, obbediente, martire di una volontà che non è la mia, di una missione che non ho inventato io, che non ho scelto io, che non ho preparato per me.

Una missione che accetto nella fede e nella consapevolezza che mi porterà dove non so e mi chiederà quanto non ho immaginato. È la missione dell’abbandono, della fiducia, della speranza, dell’ottimismo, dell’inaudito di Dio che vuole guidarci al suo cuore per insegnarci che la missione è, prima di tutto, questione d’amore che offre tutto e chiede tutto.

Io sono la missione, sembra dirci con molta chiarezza il Signore: credo che non sia molto difficile dedurre che soltanto nella misura in cui saremo capaci di mettere la sua persona al centro della nostra riflessione, dei nostri interessi, delle nostre ricerche in queste settimane, il Capitolo diventerà un intenso momento di vita missionaria comboniana.

La seconda immagine che ci è stata proposta è quella di Gesù Buon Pastore, icona fondamentale nella nostra spiritualità, che ci sfida a non dimenticare quali sono gli  atteggiamenti che non possiamo e non dobbiamo perdere di vista nel momento di fare il nostro discernimento per rispondere alle situazioni dove viviamo la missione, oggi, come comboniani.

Contemplando Gesù Buon Pastore: la misericordia, la compassione, la tenerezza per gli abbandonati, la premura per gli esclusi, la solidarietà con gli emarginati, la disponibilità di andare all’incontro dei lontani, l’amore per chi abbiamo accanto, l’impegno nella difesa della giustizia e la cura per la conservazione del creato. Questi e altri atteggiamenti ci fanno capire che il missionario, secondo lo stile del Buon Pastore, è uno chiamato a vivere decentrato, spogliato da sé stesso, disposto a condividere la sofferenza e il dolore dei poveri del nostro tempo.

Quanto dovremo imparare da Cristo Buon Pastore in questi giorni in cui cercheremo di sognare un Istituto per rispondere alle grida dei nostri contemporanei!

Tantissimo ci sarà chiesto; sicuramente di rinunciare alle nostre visioni, alle nostre convinzioni, ai nostri criteri, alle nostre immagini di missionari comboniano che ci siamo fabbricati con il trascorre del tempo e con l’affermarsi delle nostre esperienze e anche delle nostre fragilità e povertà personali.

Nel riflettere e nel decidere, nelle prossime settimane ci gioverà molto lasciare risuonare le parole del Buon Pastore che ci ricorda che lui vive per le sue pecore, che non fa altro che vivere per loro, che tutto il suo amore sta nel cercare il loro bene e la sua preoccupazione e quella di farsi conoscere e conoscere ciascuna di loro.

Io sono il Buon Pastore che offre la sua vita per le pecore; forse anche noi in questo tempo saremo chiamati a morire a noi stessi per diventare vita per il nostro Istituto e per la nostra missione. Sicuramente non si tratta d’un sacrificio assurdo, ma d’una possibilità di vivere una esperienza profonda d’amore per la missione e per il nostro Istituto.

A questo punto penso che il Capitolo, come momento in cui il Signore in modo particolare si fa vicino a noi, è anche un richiamo a spogliarci di tutto quello che possiamo portare con noi, nelle nostre teste, nei nostri cuori, nei nostri più profondi desideri per lasciare agire liberamente lo Spirito che vuole guidarci. Si tratta, in un certo modo, di riconoscerlo come l’unico protagonista di tutto quello che siamo chiamati a vivere nei prossimi giorni di Capitolo. Il Capitolo allora penso si presenti a noi come una grande sfida che ci provoca a diventare strumenti nelle mani di Dio affinché sia lui l’artefice che disegna il progetto di missione, d’Istituto, di missionari che vuole quando pensa a noi e alla nostra Congregazione. Il Capitolo, in questo senso, non può essere altro che una meravigliosa occasione per fare la verità in noi stessi, come persone e come Istituto, circa ciò che significa la missione e l’essere missionari comboniani oggi in fedeltà al carisma di San Daniele Comboni.

Che il Signore ci accompagni e l’intercessione di Maria ci aiuti a diventare strumenti poveri ma disponibili perché si compia in noi il sogno di Dio per il nostro Istituto e per la missione.

Affidiamo questo XVIII Capitolo a San Daniele Comboni, a San Giuseppe, ai nostri confratelli, alle nostre sorelle e ai laici che ci hanno preceduto nel vivere la gioia di questo carisma.
Che il Signore ci accompagni.