Lunedì 28 gennaio 2019
Alcune date hanno un significato particolare, segnano traguardi importanti nella vita delle persone e delle comunità. Per l
Acse è arrivata una di queste date, quella che vede l’Associazione comboniana a servizio di emigrati e profughi raggiungere i 50 anni di attività. Per celebrare questo giubileo, sono state programmate alcune iniziative a Roma, la prima delle quali è stato un incontro il pomeriggio del 23 gennaio presso Palazzo Poli sul tema: “Un’avventura della solidarietà”.

Sono previsti altri incontri sempre a Roma: il 28 febbraio, presso la Curia Generalizia dei Comboniani, sul tema “Gli attuali scenari della salute dei migranti”; il 25 marzo presso il Seraphicum con P. Alex Zanotelli, sul tema “L’accoglienza che rigenera”; il 18 maggio (sede da definire) una serata musicale con canti, danze e musiche africane.

Giubileo dell’Acse a servizio di emigrati e profughi:
 50 anni di carità

Le celebrazioni del Giubileo dell’Acse sono iniziate il 23 gennaio con un incontro interessante e molto partecipato a Roma. Erano oltre 150 le persone che hanno riempito la sala Dante di Palazzo Poli, a cui è addossata la celebre Fontana di Trevi. Erano presenti, oltre agli amici dell’Acse, le Comboniane con la superiora generale, i Comboniani (il superiore generale era in visita alle missioni), rappresentanti di altri Istituti, molti giovani africani e altre persone. Amedeo Piva ha introdotto e coordinato i vari interventi.

Per i saluti e l’accoglienza, hanno partecipato all’evento Francesco Scoppola, direttore generale educazione e ricerca (Mibac), Paolo Masini, presidente Roma BPA, e Sabrina Alfonsi, presidente Municipio Roma I. Erano stati invitati anche l’on. Roberto Fico, presidente della Camera, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, e Virginia Raggi, sindaco di Roma, i quali, non avendo potuto partecipare per impegni improrogabili, hanno inviato un messaggio di auguri.

P. Venanzio Milani, in qualità di presidente dell’Acse, ha presentato la storia dell’Associazione comboniana dagli inizi con P. Renato Bresciani fino ai giorni nostri, con le sue diverse attività. Sono seguite interessanti testimonianze del vissuto, in prima persona, di una delle prime collaboratrici (Anna Maria Biagiotti), di due giovani, un etiopico (Ahmed Adem) e un afgano (Ali Ehsani), che hanno usufruito delle borse di studio dell’Acse e ora sono ingegnere e avvocato. Anche Sr. Maria Rosa Venturelli, comboniana e vicepresidente dell’Acse, che tra l’altro segue gli immigrati con borse di studio, ha raccontato la sua esperienza e la storia della presenza delle Comboniane all’Acse.

L’on. Francesco Rutelli, che ha conosciuto e aiutato P. Bresciani, lo ha ricordato come uomo di fede libero e generoso che lo ha aiutato, come sindaco di Roma, a conoscere meglio le condizioni degli immigrati e delle persone bisognose. Ha sottolineato l’importanza dell’impegno dell’Acse e ha detto che P. Bresciani è stato un “iniziatore infaticabile” della carità verso i migranti a Roma.

Ha concluso l’incontro un magistrale intervento sulla situazione attuale dell’immigrazione del sen. Luigi Manconi, il quale ha dissertato sulla virtù della solidarietà, partendo da categorie politiche, economiche e demografiche, che però – ha sottolineato – non possono non rientrare in un quadro specifico di valori e di diritti umani, tra cui il diritto alla migrazione e al mutuo soccorso.

Intervento di P. Venanzio Milani

P. Venanzio Milani, presidente dell’Acse.

Ancora prima del Concilio, i Comboniani avvertirono che la presenza dei cosiddetti "Terzomondiali" era un segno dei tempi e che occorreva essere coinvolti nel tentare di dare almeno parziale soluzione ai loro problemi. Tentarono alcune iniziative occasionali, affidandosi all'intraprendenza di qualche missionario.

E' nel 1969 che P. Renato Bresciani, appoggiato da un gruppo di laici, fondò l'Acse: associazione comboniana a servizio dapprima per studenti e poi per tutti gli emigranti e profughi. P. Renato è un comboniano che ha lavorato molti anni nel Sud Sudan, soprattutto nella formazione di sacerdoti e laici e da cui era stato espulso per aver fatto, come diceva Comboni "causa comune" con la gente per rivendicazioni di giustizia e libertà.

Inizialmente l'Acse, come ho detto, svolgeva un servizio, soprattutto per studenti sudanesi, ugandesi e burundesi. In seguito divenne il primo centro aperto in Italia per migranti dall'Africa, dall'Asia e dall'America latina.

“E' la missione che viene a noi, diceva P. Bresciani, ripetendo la celebre frase di Paolo VI Si tratta di fratelli e sorelle – continua P. Bresciani – che, a motivo di terribili circostanze storiche, si avvalgono dell'ultimo brandello di libertà concesso loro: l'emigrazione. La nostra cattolicità, la nostra missiologia sarà così gretta e a senso unico da sottrarsi ai compiti che la storia della famiglia umana, la famiglia di Dio, gli sottopone? Purtroppo è così facile rifugiarsi nell'alibi! Viene così spontaneo dire: [siamo nell'80] perché non se ne stanno a casa loro? Non vedono che qui non c'è posto e si mettono in guai troppo grossi?”

“Occorre ridimensionare – continua p. Bresciani – le nostre strategie e impiegare parte delle nostre risorse anche per questa nuova realtà. Chi se ne deve accorgere per primo? chi deve rimboccarsi le maniche e alzare un grido d'allarme se non noi missionari? Noi dell'Acse siamo convinti che tutto ciò non esula da quella che fu la primigenia ispirazione del Comboni. Siamo convinti che il duplice sforzo di animazione missionaria delle vecchie cristianità e di evangelizzazione delle giovani chiese sarebbe monco e anacronistico senza un 'attenzione speciale per i "terzomondiali" necessitosi che vengono a noi!”

I servizi dell'Acse, resi da volontari e da alcuni comboniani e comboniane, dalle suore vincenziane e francescane, nei primi tempi erano molteplici: assistenza sanitaria, assistenza burocratica e traduzioni, ricerca di alloggi e collocamento, buoni pasto, offerta di sussidi per viaggi e rimpatri, deposito bagagli e documenti, recapito postale...

Di rilievo l'impegnativo servizio alle famiglie dal 1984. Non ci sono per loro centri di ospitalità statali o ecclesiali perché gli alloggi sono strutturati per soli uomini o donne. L'Acse raccoglie una rete di famiglie italiane, circa 200, disposte a dare ospitalità. Si affittano appartamenti ad hoc. Era un primo tentativo che ha avuto in seguito l'appoggio della Caritas. Purtroppo l'iniziativa degli appartamenti ad hoc terminò per mancanza di fondi, ma l'impegno per le famiglie continuò in altro modo.

Impressionante il numero dei migranti che venivano assistiti alla fine degli anni 70 e inizi 80: P. Bresciani scriveva che erano da 10 a 13mila l'anno. Provenivano da circa 100 paesi. In seguito 1'afflusso diminuì anche perché erano nate altre associazioni come Caritas, Comunità di Sant'Egidio, ecc., impegnate per gli immigranti. Nel 1986 l’Acse assisteva 902 profughi, 137 studenti, 191 nuclei familiari, 304 persone in estrema necessità. La media giornaliera degli assistiti era di 240-260 persone al giorno, fino a raggiungere al sabato 480-500 persone. Anche le spese erano rilevanti. Nel 1991 ammontavano a 414.238.294 lire.

E' interessante ricordare tre esperienze che, anche se non hanno avuto lunga vita, rivelano la intraprendenza e la volontà di trovare lavoro per migranti in modo da garantire loro una vita normale. La prima è il servizio pastorale agli immigrati che sono nel carcere di Rebibbia. Lo rendevano i PP. Efrem e Zordan con Sr. Pieraugusta. La seconda è la cooperativa tipografica di immigrati che ha stampato più di 120 libri: 20.000 copie della Storia sacra in Nuer, libri in Denka, Bari e Madi. La terza è un'altra cooperativa, ingaggiata dal Vaticano per il posizionamento e rimozione delle sedie per le udienze e cerimonie in Piazza S. Pietro e altrove. Vi hanno lavorato una settantina di immigrati.

Qualcuno criticava l’Acse, come se facesse un' opera di mera assistenza, magari da ammirare, ma non di più. Interessante la risposta di P. Bresciani nel 1982 e che potrebbe avere qualche valenza anche oggi.

“L'emigrazione deve essere affrontata anche come problema che coinvolge e interessa la società in quanto tale. Noi dell'Acse, anche se umilmente, abbiamo fatto una intensa azione capillare per scuotere l'opinione pubblica e mettere in moto le autorità. Con altre associazioni e istituzioni emergenti della chiesa e della società già nel 1972 ci siamo prodigati per ottenere il riconoscimento per i diritti fondamentali e norme amministrative giuste e appropriate per i migranti. Ai vescovi abbiamo inviato un esposto perché la chiesa assuma le sue responsabilità e provveda a strutture di solidarietà e cura pastorale [la sede era un dramma per l'Acse, pensate che prima di arrivare ad avere l 'attuale sede nel 1983, grazie al Vicariato, ha avuto ben 11 altre sedi]. Alla chiesa di Roma nel 1976 abbiamo chiesto un luogo di culto per i migranti secondo la loro provenienza. I primi ad usufruirne furono gli eritrei, poi i filippini e i nigeriani. Ma affinché questo avvenisse – continua – occorreva iniziare con un esempio di concretezza e con un intervento immediato. E soprattutto era necessario che la persona del povero fosse trattata come persona e la sua sofferenza fosse il più possibile ridotta".

E' forse utile riportare, quasi a commento di questo grande periodo dell'Acse, un lusinghiero giudizio di S. Giovanni Paolo II e un commento di P. Bresciani.

Papa Giovanni Paolo II definiva l’Acse: "una vera iniziativa di frontiera e scuola per operatori sociali che, a loro volta, avrebbe ispirato altre iniziative analoghe". In un secondo tempo infatti – come detto – nacquero a Roma la Caritas, la Comunità di Sant'Egidio, il Centro Astalli... quali espressioni evangeliche della fantasia della carità.

Ecco il commento di P. Bresciani sull' operato dell'Acse e il clima che si viveva. “Da semplice luogo di servizi, il centro Acse diventa per i nostri migranti crocevia di gioventù, in febbrile attività verso l'affermazione delle loro speranze e intenti, crogiuolo ecumenico e culturale, spazio per riunioni e aggregazioni le più varie, per la ricerca di supplenze estemporanee a ciò che è inesistente, disatteso o rifiutato dagli uffici consolari; diviene infine fertile campo per accordi discreti e fraterni di solidarietà e mutuo soccorso”.

Quindi p. Bresciani fa un elogio ai volontari di un tempo che non si può non estendere anche a quelli dei giorni nostri e che il consiglio direttivo fa suo. “Senza i suoi volontari, l’Acse non avrebbe potuto esistere e agire, almeno per tutto il tempo e con il ritmo e l'incisività raggiunti. In tutti questi anni di ininterrotta attività, i volontari sono stati molti, oltre 150, senza contare gli ausiliari esterni: Comboniani e Comboniane, sacerdoti, suore e laici di altri istituti, da tutti i cinque continenti e anche non cattolici e non cristiani. Alcuni hanno lavorato con noi per brevi periodi, altri vi hanno speso un arco considerevole della loro vita. Pochi a tempo pieno, ma tutti hanno dato il loro meglio, uniti nello stesso impegno di accoglienza e ospitalità. Qualcuno cerca d'esprimere questo con una semplice frase: tu aiuti il fratello bisognoso e lenisci la sua povertà, ma l'aiutato, a conti fatti, ti dona molto di più, ti arricchisce della sua amicizia e dei valori della sua cultura, redime la tua gonfia ‘sufficienza’".

Val la pena ricordare alcuni di questi volontari e volontarie dei primi tempi. I comboniani Massimo Cremaschi, Roberto Zordan, Claudio Gasbarro, Alberto Marra, Tresoldi Efrem, Paolo Serra, Jean Bosco, Claudio Crimi, Giorgio Poletti. Le comboniane sr. Pieraugusta Radice, sr. Giovanna Calabria, sr. Rosangela Fusto, Rosaria Vincenzi, la francescana sr. Lina Fazzolari. I laici Gabriella di Giamberardino Galeazzi, Peppe Giordano, Alfredo Pini, Fausta Guerra… e altri.

Dopo la morte del Fondatore avvenuta il 22 luglio 1996, l'attività a sostegno dei migranti, sempre nel segno del volontariato (grazie al cielo ci sono sempre stati, anche se ne vorremmo sempre più), è proseguita, arricchendosi nel tempo di servizi offerti con crescente professionalità. L'Acse è stata la prima a iniziare in Italia una scuola di informatica per migranti con il rilascio della certificazione ECDL. Dal 1997 gestisce un ambulatorio odontoiatrico per migranti, effettuando prestazioni identiche a quelle di altri ambulatori. Tiene corsi di lingua italiana, differenziati per livelli, che permettono di effettuare in sede gli esami di lingua dell'Università per stranieri di Perugia. Offre inoltre corsi di lingua inglese. Rende servizi per la ricerca di lavoro, l'assistenza legale per la richiesta di documenti e la soluzione di problemi familiari, di alloggio e di controversie per il lavoro; il ritorno volontario assistito, la distribuzione di alimenti, il sostegno a studenti universitari con borse di studio e assicura un servizio pastorale. L'Associazione assiste oggi complessivamente oltre 1.500 migranti l'anno.

Termino con alcune proposte allo scopo di qualificare e motivare sempre meglio il servizio verso e con gli immigrati nell' attuale società in continua evoluzione.

  1. Favorire una cultura di rispetto della vita e delle persone nei loro diritti e nella loro identità che porti a un maggiore senso di umanità nelle relazioni fino a una fraterna solidarietà nella giustizia. C'è esigenza di passare dalla multiculturalità alla interculturalità e da una accoglienza ordinata alla integrazione. Non è possibile passare sotto silenzio decreti, slogan, interventi contro il buon senso dell’umanità che ci portano ad atteggiamenti di puro razzismo.
  2. Qualificare sempre più professionalmente i servizi attualmente resi e ricercandone dei nuovi secondo le nuove esigenze. Ben sapendo che al di là dei servizi offerti occorre maturare una attenzione e sensibilità rilevanti per le singole persone dei migranti, cercando di conoscerle nella loro identità e valori. La conoscenza è essenziale per chi cerca di accompagnarli sulla strada dell'inclusione sociale e dell'interazione culturale. Non sarebbero estranei quindi dei corsi di formazione anche per coloro che rendono i servizi.
  3. Promuovere, motivare e coordinare un volontariato gratuito, che per caratteristiche generazionali e provenienze professionali costituisce un potenziale necessario per la vita dell'Associazione. Con una nuova condizione: la partecipazione degli stessi migranti, come soggetti di servizio e non più destinatari.
  4. Essere presenti e per quanto possibile promotori di campagne e azioni ai più diversi livelli a favore dei diritti dei migranti e per un loro progressivo cammino verso l’integrazione.
  5. E' bene quindi relazionarsi e interagire, senza contraddire le proprie finalità, con le non poche associazioni e organismi simili. Senza escludere interventi di denunce. Migliorare la rete di relazioni con attori pubblici e privati. Solo una azione comune è incisiva e ha premesse di risultati.
  6. Costituire, partendo da questo giubileo, un fondo per sostenere le borse di studio per studenti universitari migranti, in prospettiva di formare dei leader che saranno promotori di sviluppo e progresso nei loro paesi.

Ancora lunga vita all’Acse!

Sr. Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana.

ATTUALITÀ dell’ACSE

PRESENZA E RUOLO DELLE SORELLE COMBONIANE NELL’ACSE

UNA LUNGA MARCIA IN CUI SI FORMA UNA UMANITÀ NUOVA

Intervento di Sr. Maria Rosa Venturelli
Roma, 23 gennaio 2019

In 50 anni di vita dell’ACSE, varie sono state le mie consorelle, le Suore Missionarie Comboniane, che si sono avvicendate in ACSE.

Come testimonianza raccolta dai documenti del passato, posso dire che sono sempre state all’altezza delle necessità del momento che stavano vivendo con e accanto ai migranti. Alcune si sono addirittura superate. E i migranti le ricordano ancora oggi con affetto e stima, anche dopo anni e anni.

Personalmente ho conosciuto P. Renato negli anni ’90. Lo incontravo a volte su Ponte Vittorio, mentre con una cartella sotto il braccio e una borsa colma di carte e carte, si avviava verso i diversi uffici. Si fermava per un saluto, sempre sorridente e calmo…anche se di corsa. Mi parlava degli studenti universitari, delle mamme in difficoltà, della ricerca continua di aiuti, delle famiglie adottive, ma sempre con serenità. Mi è rimasta di lui l’immagine serena di un missionario e un confratello, con un grande cuore per la sua amatissima Africa, in particolare per gli studenti universitari, che lui amava moltissimo. La sua era una grande passione per i suoi figli e figlie migranti. È una immagine la sua che mi accompagna tutt’ora, mentre lo vedo ancora adesso, nella memoria, attraversare a piedi Ponte Vittorio. 

Si viveva allora lo slogan che era nei nostri cuori e nelle nostre menti.
I Migranti sono la nuova frontiera della Missione ad gentes
in Europa e particolarmente a Roma

È stato quello un tempo fecondo vissuto da giovani donne in formazione, ragazze attratte dal carisma di San Daniele Comboni; giovani donne che crescono, maturano, camminano con il passo dei poveri, sul terreno della missione romana dell’ACSE.

Dal 1984 è nata la nostra collaborazione più stretta con l’ACSE, come Comboniane. 

In Via Paolina al n. 13, poco lontano dalla sede dell’ACSE, viveva e vive tuttora una Comunità di Sorelle Comboniane. In quegli anni però vi risiedeva la comunità del Postulato, prima tappa di formazione per diventare “donne consacrate” sui passi di San Daniele Comboni. Erano per loro due anni intensi di formazione, e i gruppi si ragazze si alternavano. Quell’anno era responsabile della formazione di queste giovani sr. Giovanna Calabria, missionaria aperta e attenta alle necessità della Chiesa locale. Insieme a lei, poi anche altre sorelle comboniane hanno speso energie, forza, creatività, donato amore ai migranti che numerosi si affacciavano sul terreno ACSE.

Per anni, diverse di queste giovani hanno avuto una finestra aperta sull’ACSE, maturando nella vocazione missionaria a contatto con i poveri, i migranti, le mamme con bambini, le giovani studentesse africane e tutti coloro che per qualsiasi necessità si rivolgevano all’ACSE.

Era un ministero pastorale molto semplice, fatto di piccole gocce di umanità che sgorgavano dal cuore di queste ragazze future missionarie.  La mattinata del sabato le giovani la dedicavano ai poveri, un pacco viveri, un indumento caldo, una parola di affetto, un gesto di affettuosa solidarietà, un sorriso contagiante, una stretta di mano e un abbraccio caloroso, facevano la differenza. Ancora oggi queste giovani, ormai suore mature sul campo della missione, ricordano con nostalgia e affetto la loro formazione missionaria all’ACSE, accanto ai poveri che p. Renato tanto amava.

Il carisma di p. Renato ha fruttificato nella Famiglia Comboniana al femminile, generazioni di giovani hanno incontrato le povertà di Roma e hanno camminato con il passo dei poveri, ascoltando il “grido della città”. Slogan oggi usato dal Card. Angelo De Donatis nella programmazione dell’anno pastorale 2018-2019. Ascoltiamo il grido della nostra città!

UN INCONTRO CHE CAMBIA LA VITA

In ascolto del grido della città

Molte sorelle comboniane nel frattempo hanno iniziato a collaborare, donando mani, testa, cuore, sentimenti, emozioni a questa opera camminando accanto ai numerosi migranti.

Diverse di loro sono pure presenti qui oggi con noi. Non faccio i loro nomi, perché non vorrei rischiare di dimenticarne qualcuna. Sono molte, sono tante le sorelle che hanno speso energie con i migranti.

Sorelle che hanno incontrato negli anni le povertà della nostra città, hanno incontrato persone da amare. Famiglie intere, migranti e rifugiati di varie nazionalità, giovani o anziani, emarginati e impoveriti della nostra società, che arrivavano e aspettavano un pacco viveri, una lettera dai loro familiari, un tetto per i loro bambini, un dottore per i malati, un dentista per i loro piccoli, un angolo caldo su un vecchio divano dopo una notte caso mai trascorsa all’aperto.

Entrando nella nostra vecchia chiesetta, proprio nel cuore di Roma antica, vedevi tanta confusione, ascoltavi rumori, parole a volte difficili da comprendere, vedevi sorrisi timidi appena abbozzati o tentennanti, ti riempivi le narici di profumi sconosciuti, vedevi colori, persone, un mondo che dalla missione veniva a noi. E a noi affidava sogni, speranze, attese, richieste, preghiere, e che ci donava tanto affetto solidale e umano.

Dio era davvero presente in tutta questa confusione ricca di umanità, parole, grida, sorrisi, angosce, speranze.

Sono contenta che la diocesi di Roma abbia deciso quest’anno di “ascoltare il grido della città”. L’ACSE lo aveva fatto già a partire dal 1966-67-68 con p. Renato, pioniere dell’ascolto del grido che sorgeva dalla nostra amata terra romana. 

E concludo: molte di noi, sorelle comboniane, ci siamo formate ascoltando questo grido della città, giunto ai nostri orecchi attraverso e con i migranti; e lo stesso hanno fatto i molti confratelli comboniani. Come anche diversi religiosi, suore, e molti volontari laici, uomini e donne.

Tutti abbiamo dato a pieni mani ascolto, stima, affetto, rispetto, solidarietà; abbiamo dato con creatività, inventando cammini e percorsi positivi, lo abbiamo fatto attraverso il cammino di questa Associazione l’ACSE, figlia del carisma di San Daniele Comboni, che sempre ha amato i più poveri. Noi le sorelle siamo state MADRI, sorelle, amiche, compagne di consolazione.

Da 50 anni a questa parte, possiamo davvero dire di avere fatto una lunga marcia per formare una UMANITÀ NUOVA, grazie alla fantasia della carità evangelica.

Grazie davvero a p. Renato, grazie alle sorelle comboniane, grazie ai confratelli comboniani, grazie a tutti i religiosi/religiose, volontari e laici di ogni genere, che hanno donato la vita, o parte della loro vita, per ascoltare questo “grido di umanità ferita”, operando per renderlo un grido gioioso di umanità redenta e salvata in Gesù.

Grazie davvero di cuore! Grazie con affetto a tutti voi!
Sr. Maria Rosa Venturelli
Vice presidente ACSE