Mercoledì 29 gennaio 2020
Nella prima metà del secolo scorso i Missionari Comboniani (MCCJ) in Africa avevano prodotto – oltre a studi specialistici disseminati in vari articoli per riviste e libri – 63 grammatiche, 88 vocabolari, 114 catechismi, 23 libri di Storia Sacra, 54 libri di preghiere, 137 testi scolastici: sillabari, libri di lettura, aritmetica, storia, geografia, igiene, ecc.

Questa vasta produzione, è importante sottolinearlo, non è stata il frutto di singoli religiosi, per quanto competenti ed eruditi possano essere stati, ma di un lavoro che si nutriva del contatto quotidiano con la gente, delle domande poste, dell’ascolto attento e dell’osservazione appassionata, cioè di un dialogo condito da stima e apprezzamento per le popolazioni del luogo.

Quando un missionario viene inviato in una zona cosiddetta ‘di missione’ ha il compito principale di studiare le lingue e la cultura del popolo a cui è inviato. La conoscenza della lingua è essenziale perché compito del missionario è proclamare il Vangelo nelle categorie espressive e di pensiero della gente. Inoltre, alla base di questo sforzo vi è un atteggiamento di apprezzamento e stima per la gente e la sua cultura della sua capacità di recepire e ‘incarnare’ le verità cristiane nelle proprie categorie di pensiero e nella vita.

La qualifica che meglio definisce un missionario è quella di “uomo della Parola”. Ma la Parola di Dio deve essere resa nel gergo della gente. S’impone pertanto la necessità di tradurla in lingua locale, ma non è una cosa semplice. “Come tradurre Javhé, tempio, pagano, peccato, grazia, giustificare, salvare? Cosa fa Dio quando perdona? Toglie il peccato, ricopre la colpa dell’uomo, o cos’altro?”. Questa testimonianza di un missionario comboniano poi Vescovo, Mons. Giuseppe Sandri, che ha tradotto, assieme ad un team di gente locale, alcuni libri della Bibbia in lingua xitsonga del Sudafrica – parte di un vasto progetto della traduzione della Bibbia della Societá Biblica Sudafricana – fotografa le difficoltà di tradurre la Bibbia nelle categorie espressive della popolazione.

Prima del Vaticano II il libro di formazione cristiana era il catechismo, in particolare il catechismo di Pio X, nella versione ridotta del 1912. Le traduzioni della Bibbia si limitavano ad alcuni ‘racconti biblici’ tradotti come ‘sussidio’ alle verità di fede contenute nel catechismo. Le prime traduzioni di interi libri della Bibbia è opera di missionari delle chiese della riforma. La traduzione della Bibbia in campo cattolico sarà uno dei frutti del Concilio Vaticano II, favorita dal nuovo clima di apertura ecumenica e dalla riscoperta del Libro Sacro nella vita del cristiano. Quando la traduzione nelle lingue locali sarà il risultato di uno sforzo comune con i missionari delle altre chiese cristiane, alla Bibbia saranno aggiunti i cosiddetti Libri Deuterocanonici e Apocrifi, cioè quei libri dell’Antico Testamento non compresi nel canone ebraico e non accettati dalle chiese della Riforma ma presenti nella tradizione cattolica (Ester – in greco – Giuditta, Tobia, Primo e Secondo libro dei Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc, Lettera di Geremia, e alcuni brani aggiunti al libro di Daniele).

Interessante, ancora, l’affermazione di Mons. Sandri su come si procedeva nella traduzione della Bibbia: “Anche dopo aver trovato il vero senso del testo ebraico o greco, occorre renderlo in un xitsonga corrente”. L’eterna domanda che ci facciamo è: «Se traduciamo così questo brano, il lettore tsonga comprenderà ciò che il testo vuole dire?». Si prova e si riprova, si legge e si rilegge; si proclama a voce alta un brano, per sentire se rende bene lo stile narrativo storico, quello agiografico o sapienziale, e se la sobrietà del testo riesce a rivelare 1’originale senso di poesia, di entusiasmo e di drammaticità.”

Nella mia esperienza africana – ho lavorato 30 anni in Africa tra Uganda e Kenya – mi sono sempre stupito del desiderio dei cristiani cattolici africani di leggere la Bibbia e della loro conoscenza dei fatti e dei personaggi biblici – un desiderio senz’altro stimolato dagli esempi di molti cristiani di altre chiese per cui la Bibbia è lo strumento essenziale di preghiera e di formazione cristiana. Ormai la Bibbia non puó mancare nelle case della gente, la si legge in famiglia e nelle varie circostanze della vita: la nascita di un bimbo, un matrimonio, un funerale, una visita ad un ammalato sono molto sentiti dai membri di una piccola comunitá e c’è sempre un catechista o un leader pronto a guidare i presenti nella riflessione di un brano biblico.

È soprattutto lo strumento di preghiera e di formazione nelle Piccole Comunitá Cristiane dove si medita, si prega, si condividono le riflessioni e si applica nell’oggi della vita ció che il Libro Sacro racconta. La Parola di Dio, spezzata nella comunione fraterna, aiuta i poveri a scoprire la presenza di Dio nella loro vita e ad avere quella speranza che li sostiene nella lotta per migliorare le difficili condizioni in cui versano; le vicende dolorose del popolo di Israele sono comprese nella vita spesso dolorosa e difficile della gente e le parole di Gesú danno forza per lottare e non scoraggiarsi di fronte alle difficoltá e spesso ai drammi della vita.
(P. Mariano Tibaldo, missionario comboniano, Fides)