Mercoledì 28 gennaio 2026
Il prossimo 31 gennaio, alle 17:30, si terrà a Madrid il 38° Incontro Africa dal titolo “Migrare o restare. La fuga dei cervelli in Africa”. Durante l’incontro sarà consegnato il “Premio Mundo Negro alla Fraternità 2025”, che quest'anno è stato assegnato al dottor Cédric Ouanékponé della Repubblica Centrafricana. [Mundo Negro]
Premio Mundo Negro alla Fraternità 2025
Cédric Ouanékponé, coordinatore medico del progetto “Mama Ti Fatima”
Il 38° Incontro Africa ha affronterà l’impatto che il fenomeno della fuga dei talenti ha sul continente africano. In questo contesto, il 31 gennaio il giovane medico centrafricano Cédric Ouanékponé riceverà il “Premio Mundo Negro alla Fraternità 2025” per il suo impegno nel migliorare l’accesso a condizioni sanitarie dignitose nella Repubblica Centrafricana.
Al termine della sua specializzazione medica a Strasburgo (Francia), il dottor Cédric Patrick Le Grand Ouanékponé aveva molto chiaro che sarebbe tornato nel suo Paese, la Repubblica Centrafricana. Respinse l’allettante proposta contrattuale a lui rivolta, e ogni tentativo di aumentare il suo stipendio si rivelò vano.
Era il primo nefrologo del Paese e sapeva che il Centro Nazionale di Emodialisi di Bangui, costruito nel 2020 dalla Banca Africana di Sviluppo e consegnato al Governo per la gestione, era rimasto inattivo per due anni per mancanza di uno specialista. Ouanékponé assunse la direzione medica del centro e subito si si cominciò a salvare vite.
Nato a Bangui l’8 marzo 1986, Cédric fu battezzato a due anni nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima, gestita dai missionari comboniani – una realtà molto importante nella biografia del medico.
Le prime rivolte scoppiate nel Paese nel 1996 obbligarono a chiudere le scuole e Cédric beneficiò, insieme ad altri bambini, di un programma di sostegno scolastico organizzato dalla parrocchia. Su raccomandazione dell’allora parroco, l’italiano padre Giovanni Cosentino, nel 2000 entrò nel seminario minore dei Carmelitani, con il desiderio di diventare religioso, ma tre anni dopo abbandonò l’idea, attratto dalla ricerca scientifica.
Guerra
Nel 2012, allo scoppio della ribellione della Seleka (un’organizzazione di ribelli nata da frazioni di dissidenti dell’Unione delle Forze Democratiche per l’Integrazione, la Convenzione di Patrioti per la Giustizia e la Pace, e il Fronte Democratico per i Popoli dell’Africa Centrale, ed altri gruppi), il giovane aveva concluso gli studi di medicina presso la Facoltà di Scienze della Salute di Bangui, ma, a causa della guerra, dovette attendere per ottenere il titolo.
Il ciclo di violenza continuò per diversi anni, trasformando la parrocchia di Nostra Signora di Fatima in un immenso campo profughi con oltre 5.000 persone accolte. Il responsabile dei profughi, l’ugandese padre Moses Alir Otii, ordinato sacerdote da poco, si appoggiò a Cédric e ad altri giovani operatori sanitari della parrocchia per far fronte a quella emergenza sanitaria fino all’arrivo delle ONG (cfr. Mundo Negro, N 711, pp. 44-47). Cédric assistette, quasi senza mezzi, anziani e bambini e aiutò decine di donne a partorire.
Nel 2014, in piena crisi, la Ong francese Cercle de Haute Réflexion sur la Jeunesse arrivò nel Paese con un carico di medicinali e Cédric si occupò di curare innumerevoli persone, comprese quelle dei quartieri musulmani del PK5. Dovette farlo quasi di nascosto per evitare di essere accusato di “aiutare il nemico” in un conflitto che erroneamente fu definito “interreligioso”. Quando la Ong volle pagarlo secondo gli standard europei, il dottor Ouanékponé si rifiutò, affermando che si trattava del suo umile contributo ai suoi fratelli e alle sue sorelle.
Cinque anni dopo, la Ong presentò la candidatura del giovane medico al Premio Mondiale dell’Umanesimo e nella città di Ohrid, nella Macedonia del Nord, ricevette il riconoscimento dalle mani dell’ex primo ministro italiano Romano Prodi, premiato anch’egli in quell’occasione.
“Mama Ti Fatima”
Cédric Ouanékponé scelse la specializzazione in nefrologia, una delle più impegnative, per salvare vite nel suo Paese, dove molte persone, affette da insufficienza renale, morivano per mancanza di cure specialistiche. Dopo la formazione in patria, proseguì gli studi in Senegal (tre anni) e in Francia (un anno), grazie anche al sostegno della parrocchia di Nostra Signora di Fatima.
Attualmente il suo servizio presso il Centro Nazionale di Emodialisi di Bangui gli consente di percepire uno stipendio regolare, ma, sorretto dalla sua fede cristiana, non ha mai rinunciato al suo impegno sociale. La mancanza di servizi sanitari di qualità lo ha portato a promuovere il progetto del complesso medico “Mama Ti Fatima”, sostenuto dall’Associazione Nostra Signora di Fatima per lo Sviluppo (ANDFD, nell’acronimo francese), creata l’11 luglio 2020.
Il carattere affabile e comunicativo del medico, ma soprattutto la sua grande capacità di leadership e di lavoro in équipe, ha entusiasmato altri giovani medici e operatori sanitari che condividono la sua visione, permettendo al complesso medico di crescere vicino alla chiesa parrocchia. Nel 2020 è stata aperta la farmacia; nel 2023 è stata la volta del Centro di analisi mediche. A dicembre, il sostegno dell’organizzazione austriaca Missio-Vienna ha permesso di completare l’edificio dell’ambulatorio di emergenza e presto inizieranno i lavori per la maternità, grazie al finanziamento dell’organizzazione statunitense The Papal Foundation. Inoltre, la collaborazione tra l’ANDFD e la diocesi di Mbaiki ha reso possibile l’organizzazione di nove cliniche mobili per portare le cure mediche alle persone più svantaggiate.
Il medico centrafricano concilia le sue molteplici attività con l’insegnamento presso la Facoltà di Scienze della Salute di Bangui, l’unico centro universitario medico dell’intero Paese. Supervisiona anche le tesi di giovani medici, convinto del ruolo fondamentale della formazione.
«Più professionisti sanitari avremo, migliore sarà il nostro futuro, perché la situazione della RCA è terribile. Abbiamo uno dei più bassi rapporti medici/abitanti al mondo (0,21 ogni 10.000 abitanti) e nessun medico specialista nell’interno del Paese. I pochi che siamo operiamo a Bangui», afferma con tristezza, ma senza un pessimismo paralizzante. Ai medici che per libera scelta lavorano all’estero lancia un messaggio: «Non è mai troppo tardi per tornare, perché la vostra presenza qui è indispensabile e potete aiutare più persone che restando fuori».