Giovedì, 9 luglio, 2026
La diocesi di Bentiu, nel Sud Sudan, celebra il suo secondo anniversario. Il vescovo pioniere offre una riflessione sotto forma di rapporto in chiave tommasiana sui due anni di intensa attività.

Lo scorso 3 luglio abbiamo celebrato il secondo anniversario dell’erezione della diocesi di Bentiu. Due anni sono davvero pochi per una diocesi che muove i primi passi. Ci siamo rivisti in san Tommaso, l’apostolo che non riesce a credere senza vedere e senza toccare con mano le ferite del Risorto.

In fondo comprendiamo bene Tommaso. Anche noi, davanti alle difficoltà, vorremmo avere prove tangibili che il Signore è davvero all’opera. Vorremmo vedere con maggiore chiarezza i frutti del nostro lavoro, sentire che il bene cresce più velocemente del male. Eppure, il Vangelo ci ricorda che il Risorto continua a mostrare le sue ferite: la vita nuova non cancella le cicatrici del passato, ma le trasforma in luoghi dove Dio continua ad amare il mondo.

Anche la nostra giovane diocesi porta le sue ferite. Cresce giorno dopo giorno e si vedono segni incoraggianti, ma molto resta ancora incompiuto. Ci preoccupa soprattutto la situazione del paese. La povertà continua a segnare profondamente la vita della gente e negli ultimi mesi è aumentata anche la criminalità: noi in particolare stiamo sperimentando ripetuti furti in casa la notte, e anche qualche assalto lungo la strada e al mercato. Quando una popolazione soffre e non si sente ascoltata, la fiducia rischia di lasciare spazio alla disperazione.

Come diocesi sperimentiamo il nostro limite. I bisogni sono immensi e ci accorgiamo di non poter rispondere adeguatamente. Anzi, siamo noi stessi ad avere bisogno della solidarietà, della partecipazione e della vicinanza di tante persone che condividono questa missione. La Chiesa cresce proprio così: non grazie alla forza di pochi, ma attraverso la corresponsabilità di tutti.

Tra i segni di speranza c’è il progetto della scuola elementare San Martino de Porres. La costruzione procede bene, anche se siamo ancora solo alle fondamenta. Le lezioni continuano sottostrutture provvisorie con circa 600 studenti. È possibile grazie alla dedizione degli insegnanti e al prezioso servizio di suor Anna Marie Reha, delle Suore Scolastiche di Notre Dame. Continuiamo inoltre a progettare la costruzione di nuovi blocchi di quattro aule nelle parrocchie più grandi, dove il bisogno di istruzione è particolarmente urgente. Educare significa liberare dall’ignoranza che perpetua ingiustizia e povertà, e dare strumenti per costruire un futuro dignitoso.

Fratel Hans Eigner continua con grande competenza il suo lavoro. Ha realizzato un buon magazzino per l’edilizia e un’officina di carpenteria e meccanica che permettono di preparare molte delle strutture necessarie ai nostri cantieri. Nell’ultimo mese ha seguito anche la costruzione di un centro sportivo per i giovani. Oltre ai campi da calcio, pallacanestro e pallavolo, il centro comprenderà sale per incontri, spogliatoi e servizi. Sarà un luogo dove i ragazzi potranno incontrarsi, crescere e sperimentare relazioni positive.

Contemporaneamente Fratel Hans sta seguendo la costruzione della casa delle Missionarie della Carità di Madre Teresa, che presto si stabiliranno a Rubkona. Qui vivono molti bambini di strada, segnati da situazioni di estrema povertà e degrado. Il progetto prevede un centro di accoglienza per sottrarli alla strada e accompagnarli in un cammino di riabilitazione e di speranza.

I Frati Cappuccini continuano il loro prezioso servizio nel campo degli sfollati, mentre consolidano la vita della parrocchia di Rubkona intitolata alla Madonna del Rosario. Hanno inoltre avviato un piccolo laboratorio per la produzione delle ostie necessarie alla diocesi. Il progetto coinvolge un gruppo di donne che vive nel campo sfollati. È un'iniziativa semplice, ma capace di promuovere dignità e partecipazione alla vita della comunità.

Con le donne vogliamo anche realizzare un forno per produrre pane e altri alimenti. Vuole essere un progetto che crea lavoro rispondendo al bisogno della comunità locale. I prodotti di forneria possono essere venduti o anche beneficare chi partecipa nelle attività della diocesi. La forneria potrebbe avere anche un piccolo bar adiacente.

Procede anche la costruzione della chiesa di San Michele a Panriang. Desidero inoltre ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto il progetto pozzi. Una compagnia sta trivellando quattordici nuovi pozzi in diverse località della diocesi, permettendo finalmente a molte famiglie di avere accesso all'acqua potabile. Non è difficile comprendere che l’acqua è vita: non solo disseta, ma costruisce stabilità sociale e custodisce la salute.

I progetti agricoli, invece, faticano a decollare. Non tanto per la mancanza di fondi, quanto per la scarsità di forza lavoro e per un contesto che rende difficile guardare con fiducia al futuro. Eppure non vogliamo scoraggiarci. Continuo a credere che la terra, se curata con pazienza e rispetto, non tradisca mai. Anche questo è un atto di fede e di cura del creato in un contesto dove l’ambiente risulta degradato.

Prosegue anche il nostro impegno pastorale. Continuiamo gli incontri di formazione per gli operatori pastorali, dedicando una particolare attenzione ai giovani. Abbiamo promosso laboratori di Giustizia e Pace per formare operatori capaci di ascolto, riconciliazione e costruzione della pace nelle diverse parrocchie. Abbiamo inoltre concluso un percorso di cinque incontri dedicato ai gruppi di Compassionate Care, centrato sui cinque sensi come vie attraverso cui imparare a incontrare veramente l’altro, soprattutto chi è più fragile. È un’iniziativa dell’Ufficio Salute della diocesi, coordinato da Francesca Montalbetti, che oltre alle attività di sensibilizzazione sta promuovendo una vera cultura della cura verso i malati e le persone più vulnerabili.

In questi anni sto imparando una lezione preziosa. Le società più resilienti non sono necessariamente quelle più ricche, ma quelle che hanno saputo custodire la solidarietà, la fiducia reciproca e la cura dei più deboli. L'egoismo, invece, impoverisce tutti, anche chi possiede molto, perché divide le comunità e spegne la speranza.

Forse è proprio questo il modo con cui oggi possiamo toccare il Signore risorto, come fece Tommaso: riconoscendolo nelle mani di chi costruisce una scuola, di chi scava un pozzo, di chi insegna a un bambino, di chi cura un malato, di chi tende la mano a un giovane o accoglie un bambino di strada. La risurrezione continua a farsi carne ogni volta che qualcuno tende la mano verso il fratello. Non abbiamo bisogno di più cose, ma di più fraternità.

Siamo allora richiamati dalle parole del teologo Christoph Theobald: Il cristianesimo cresce per ospitalità. È un’immagine molto bella. La Chiesa non si costruisce anzitutto con grandi mezzi, ma con cuori capaci di fare spazio all'altro. Ed è quello che, con tutti i nostri limiti, stiamo cercando di vivere qui a Bentiu.

Vi ringrazio di cuore perché anche voi avete fatto vostro questo cammino. Con la vostra amicizia, la preghiera e il sostegno concreto ci aiutate a vedere, insieme a Tommaso, che il Signore continua davvero a dire alla sua Chiesa: «Pace a voi» (Gv 20,19). Ed è questa pace, più forte delle nostre paure, che ci permette di guardare al futuro con fiducia e di continuare il cammino, certi che il bene, anche quando cresce lentamente, non smette mai di portare frutto.

Christian Carlassare, mccj
Vescovo di Bentiu (Sud Sudan)

Bentiu, 7 luglio 2026