Martedì, 11 agosto 2026
Padre Isaiah Sangwera Nyakundi, Missionario Comboniano originario del Kenya, ha trascorso i suoi primi quattordici anni di sacerdozio nella Missione di Gublak, tra il popolo Gumuz, nel nord-ovest dell’Etiopia. La maggior parte della sua vita ruotava attorno al servizio pastorale, sociale e amministrativo. Al termine di questa prima esperienza missionaria, ha chiesto un periodo sabbatico. In queste righe condivide ciò che si prova nel rientrare in Kenya.

Sono stato un missionario molto attivo, come qualsiasi altro missionario entusiasta, profondamente innamorato della sua prima missione. Ringrazio Dio per il dono che mi ha fatto di apprendere le lingue locali — l’amarico e il gumuz — non in modo perfetto, ma quanto basta perché un missionario potesse muoversi e destreggiarsi nel territorio della missione e nei villaggi per i servizi pastorali e sociali, senza avere sempre bisogno di un catechista per le traduzioni.

Queste qualità, per quanto possano apparire ammirevoli, mi hanno lentamente spinto verso una vita di lavoro incessante. Sono diventato quello che i miei accompagnatori al Centro Sabbatico Giovanni Paolo II, a Muranga, in Kenya, hanno definito un workaholic, un dipendente dal lavoro. Il lavoro divorava le mie giornate, i miei pensieri e persino il mio riposo. La cura di me stesso era diventata quasi inesistente. Il tempo libero sembrava superfluo, il riposo appariva improduttivo e le relazioni sociali parevano un’interruzione alla missione. Saltavo i pasti in nome del servizio e mettevo a tacere le mie emozioni in nome dell’impegno.

Quando è arrivata la richiesta di rotazione, avevo già la sensazione che il mio corpo, la mia mente e il mio spirito stessero protestando contro quel ritmo. Ero emotivamente svuotato, fisicamente esausto, spiritualmente arido e psicologicamente sopraffatto. Anche le piccole richieste mi irritavano. Mi sentivo disconnesso dalla vita normale e cominciai ad accusare problemi di salute inspiegabili: ero diventato, ad esempio, una vittima ricorrente della malaria e del tifo. Esperienze e ricordi dolorosi legati ai conflitti interetnici del 2018-2022 continuavano a riaffiorare con nuova intensità. Ciò che non sapevo allora è che stavo vivendo una sindrome da burnout.

Tornare a respirare

Poi è arrivato il tempo della transizione, attraverso il periodo sabbatico. Qui ho trovato uno spazio per tornare a respirare. Ho imparato a rallentare, a riposare senza sensi di colpa, ad ascoltare le mie emozioni e a riscoprire me stesso. Attraverso l’accompagnamento personale, i gruppi di crescita e la guida dei miei accompagnatori, ho ripercorso le diverse tappe della mia vita, dall’infanzia all’età adulta, incontrando e riconciliandomi con le tante versioni di me stesso che hanno plasmato ciò che sono oggi.

Questa opportunità è stata per me un profondo incontro con Dio. Nel silenzio e nella preghiera, sono stato condotto con dolcezza nel mio intimo, in luoghi che da tempo avevo trascurato. Lì, il Signore mi ha incontrato con tenerezza e verità. Sono diventato consapevole della mia stanchezza e del mio esaurimento, ma allo stesso tempo ho sperimentato la Sua presenza risanante, che toccava le mie ferite, leniva le mie emozioni e restaurava le mie forze.

È stato un cammino di grazia: dalla fatica a un’energia rinnovata, dalla lotta interiore alla pace, dalla frammentazione a un senso più profondo di integrità in Dio. Rientro con un cuore più centrato, uno spirito più limpido e un desiderio rinnovato di servire con gioia, libertà e autenticità.

Attraverso le sessioni di consapevolezza di sé, ho riscoperto i miei punti di forza e le mie fragilità, e ho capito cosa mi aiuta a crescere. Ho una maggiore conoscenza di me stesso e ho compreso che il modo in cui mi percepisco è diverso da come gli altri mi vedono. Quando mi comprendo meglio, mi è più facile costruire una sana autostima.

Questo è particolarmente importante per me, sacerdote religioso chiamato a vivere in comunità con altre persone che apprendono e pensano in modo diverso, e che lottano in modo diverso. In un contesto come questo, la consapevolezza di sé mi offre uno sguardo che non si limita alle mie difficoltà, ma sa riconoscere anche ciò in cui gli altri sono bravi.

Sono uscito sinceramente da questo centro come una persona diversa. Ora porto con me strumenti preziosi per una vita e un ministero più sani: la consapevolezza di sé, la cura di sé, l’intelligenza emotiva, il discernimento, la scrittura riflessiva e il coraggio di onorare la mia umanità tanto quanto la mia vocazione.

Tornare a casa, più che ritornare

Questo periodo di rinnovamento è durato da gennaio a maggio 2026. Poco dopo sono stato assegnato alla comunità di Kariobangi, dove si trova la Parrocchia della Santissima Trinità, affidata ai Missionari Comboniani. Oggi guardo indietro con immensa gratitudine. Ringrazio Dio per la saggezza che ha donato al mio Superiore Provinciale del Kenya, che per primo ha proposto questo momento.

Come Missionario Comboniano che torna a casa, in Kenya, dopo tanti anni all’estero, ho affrontato — e sto ancora affrontando — un profondo shock culturale da rientro, i cambiamenti nelle dinamiche sociali ed ecclesiali locali e profondi aggiustamenti nella mia identità personale.

Guardandomi intorno, noto rapide trasformazioni sia urbane che rurali: città come Nairobi e i centri regionali hanno subito enormi cambiamenti infrastrutturali, tecnologici e demografici, rendendo obsolete le vecchie abitudini.

Rispetto all’Etiopia, dove la vita sociale scorre a ritmi generalmente più lenti, arrivando in Kenya ho notato la frenesia e la velocità moderna della vita quotidiana locale, che possono sopraffare chi è abituato a un ritmo più lento o a una missione remota come quella di Gublak, in Etiopia.

Non è stato facile per me rapportarmi con una generazione più giovane — nipoti e giovani della mia nuova parrocchia. Hanno abitudini digitali, pressioni economiche e visioni sociali molto diverse rispetto agli anni passati. Tutto questo mi chiede pazienza, la capacità di disimparare, imparare e reimparare.

Ho trascorso alcuni mesi nella mia nuova comunità e parrocchia di assegnazione. Ho notato con soddisfazione che la Chiesa cattolica locale in Kenya è ormai in gran parte autosufficiente, vivace e guidata da clero e vescovi locali. Come missionario di ritorno, sento di dover trovare un ruolo umile e di supporto, anziché di primo piano.

Il senso di perdita e di lutto, il bagaglio in eccesso, il disorientamento culturale, le difficoltà legate al trasferimento, le lotte spirituali e le esperienze emotive sono alcune delle sfide che un missionario affronta nel processo di reinserimento. Attraverso questa condivisione, resto grato al Signore per l’esperienza vissuta in Etiopia. In questo momento di transizione, prego di poter costruire sulla ricchezza ricevuta, per diventare un Missionario Comboniano migliore, chiamato a tenere lo sguardo fisso sul Cuore trafitto di Gesù.

Padre Isaiah Sangwera Nyakundi, MCCJ