Mercoledì 12 agosto 2026
Il Sud Sudan è un paese ferito. È il paese più giovane del mondo, nato nel 2011 dopo decenni di guerra e di sofferenza, quando il popolo, colmo di speranza, votò per la secessione dal Sudan del Nord. Molti sognavano finalmente la pace, la libertà e la possibilità di costruire un futuro nuovo.
Ma quel sogno si trasformò presto in un nuovo incubo: una sanguinosa guerra civile devastò il Paese, seminando morte, odio e disperazione. Ancora oggi, migliaia di innocenti pagano il prezzo della violenza e della sete di potere. E di fronte a questa sofferenza incommensurabile, riconosciamo che Cristo continua a essere crocifisso nel corpo del suo popolo. Eppure il Vangelo risplende proprio in mezzo a queste tenebre con una forza sorprendente.
La Chiesa tra i Nuer nacque dal coraggio di semplici catechisti. Uomini e donne poveri, fuggiti dalla guerra, dalla fame e dalle malattie, giunsero nel territorio dei Nuer portando con sé soltanto la fede nel Signore risorto. Non avevano mezzi, non avevano sicurezze, ma avevano il fuoco del Vangelo nel cuore. Attraversarono villaggi e percorsero sentieri annunciando che Gesù è vivo e che nessuna sofferenza può separare l’uomo dall’amore di Dio. Per circa venticinque anni, questi catechisti guidarono la Chiesa senza sacerdoti, custodirono la fede del popolo e pregarono instancabilmente perché venissero missionari in grado di amministrare i sacramenti e di accompagnare la crescita delle comunità cristiane.
Finalmente, nel 1996, i Missionari Comboniani arrivarono a Leer. E furono proprio loro, i missionari, a sentirsi evangelizzati. Trovarono infatti una Chiesa viva, forte, nata dalla testimonianza silenziosa e fedele della gente semplice. Compresero che Dio era già presente tra i Nuer prima ancora del loro arrivo.
Da allora, i missionari hanno scelto di vivere come poveri tra i poveri, condividendo la quotidianità della gente. Una scelta che ha assunto il volto della Croce quando, nel 2014, la missione di Leer fu completamente distrutta durante attacchi armati. I missionari furono costretti a fuggire nella boscaglia insieme alla popolazione e a vivere nascosti per settimane, mentre i combattimenti devastavano i villaggi. Ma non vollero abbandonare il loro popolo. Decisero di restare e di fare causa comune con la loro gente.
Oggi viviamo in una regione pericolosa del Sud Sudan chiamata Leer, raggiungibile soltanto con gli elicotteri del Programma Alimentare Mondiale (WFP). Qui la gente soffre di una grave carestia; non ci sono ospedali adeguati e manca l’elettricità. Durante la stagione delle piogge, gran parte del territorio della nostra missione si trasforma in un’immensa palude: si cammina per chilometri nell’acqua e nel fango, spesso usando canoe scavate da tronchi di palma per raggiungere le comunità più remote. Alcune visite pastorali richiedono viaggi di diversi giorni.
La malaria continua a mietere vittime tra i bambini, e spesso mancano persino i medicinali più essenziali. Eppure il popolo Nuer, in mezzo a questa estrema povertà, non finisce mai di stupire per la sua dignità, la sua capacità di condividere e la sua fede incrollabile.
I Nuer sono un popolo di pastori. La vacca è al centro della loro vita: dà il latte, nutre la famiglia, rappresenta la ricchezza e viene impiegata nei matrimoni. Ma proprio intorno al bestiame nascono spesso sanguinosi conflitti tra clan ed etnie diverse. L’odio e la vendetta alimentano una spirale di violenza che ogni anno miete centinaia di vittime.
Anche il sistema educativo è profondamente segnato dalla guerra. In molte zone non esistono scuole secondarie e gli insegnanti lavorano senza uno stipendio degno di questo nome. Nella maggior parte delle scuole, i bambini studiano seduti per terra o portano una sedia da casa, se ne possiedono una. Moltissime ragazze non possono andare a scuola, perché costrette ai lavori domestici o date in sposa in giovanissima età.
Il tasso di analfabetismo resta molto elevato e molti giovani fuggono nei campi profughi della capitale Juba, in Kenya o in Uganda, nella speranza di potervi studiare. L’anno scorso, noi Missionari Comboniani abbiamo inaugurato una scuola secondaria dedicata a san Daniele Comboni, per aiutare la nostra gente a realizzare il sogno dell’istruzione. Abbiamo anche offerto borse di studio per consentire ad alcuni giovani di frequentare l’università a Juba, capitale del Sud Sudan. Il Vangelo continua a generare speranza e a costruire vita dove sembra non essercene più.
Noi missionari siamo chiamati innanzitutto ad annunciare la pace in mezzo a questa situazione di violenza, frutto di una guerra causata dalla corruzione e dalla sete di potere di pochi, ai quali non importa che, a causa della loro avidità, ogni anno migliaia di persone vengano uccise. Cerchiamo di essere una forza di riconciliazione in un Paese segnato dall’odio e dalla vendetta. Camminiamo con la gente, ne condividiamo la sofferenza, ascoltiamo il suo grido. Visitiamo le comunità più remote per annunciare che Dio non le ha dimenticate.
Qui Gesù viene chiamato «Signore della Pace». È un nome bellissimo. In mezzo alla guerra, alla fame e alla paura, la gente continua a credere che Dio le sia vicino. Continua a pregare. Continua a sperare. E sono proprio i poveri a evangelizzare noi missionari. Nei loro volti scopriamo la tenerezza di Dio. Nella loro capacità di condividere il poco che possiedono, vediamo il Vangelo vissuto nella sua radicalità.
Davvero, questa gente ci evangelizza mostrandoci la tenerezza di Dio per noi. È proprio vero che i poveri sono i nostri maestri, coloro che ci mostrano il volto di Dio (Mt 25,31-46). È davvero una grande gioia accompagnare queste persone. I poveri diventano maestri di fede. Ci insegnano che la speranza cristiana non è un’ingenua illusione, ma la certezza che il Cristo risorto continua a camminare con il suo popolo crocifisso.
Per questo proseguiamo la missione con speranza incrollabile. Continuiamo a credere nella risurrezione del Sud Sudan. Continuiamo ad annunciare che l’Emmanuele, il Dio-con-noi, non abbandona mai i suoi figli. Anche nelle notti più buie, il Vangelo resta una luce splendente. E nessuna guerra potrà mai spegnere la forza dell’amore di Dio.
Padre Mario Pellegrino, mccj
Comboni-Missionare