Mercoledì, 26 agosto 2028
La missione di Carapira, nella diocesi di Nacala, che ha accolto i primi comboniani 80 anni fa, è stata teatro del momento culminante delle celebrazioni per la presenza comboniana nel Paese, vissuta con la missione nel cuore, e ha gioito per l’ordinazione diaconale di Felizardo Azevedo.

La parrocchia dell’Immacolato Cuore di Maria a Carapira, diocesi di Nacala, ha riunito nuovamente centinaia di fedeli in un’unica e solenne celebrazione domenica 23 agosto. L’evento si è svolto tre mesi dopo l’ordinazione sacerdotale del primo sacerdote comboniano di quella parrocchia, padre Fidélio Artur, missionario in Sud Sudan.

La celebrazione a Carapira ha costituito il momento più alto delle commemorazioni degli 80 anni della presenza comboniana in Mozambico. Anche la scelta di Carapira come epicentro dei festeggiamenti è storica, poiché è proprio lì che, nel luglio del 1946, giunse il primo comboniano, padre José Zambonardi.

Una storia di grazia, dedizione e sacrificio

La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal comboniano Mons. António Constantino, vescovo della diocesi di Caia e amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Beira. È stata concelebrata da Mons. Alberto Vera Arejula, vescovo di Nacala, da padre Luigi Codianni, superiore generale dei Comboniani, da padre José Joaquim Luís Pedro, superiore provinciale, e dal resto del presbiterio.

Oltre alla famiglia comboniana – sacerdoti, suore, laici e membri della neo-costituita Associazione Mozambicana dei Laici Comboniani – erano presenti anche numerosi sacerdoti del clero diocesano di Nacala, altri missionari, religiosi, autorità civili e l’amato popolo di Dio.

Nella sua omelia, il presule ha iniziato ricordando: «Oggi, qui a Carapira, non celebriamo soltanto una data. Si celebra una storia di grazia. Si celebrano 80 anni di presenza missionaria, di dedizione, sacrificio e speranza e, soprattutto, di fedeltà a Dio».

Mons. António si è riferito, in un gesto di gratitudine, ai missionari, uomini e donne, che hanno lasciato la loro terra, la loro lingua, la loro famiglia e le loro certezze per annunciare Gesù: «Alcuni sono arrivati giovani e sono ripartiti anziani, alcuni sono arrivati pieni di forza e sono ripartiti fragili, alcuni hanno dato decenni della loro vita e altri hanno dato tutta la vita. Ecco le loro tombe su questo suolo di Carapira».

Sfide per il futuro: audacia e Cristo al centro

Ispirandosi alla domanda di Gesù nel Vangelo — «E voi, chi dite che io sia?» —, il vescovo ha affermato che il primo grande messaggio di questa celebrazione è non vivere di sola memoria, né tantomeno guardare solo al passato, ma chiedersi cosa il Signore voglia ancora da noi, oggi. Ha esortato a non perdere di vista questa questione centrale, così come fece Comboni, che ha donato la vita per Cristo.

E ha avvertito: «Una congregazione missionaria può cambiare metodi, strutture, luoghi e forme di presenza, ma c’è qualcosa che non può cambiare: Cristo deve rimanere al centro». Infine, ha esortato: «Essere fedeli a Comboni, oggi, significa avere audacia missionaria e abbracciare nuovi orizzonti, nuove missioni».

Rivolgendosi all’ordinando, il presule ha delineato il ministero: «Oggi non ricevi soltanto una funzione, ricevi un modo di vivere: la forma del servizio… Non vivere di apparenze né dello sfarzo delle vesti».

E a tutti ha lasciato una grande sfida: «Non perdere la capacità di rischiare per Cristo. Comboni è stato un uomo di coraggio».

Costruire ponti e condividere speranza

Chiamato a lasciare un messaggio, il superiore generale, padre Luigi Codianni, ha caratterizzato la celebrazione come un atto di gratitudine a Dio, ai missionari e alle missionarie che hanno dato e danno la loro vita per Cristo e per la missione, e ai laici, che sono i protagonisti della missione.

Padre Codianni ha invitato tutti a non essere solo audaci, ma anche a lasciarsi sorprendere da ciò che incontrano, rimanendo aperti alle sfide che la storia propone. Ha anche lasciato un sogno: «Stare insieme ancora una volta per costruire ponti e, soprattutto, condividere speranza… Cercare quell’umanità che aiuta a scoprire l’umanità in ogni persona».

Nel suo messaggio, il superiore provinciale, padre José Joaquim, ha fatto riferimento al momento non come a un caso, ma come a un’azione divina che ha preparato questa terra e questo popolo a ricevere il carisma comboniano. Ha sottolineato che la permanenza non è stata un’improvvisazione, poiché è nata da una spiritualità solida, da un’identificazione profonda con il fondatore e da una dedizione totale al Vangelo: «La missione comboniana continua a essere una missione con il popolo e attraverso il popolo».

Il provinciale ha ricordato che, nei tempi difficili, i comboniani sono sempre stati al fianco del popolo e con il popolo. Ha affermato che è anche tempo di chiedere perdono al popolo per eventuali mancanze e ha rinnovato l’impegno di stare sempre al fianco dei più bisognosi.

Missioni nate da una umile capanna

Mons. Alberto Vera Arejula, vescovo di Nacala, si è detto convinto che San Daniele Comboni sia esultante di gioia per questo momento.

Ha ricordato che i primi due comboniani che furono a Carapira, tra il 1946 e il 1948, vivevano in una piccola capanna di tre per tre metri, a dimostrazione di quanto siano stati difficili gli inizi di questi 80 anni. Tuttavia, a partire da quella umile capanna e dal lavoro dei due missionari, sono nate le diverse missioni della diocesi: Carapira, Mueria, Namahaka, Memba, Chipene, Alua, Mirrote, Nacaroa, Netia, Mossuril, Lunga, tra le altre. Il vescovo ha ringraziato, a nome di tutte queste parrocchie e comunità, per la presenza dei comboniani nella diocesi.

Va notato che il diacono Felizardo Azevedo è originario di Carapira e ha studiato teologia a Cape Coast, in Ghana. Per il motto dell’ordinazione diaconale, il giovane missionario ha scelto il versetto «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?» — «Vieni e vedi» (Giovanni 1,46).

Padre Sérgio M. Vilanculo, mccj