Lunedì 26 ottobre 2026
Sovvertendo i pronostici che assegnavano la vittoria a Flávio Bolsonaro, Luís Inácio Lula da Silva è riconfermato alla presidenza, grazie anche a una imponente mobilitazione popolare. Per l’81enne la sfida sarà governare con un Parlamento dominato dall’estrema destra.

In Brasile dopo il risultato del primo turno, il 4 ottobre, con Flávio Bolsonaro in vantaggio di due punti percentuali e il suo partito, il Partito Liberale (PL), con il maggior numero di seggi tanto alla Camera quanto al Senato, i giochi sembravano fatti.

Invece, la risposta è arrivata immediata e vigorosa dalle manifestazioni di piazza.

I primi a mobilitarsi sono stati gli studenti delle scuole e delle università nelle grandi capitali del Brasile. Poi, quasi ogni giorno, si sono susseguiti gli interventi dei movimenti popolari, il sostegno di artisti di fama nazionale e internazionale, le dichiarazioni di appoggio dall’estero e le prese di posizione di più di cinquanta vescovi brasiliani in difesa della democrazia.

Il tutto si è accompagnato a una nuova strategia online, che ha coinvolto milioni di persone, protagoniste di un innovativo passaparola sulle reti sociali.

Il risultato, assolutamente inaspettato, è stata la vittoria della candidatura di Lula e del suo vice Geraldo Alckmin, con tre punti e mezzo percentuali di vantaggio sugli avversari (51,77% contro il 48,23%). Un margine persino superiore a quello con cui Lula aveva sconfitto Bolsonaro padre, Jair.

Si tratta di un fatto storico: per la prima volta, un presidente brasiliano si avvia a un quarto mandato, seppure non consecutivo (2003-2011 e poi 2023-2026); per la prima volta, il risultato del primo turno si è capovolto al secondo; per la prima volta, si è registrato un tasso di astensionismo così basso (19%, con una riduzione di oltre tre punti percentuali rispetto al primo turno).

In realtà, molto del risultato si deve proprio a questo: la proporzione dei nuovi votanti rispecchia l’aumento percentuale dei voti per Lula.

Un voto segnato da paura e manipolazioni

È stato un voto fortemente segnato dalla paura.

Nel caso della campagna di Lula, si è trattato del timore che, conquistando anche il potere esecutivo, l’estrema destra si appropriasse di tutti i poteri dello Stato.

Quello legislativo è già sotto il suo controllo, mentre le prossime quattro nomine di ministri del Supremo Tribunale Federale potrebbero imprimere un orientamento politico a questo importante organo giudiziario.

Il voto ha dovuto affrontare molte resistenze e spinte contrarie: l’influenza del governo degli Stati Uniti, evidentemente alleato del clan Bolsonaro; la manipolazione delle Big Tech, in particolare di Meta, accusata, sulla base di prove ritenute evidenti, di aver promosso in campagna elettorale messaggi a sostegno di Bolsonaro e oscurato quelli favorevoli a Lula.

Poi, nel giorno del secondo turno, sono arrivate le strategie di blocco stradale e le omissioni nel servizio di trasporto pubblico proprio nelle zone di voto più favorevoli a Lula.

Il municipio di São Paulo ha trattenuto dalla circolazione il 30% degli autobus in sua dotazione; nello stato nordorientale di Bahia, roccaforte del lulismo, il Tribunale regionale elettorale ha fatto arrestare il segretario ai Trasporti di Salvador, accusato di omissione di servizio pubblico nel giorno del voto.

Eppure, proprio il Nordest, insieme a un importante recupero nello stato di Minas Gerais e a risultati consistenti nelle grandi città di São Paulo e Rio de Janeiro, ha costituito il nocciolo della vittoria del Partito dei lavoratori.

Un governo con il Parlamento contro

Sarà senza dubbio un governo molto difficile, in permanente contrasto con il Parlamento.

L’alternativa, però, sarebbe stata molto più rischiosa: l’estrema destra avrebbe potuto controllare il potere esecutivo e quello legislativo, consolidando al contempo un’influenza significativa anche su quello giudiziario.

Basti pensare che Flávio Bolsonaro, galvanizzato dal risultato del primo turno, aveva già cominciato a rilasciare dichiarazioni su possibili modifiche costituzionali per prolungare la durata del mandato presidenziale.

L’amnistia per i responsabili del tentativo di colpo di Stato del gennaio 2023 – tra cui il padre di Flávio, condannato a 27 anni di carcere nel 2025 – sarebbe stata una delle prime iniziative politiche del PL.

Il giorno dopo la proclamazione del risultato finale, l’incertezza riguarda proprio il modo in cui il partito e i suoi militanti accetteranno la sconfitta, o reagiranno a essa. Forse non si arriverà a una nuova minaccia di colpo di Stato, ma il rischio di reazioni fuori dai margini della legalità rimane.

Bolsonaro ha già comunicato di non accettare il risultato, contestando il voto e chiedendone l’annullamento.

Le sfide per il quarto mandato Lula

Due giorni dopo questo risultato storico, Luís Inácio Lula da Silva compirà 81 anni. Avrà davanti a sé l’immensa sfida di costruire una composizione e un programma di governo capaci di ricomporre le differenze, mantenere un equilibrio stabile, vincere la tentazione di isolarsi nelle sole forze del Partito dei Lavoratori (PT) e portare avanti un programma efficace.

Le sfide storiche rimangono quelle della disparità sociale e razziale, della violenza ambientale, della trasformazione del modello estrattivo, della riforma agraria mai portata a termine e del riconoscimento delle tante altre terre indigene e quilombolas che attendono da anni.

Con il suo quarto mandato, Lula si ripropone come un argine all’espansione dell’estrema destra e dei fondamentalismi nel continente latinoamericano.

Si conferma anche il suo carisma di leader internazionale: nella crisi del multilateralismo, il Brasile conserva l’autorità morale per convocare alleanze e promuovere processi internazionali capaci di riaprire spiragli di cambiamento.

Resta comunque un paese diviso, ancora da riconquistare, nell’incertezza su come reagiranno gli sconfitti alle elezioni e se tale reazione rimarrà entro i margini della legalità e del rispetto democratico.

A medio e lungo termine, resta da scrivere un progetto di giustizia socio-ambientale, pluralismo e vivacità culturale, animato da nuovi leader che speriamo possano emergere, attraverso diverse rappresentanze politiche, nel corso di questo mandato.

Dario Bossi, mccj - Nigrizia