L'Evangelii gaudium argomenta la necessità dell'inculturazione non come una semplice tecnica pastorale, ma come una dimensione essenziale e ineludibile della "Chiesa in uscita". L'inculturazione è il modo in cui il Vangelo, per sua natura dinamica e feconda, incontra veramente il cuore dei popoli.

Una Chiesa che "esce" non incontra un mondo astratto, ma persone concrete, plasmate da una cultura. L'uscita missionaria implica per sua natura l'incontro con la diversità culturale. Il passaggio di EG 116 è fondamentale:

In questa esortazione ho ripetuto più volte che a tutti dobbiamo arrivare, senza lasciarci condizionare dal fatto di appartenere a un determinato ambiente o di adottare alcune usanze. Dico ora che in ogni popolo e in ogni cultura il Vangelo è fecondo e dinamico, se viene ricevuto con cuore aperto... La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve.

Francesco stabilisce un principio teologico: "la grazia suppone la cultura". Come il Verbo di Dio si è incarnato in una cultura e in un tempo specifici (quello ebraico del I secolo), così la grazia del Vangelo oggi deve incarnarsi nelle culture di chi lo accoglie. Una Chiesa che non si incultura non è veramente "in uscita", ma rimane ai margini, estranea alla vita dei popoli.

Inoltre, l’EG contrappone l'inculturazione a due derive: il proselitismo settario e l'imposizione di un modello culturale unico. L'inculturazione è un processo di rispetto, dialogo e fecondazione reciproca. Un annuncio che impone una forma culturale straniera (es. un "cristianesimo europeo") è contrario allo Spirito del Vangelo. È una forma di controllo spirituale. L'inculturazione, invece, è un atto di fiducia nello Spirito Santo, che è già all’opera nelle culture prima del nostro arrivo. Questa non è una strada a senso unico. È un processo dinamico in cui la Chiesa dona il Vangelo e, al contempo, riceve dalle culture nuove ricchezze per esprimerlo. Da un lato, il Vangelo porta una luce nuova per purificare e portare a compimento ciò che di buono e vero già esiste in una cultura. Dall’altro, le diverse culture, con i loro valori e le loro saggezze, aiutano la Chiesa a comprendere e vivere la pienezza del Vangelo in modo più ricco. Infine, Francesco argomenta l'inculturazione con un principio di efficacia pastorale e di rispetto per l'altro. Il messaggio deve essere annunciato in un "linguaggio" che la gente possa comprendere, non solo linguisticamente, ma anche a livello di simboli, categorie mentali e sensibilità.

L'inculturazione non è quindi un optional per specialisti, ma il respiro stesso di una Chiesa missionaria che, uscendo da sé stessa, riconosce che lo Spirito Santo ha già preparato il terreno e che la salvezza di Dio è destinata a rivestire gli abiti di ogni cultura sulla terra. In una dinamica di reciprocità, l’inculturazione è un processo che può essere descritto anche come “inter-culturazione” –  nella prospettiva della missione cosiddetta “inter gentes” –  nel quale Il Vangelo, incarnandosi in una nuova cultura, arricchisce la sua stessa espressione. La cultura che riceve il Vangelo viene purificata e elevata, mentre la Chiesa universale, osservando come il Vangelo prende vita in una nuova cultura, approfondisce la sua comprensione della fede. Anche le culture di origine dei missionari (ad es. quella europea) vengono messe in discussione e arricchite dall'incontro.

Due contributi aiutano la riflessione personale. Carmelo Dotolo ci offre una riflessione sulla riqualificazione della missione attraverso la dinamica dell’inculturazione/ interculturazione; Paolo Consonni condivide l’esperienza dell’Istituto in Asia, nella prospettiva del dialogo e dell’interculturazione.