Giovedì 4 giugno 2026
Dalla più grande miniera a cielo aperto del mondo, in Brasile, alle acciaierie ex ILVA, due realtà accomunate da violenza socio-ambientale e ricerca di alternative a una “economia che uccide”. «Al centro vi è la necessità di riqualificare l’economia e ridefinire il concetto di sicurezza, orientandolo alla protezione integrale dei territori e delle comunità», scrive padre Dario Bossi, missionario comboniano. [Nigrizia]
Piquià, in Brasile, e Taranto, sul tacco del nostro Stivale, sono separati da circa 8mila km in linea d’aria. Eppure presentano molte affinità: soffrono gli stessi impatti socio-ambientali e sono territori di resistenza e di ricerca tenace di alternative a una “economia che uccide”, come la definiva papa Francesco.
Il quartiere periferico dello stato del Maranhão è attraversato da una ferrovia lunga quanto l’Italia, che collega la più grande miniera a cielo aperto del mondo, nel cuore dell’Amazzonia, al porto oceanico di São Luís. Da lì partono navi cariche di minerale di ferro, alcune delle quali attraccavano, ogni tre settimane, al porto di Taranto, per alimentare le acciaierie dell’ILVA. Anche a Piquià si sono insediate imprese siderurgiche collegate alla multinazionale Vale S.A., che ha costruito l’intera infrastruttura di estrazione e commercio del ferro.
Impianti novecenteschi, inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo, emissioni cancerogene, impatti sulla salute delle persone e del territorio: quando alcuni testimoni delle due regioni si incontrano, rapidamente le storie si intrecciano e parlano lo stesso linguaggio di violenza socio-ambientale e di organizzazione popolare, tra resistenza e ricerca di alternative.
Il più recente di questi incontri è avvenuto nella seconda metà di maggio, in una piazza pubblica a Taranto; già in altre occasioni membri delle due comunità avevano realizzato attività di interscambio, nel quartiere Tamburi e nella capitale del Maranhão. Un documentario racconta gli intrecci tra queste due storie, accomunate dalla stessa condanna: sono zone di sacrificio che dovrebbero garantire il progresso economico, ma ne subiscono quasi esclusivamente le contraddizioni.
Dagli anni 2000, a Taranto, si è sviluppata una protesta a fasi alterne, segnata dal ricatto occupazionale e dal dramma imposto dall’impresa e dallo stato alla popolazione: scegliere tra diritto alla salute e diritto al lavoro e alla sussistenza.
Eppure, la società civile tarantina è riuscita a portare in piazza fino a ventimila persone in una sola manifestazione. Dopo quella stagione, nel 2017 è nata l’associazione politico-culturale Giustizia per Taranto. Con loro ci siamo incontrati, come missionari impegnati nella difesa della vita, in Brasile e in Italia.
Anche a Piquià la resistenza e le iniziative della comunità locale sono attive da più di vent’anni: la strategia sfibrante delle istituzioni e del capitale industriale tenta di soffocare la speranza, frappone ostacoli, nasconde informazioni, depotenzia la protesta organizzata. Eppure la tenacia dei piccoli non demorde, spesso alimentata da una spiritualità che si traduce in amore concreto per il proprio territorio.
Ex ILVA, malato terminale
Le contraddizioni a Taranto sono sempre più evidenti. Malgrado diffide del ministero pubblico e una sentenza della magistratura, con sequestro e confisca di impianti, non compatibili con la salute pubblica, si sono susseguiti decreti governativi e leggi per “salvare” l’ILVA (oggi Acciaierie d’Italia), considerata sito di interesse strategico nazionale.
I successivi governi hanno garantito uno scudo penale per i gestori dell’acciaieria e concesso ingenti prestiti per sostenere la produzione. È stata tentata anche un’improbabile esperienza di cooperazione pubblico-privato, cedendo oltre il 60% dell’impresa al colosso franco-indiano ArcelorMittal.
Giustizia per Taranto ritiene che l’intervento privato abbia “spremuto l’impresa e lasciato macerie”. Risultato: dal 2021 lo stato ha riacquisito l’intera proprietà. Di nuovo, a fine maggio di quest’anno, il governo ha concesso un nuovo prestito di 100 milioni di euro per non chiudere l’impresa, in attesa di vendere l’azienda a un gruppo privato.
Nel frattempo la città è cambiata. Per anni schiacciata dalla “monocultura dell’acciaio” che soffocava ogni alternativa economica, Taranto ha progressivamente preso le distanze dalle Acciaierie d’Italia. Le evidenze sono ormai numerose, sia sul piano sanitario che su quello occupazionale. La fabbrica genera un debito di circa 50 milioni di euro al mese; dei 7mila lavoratori formalmente impiegati, circa 4mila sono da anni in cassa integrazione.
Per essere competitiva, l’ex ILVA dovrebbe produrre almeno 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, ma non riesce nemmeno a raggiungere la soglia dei 2 milioni. Gli impianti sono fatiscenti; crolli, incidenti e condizioni di insicurezza sono frequenti. Da gennaio sono morte sul lavoro 3 persone, 11 negli ultimi anni. Giustizia per Taranto le definisce “morti di stato”, aggiungendo: “L’impresa ci uccide dal punto di vista della salute e dell’economia”.
Accanimento terapeutico
La fabbrica viene descritta come un malato terminale, mantenuto in vita in una sorta di accanimento terapeutico politico-industriale. Ma perché le Acciaierie d’Italia sono tenute artificialmente in vita?
I nostri interlocutori indicano tre possibili ragioni. Le banche avrebbero investito circa 1,5 miliardi di euro e farebbero pressione per recuperarli senza perdite (anche se esistono garanzie statali a copertura di questi prestiti). Ragioni di immagine politica scoraggerebbero qualsiasi governo dall’opzione drastica della chiusura, soprattutto in assenza di un piano strategico di riconversione e diversificazione. Inoltre, nell’attuale economia di guerra, potrebbe risultare strategico mantenere l’“asset bellico” e non smantellare l’unica struttura europea di siderurgia a ciclo integrale, dal minerale di ferro all’acciaio.
Riconversione possibile e necessaria
In opposizione a queste logiche, Giustizia per Taranto chiede la chiusura immediata degli impianti. Da tempo ha elaborato un “Piano per Taranto”, ispirato anche a uno studio di Confindustria del 2016, che evidenziava le opportunità economiche di investimenti nella bonifica dei Siti di Interesse Nazionale (SIN).
Gli attivisti tarantini sintetizzano quello studio affermando che, a fronte di un investimento di 5 miliardi di euro, si potrebbe ottenere il recupero di almeno metà della spesa in termini di fiscalità, una creazione di posti di lavoro tre volte superiore a quella delle industrie inquinanti e un forte volano di benefici economici di medio-lungo periodo, oltre alla sicurezza ambientale e sanitaria.
La riconversione è possibile e urgente, come dimostrato dall’esperienza delle imprese tedesche nella regione della Ruhr, vent’anni fa. Giustizia per Taranto ha studiato quel caso e lo propone come modello, anche attraverso un interessante docufilm.
Taranto, come altri Siti di Interesse Nazionale, riceve fondi europei del Just Transition Fund, attualmente investiti nello sviluppo della green belt e nel recupero della mitilicoltura nel Mar Piccolo. Esistono inoltre ulteriori fondi per la riqualificazione dei lavoratori e per le bonifiche, questi ultimi finora utilizzati soprattutto nelle aree militari della regione. È quindi possibile rigenerare l’economia della città, svincolandola dal modello unico e ormai fallito delle Acciaierie d’Italia.
Queste nuove prospettive vengono da tempo approfondite e discusse in un processo di impegno politico e interscambio denominato “Disarmare l’economia, per la conversione ecologica integrale”. Si tratta di una riflessione che sta emergendo anche in altre aree del paese: dal Lazio, con le esperienze di Colleferro e della Valle del Sacco, alla Sardegna, in particolare nel Sulcis-Iglesiente, fino alla tenace e creativa organizzazione delle Mamme No PFAS in Veneto.
Al centro vi è la necessità di riqualificare l’economia e ridefinire il concetto di sicurezza, orientandolo alla protezione integrale dei territori e delle comunità.
Padre Dario Bossi – Nigrizia