La famiglia Sprocatti poteva considerarsi benestante grazie ad alcuni appezzamenti di ottima terra che assicuravano ai sei figli di Giuseppe e di Elisa Trevisani una vita dignitosa.
Il papà, pur essendo cristiano credente, non era praticante. La mamma, al contrario, non avrebbe perso la messa domenicale per nessuna ragione al mondo. Ogni domenica, dunque, tirandosi dietro i suoi figli, percorreva i tre chilometri che separavano la casa dal paese per dare la possibilità ai ragazzi di compiere i loro doveri religiosi e di accostarsi ai sacramenti. Ella, per prima, ne dava l'esempio.
Fortunato era il terzogenito di quattro maschi e due femmine. Frequentò le elementari a Ceneselli conseguendo la promozione con voti brillanti perché era di intelligenza molto spiccata.
La guerra
Fortunato prestò il servizio militare in Marina a Pola e poi a La Spezia, prima del "famoso" 8 settembre 1943 quando l'Italia venne invasa dai tedeschi e l'esercito italiano si dissolse.
"A 18 anni - scrisse - mi sono arruolato volontario nella Marina presso la Capitaneria di porto di Chioggia. Non è stata l'avventura ad attrarmi, ma è stata una decisione seria, per un progetto di apostolato. Il 9 settembre 1943 sono stato fatto prigioniero dai tedeschi. Dopo alcuni giorni sono riuscito a fuggire dal campo di concentramento. Sono arrivato alla porta delle camere a gas...".
Tornare a casa era pericoloso, per sé e per i familiari, allora decise di entrare tra i partigiani di Montefiorino (Modena). Vita dura, di montagna, di continue fughe, con poco da mangiare e tanto freddo. Ma ciò che è peggio, Fortunato si accorse che tra quei patrioti si accendevano lotte accanite tra i comunisti e coloro che volevano salvaguardare i valori della religione per cui, dopo pochi mesi, abbandonò quella vita e tornò a casa vivendo da fuggiasco.
Emigrare
Nel 1948 la famiglia di Fortunato si staccò da quella dello zio con la quale conviveva a Ceneselli, e andò ad abitare a Trecenta dove papà Giuseppe aveva comperato dell'altra terra, tutta sua.
A Trecenta c'era un parroco (morto in concetto di santità) che accolse la nuova famiglia come si accoglie un amico da lungo atteso, e si dedicò subito ai giovani.
Fortunato aveva 24 anni e un'esperienza di vita che lo aveva maturato. Tra i rischi della caserma e della montagna aveva sempre conservato i principi che il parroco di Ceneselli e la sua santa mamma gli avevano insegnato.
Alla scuola del coadiutore don Armando Ottoboni, amico e ammiratore dei padri comboniani Garavello e Codognola, Fortunato cominciò a dedicarsi alla lettura della vita dei santi e non trascurava un po' di preghiera personale e di meditazione ogni mattina prima di recarsi nel campo a lavorare.
Fu eletto ben presto presidente dell'Azione Cattolica e dell'Oratorio, svolgendo anche un impegno sociale nei confronti dei giovani che uscivano un po' sballottati dalla guerra.
La vocazione
In questo clima, e aiutato dal suo parroco col quale si apriva con grande confidenza, fece un serio discernimento sulla sua vita.
Gli sarebbe piaciuto studiare, ma alla sua età bisognava accantonare l'idea. Poteva formarsi una famiglia, ma gli pareva che il Signore lo volesse su un'altra strada. Finalmente decise di farsi missionario. Sì, gli pareva proprio che dedicare la sua vita a coloro che non conoscevano il Signore, come aiutante del sacerdote missionario in terra d'Africa, fosse la cosa più bella che potesse fare. E scrisse in data 19 marzo 1950:
"Da anni sento sempre più vivo il desiderio di donare a Gesù un qualche cosa di più di quello che potrei donargli stando nel mondo. Da mesi questo desiderio è diventata passione ardente: sento che posso, perciò voglio con tutto il cuore donare, sacrificare, offrire a Gesù, per Gesù e per le anime, tutto tutto e per sempre; tutto e senza riserva alcuna.
Mi sono già consigliato con persone prudenti e illuminate. Ho sentito che questa è la volontà del Signore, quindi ritenendomi da Dio chiamato a consacrarmi all'apostolato missionario in terra africana come fratello coadiutore del sacerdote, ho scelto il suo Istituto perché voglio anch'io diventare un figlio del Sacro Cuore.
Pertanto la prego di farmi sapere il giorno in cui desidera chiamarmi...".
Prima di questa, altre lettere erano intercorse tra p. Leonzio Bano, incaricato delle vocazioni, e don Armando il quale, tra l'altro, aveva detto: "I genitori di Fortunato sono all'oscuro di tutto. Noi due verremo a Verona a parlare con lei".
P. Bano rimase ben impressionato della maturità umana di Fortunato e della sua disponibilità a donarsi alle missioni. Inoltre c'era anche la lettera dell'Arciprete che diceva: "Ritengo che Fortunato sia giovane già formato e che possa fare realmente bene", scrisse il suo parroco mons. Mario Giulianati.
Novizio a Gozzano
In un tempo relativamente breve, le pratiche si conclusero e, il 14 aprile 1950, Fortunato varcò la soglia del noviziato di Gozzano.
"I genitori rimasero sorpresi della ferma decisione di Fortunato, maturata a 26 anni, ma ne furono molto contenti insieme ai fratelli", scrive il fratello Quinto.
Anche Giulietta, la sorella maggiore, stava armeggiando per entrare tra le Pie Madri della Nigrizia, ma aveva una grossa difficoltà: la salute piuttosto precaria. Questa santa donna, tornata al secolo ma vissuta sempre come una suora, diventerà infermiera e affiancherà il fratello missionario con preghiere, aiuti e una strettissima condivisione di ideali... fino alla morte.
Dobbiamo riconoscere che il noviziato si presentò subito piuttosto difficile per un giovane già maturo, con notevoli esperienze sulle spalle, costretto a vivere fianco a fianco con ragazzi di 16 o 17 anni.
"E' un elemento di buone qualità e di belle iniziative - scrisse p. Giordani. - Esatto ed esemplare. Gli piace far bella figura per cui, di fronte a a qualche umiliazione, ha perfino pianto. Qui, perciò, dovrà impegnarsi spiritualmente, ma ce la farà perché è dotato di grande buona volontà e ricorre con fiducia alla preghiera. E' retto e diligente nei suoi lavori".
Fr. Fortunato dava buona prova di sé per cui i superiori pensarono di fargli fare il secondo anno di noviziato in Inghilterra, così avrebbe imparato la lingua. Qui cambiò due padri maestri. Il primo, p. Albertini, scrisse: "Comportamento serio e dignitoso, diligente nei suoi doveri. E' calmo e tranquillo in tutto e non va soggetto a crisi o ad alti e bassi. E' di buon esempio agli altri. Mostra senso pratico e buon criterio. Va avanti bene nello studio della lingue e mi pare dimostri buona capacità intellettiva. Come carattere è docile e sottomesso, e riceve con molta umiltà le osservazioni. Confido che diventerà un buon fratello, anche se sarà sempre uno capace di dire le sue ragioni".
P. Baroni, il secondo p. maestro in Inghilterra, aggiunse: "Gioviale, di compagnia, franco. Ama esprimere le sue opinioni alle quali è particolarmente attaccato, di pietà sentita e senza ostentazioni. Intelligente, diligente e pratico. Lo raccomando per la professione religiosa". Dobbiamo dire che "l'attaccamento alle proprie opinioni", segno di forte e responsabile personalità, costituirà anche il difetto contro il quale fr. Sprocatti lotterà per tutta la vita.
Il 09 settembre 1952 pronunciò i Voti a Sunningdale, che lo consacrarono missionario comboniano.
Dopo i Voti, Fortunato rimase in Inghilterra per altri due anni come addetto alle costruzioni.
In Africa
Il 14 dicembre 1954 troviamo fr. Fortunato ad Aber, in Uganda. Vi resterà fino al 1958 come addetto alle costruzioni. Con lo stesso incarico fu a Kangole dal 1958 al 1960; a Kaabong dal 1960 al 1966; a Matany dal 1966 al 1970; a Morulem dal 1970 al 1977.
Dal 1977 al 1981 fu a Namalu come addetto alla campagna. Fondamentalmente fr. Fortunato era un contadino e, in quel momento, nella zona c'era bisogno di uno che mandasse avanti la fattoria per insegnare agli africani il lavoro razionale e moderno della terra.
In quattro anni riuscì a creare un bel gruppo di lavoratori della terra che, tornati ai loro villaggi, avrebbero potuto continuare l'opera di promozione umana alla quale il Fratello li aveva incamminati.
Scrive fr. Angelo Drago: "E' stato ad Amaler, a 4 chilometri da Namalu, e per anni ha diretto la grande piantagione, insegnando agli africani a lavorare i campi. Rimase solo anche durante la guerra del 1978-1979 per difendere i beni della Missione con serio pericolo per la sua vita. Egli ha costruito la missione di Kaabong (Nord Karamoja) con la squadra di operai che si era formata. Durante le vacanze insegnava ai novellini i segreti della caccia e la 'psicologia' dei vari animali in modo che la battuta fosse proficua e senza pericoli".
Fortunato, dal 1982 al 1987, fu a Moroto nuovamente addetto alle costruzioni e alla Procura. "Cercava in tutti i modi di accontentare i confratelli e di fare in modo che nelle loro missioni non mancasse niente", prosegue fr. Drago.
Dal 1987 fu a Kanawat, tra i Karimojong, sempre addetto alle costruzioni, da questa missione sarebbe passato al Centro Malati di Verona e ... alla Casa del Padre.
Servizio e disponibilità
Tutti questi cambiamenti, affrontati gioiosamente per venire incontro alle necessità delle singole missioni, ci mostrano un fr. Fortunato dedito anima e corpo al servizio della missione, dei confratelli e degli africani. Servizio e disponibilità sono le caratteristiche che fanno di un Fratello un "vero" Fratello, proprio come lo intendeva Comboni. Servizio e disponibilità non disgiunte dalla competenza e dal senso di responsabilità.
Ciò è sottolineato dalle testimonianze dei confratelli e dei superiori che non hanno lesinato parole di elogio nei loro resoconti a proposito di questo Fratello. Potremmo citare p. Bresciani: "Carattere posato e sodo, uomo di carità vera e praticata"; p. Barbisotti "Volitivo, impegnato nelle sue cose, sempre pronto all'obbedienza"; p. Russo: "Nei tempi liberi ama leggere buoni libri per istruirsi"; p. Santi: "Sicuro di sé, uomo di sacrificio".
Segno e strumento di Cristo
Scrive p. Tarcisio Pazzaglia: "Fratel Nato - così lo chiamavano tutti - è il tradizionale fratello comboniano che si affianca ai confratelli sacerdoti e assume le sue responsabilità portando avanti le varie strutture che rendono la parrocchia un vero centro di evangelizzazione in cui dispensario e scuola (e lui ne ha costruiti tanti) diventano segno della presenza di Cristo e strumento della sua opera salvifica.
Era missionario entusiasta del suo lavoro e factotum competente che si è fatto sul campo di lavoro, dall'edilizia all'agricoltura, dalla meccanica all'idraulica. Oggi molti africani devono dire grazie a lui se sono diventati operai specializzati nei vari campi.
Ricordiamo la sua dedizione e il suo ottimismo, la sua allegria e i suoi 'consigli' ai giovani missionari che non conoscevano bene la lingua e gli africani e perciò facevano fatica ad accettare l'impatto con gente che non ha l'orologio, che non pianifica e che chiama il furto 'ryeko', furbizia.
'L'Africa bisogna amarla com'è - diceva - non come pensiamo dovrebbe essere secondo la nostra mentalità. Bisogna camminare con loro, col loro passo, senza precedere, ma mano nella mano'".
Imbonitore di ladri
Nella sua attività fr. Fortunato ebbe molto da fare anche con i ladri che, in Uganda, imperversavano a causa della fame e delle troppe armi che circolavano.
Ai posti di blocco, egli smontava dall'auto, offriva qualche cosa a chi lo aveva fermato e poi cominciava a discutere con calma e con molta gentilezza fino a riuscire ad imbonire anche i più ostinati.
Durante la guerra di Amin ci fu un'inflazione di ladri, di assassini favoriti anche dalla fame e dal colera. Alcuni missionari furono uccisi e altri dovettero uscire dall'Uganda.
Nel 1990, benché le cose in Uganda si fossero abbastanza tranquillizzate sotto il governo di Museveni, anche fr. Fortunato fu vittima di un improvviso assalto di briganti che lo colpirono piuttosto pesantemente alla testa con la chiara intenzione di ucciderlo. Egli tenne nascosta la cosa ai suoi familiari finché non fu guarito e cercò di minimizzarla di fronte ai confratelli e alle autorità per paura che "quei poveretti, spinti più dalla fame che dalla cattiveria, ai quali ho immediatamente dichiarato il mio perdono, ne avessero danno".
"Quando ci insultano benediciamo - scrisse commentando questi fatti. - Quando ci perseguitano sopportiamo; quando dicono male di noi rispondiamo amichevolmente. Siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti... Questa situazione l'ho vissuta e la vivo tuttora".
"A 30 chilometri da Kanawat c'è la missione di Loyoro che ho costruita da zero nel 1964, dormendo sotto una tenda. Ieri è stata assalita e saccheggiata due volte. In chiesa è stato rubato tutto: i vasi sacri sono stati gettati a terra e calpestati, il tabernacolo distrutto, le ostie consacrate sparse per terra e calpestate. I morti sono stati più di 40" (maggio 1987).
"Per 6 giorni non abbiamo avuto notizie di p. Egidio Ferracin. Era andato a celebrare la messa a 30 chilometri da Alenga. Finalmente hanno trovato il corpo del Padre legato a un albero e orribilmente mutilato... La chiesa soffre e accetta".
Nei pericoli
Nonostante questi fatti, in tutte le lettere di fr. Fortunato non si trova traccia di stanchezza, ma solo espressioni di fiducia in Dio e di comprensione per la gente, anche per gli assassini.
"Il prossimo 13 aprile ricorre il 40° anniversario della mia partenza da casa. Non ho nessun rimpianto del passato, della scelta fatta, anzi ringrazio il Signore di trovarmi in questa situazione, in questo luogo di pericoli, di disagi, di sofferenze. Sono nelle croci, ma le croci inondano l'animo di vera gioia anche se riempiono gli occhi di lacrime. Vuol dire che il Signore non si è dimenticato di me e mi ama. I missionari sono sulla via del Calvario. Più avanti c'è la tomba e poi la Risurrezione. Questa è la nostra speranza", aveva scritto poco prima di tornare in Italia per curarsi.
"Si calcola - scrisse poco dopo - che ci siano in giro più di 25 mila fucili abusivi, tutti automatici. Non so più contare quante volte sono stato fermato a mano armata. Sono stato bersaglio di centinaia di pallottole ma, con l'aiuto dell'angelo custode del quale, nei momenti di terrore si sente veramente la presenza, sono ancora vivo".
Costruttore
Come abbiamo visto, fr. Sprocatti è stato soprattutto un costruttore. Scrisse: "Ho appena finito la costruzione di una scuola di 8 aule, con due uffici, cucina e magazzino. Ora sto costruendo un complesso sanitario annesso al piccolo ospedale della missione, per ospitare i malati contagiosi.
Ho costruito scuole per falegnami, muratori, agricoltori, una scuola di economia domestica, un ospedale con cento posti letto per gestanti e un lebbrosario. Ho anche lavorato nella costruzione di due ospedali da 300 posti letto ciascuno, e una scuola per infermieri e ostetriche. Non parliamo delle chiesette e cappelle che ho disseminate nel territorio dei Karimojong (nord Uganda), una regione semidesertica di 28 mila chilometri quadrati con una popolazione di mezzo milione di abitanti. Questa è la mia vita e sono contento di averla spesa per amore di Gesù e del Vangelo".
Aveva il cuore buono
"Qui è una disperazione - scrisse. - Le miserie che vedo in questi giorni sono cose che spezzano il cuore più duro. Più di una volta ho pianto, perché vedo che non posso aiutare tutti secondo le loro necessità. Sono centinaia le persone: vecchi, ciechi, storpi, bambini, scheletri ancora in vita.
Tutte le mattine, un'ora prima che faccia giorno, arrivano silenziosi, si accendono un fuoco e aspettano quel poco che posso dar loro... Alla sera, due ore dopo il tramonto, c'è ancora chi aspetta, sperando di ricevere qualcosa. Allora faccio un'altra scelta dei casi più bisognosi". E qui fr. Fortunato si dilunga in una serie di casi veramente drammatici.
Non possiamo tralasciare una testimonianza di fr. Zanetti, scritta nel suo stile vivace e scorrevole:
"L'evangelica carità del Fratello divenne chiara alla fine del 1980, l'anno della grande fame in Karamoja. Egli mi aveva sostituito ad Amaler e decine di scheletri si portavano quotidianamente alla fattoria per vedere se c'era qualcosa da mangiare.
Fu allora che il Fratello, di sua iniziativa, creò un centro di assistenza per ragazzi e per adulti. Non c'erano autorizzazioni o permessi. Ma come provvedere ai viveri? C'era qualche cosa nel magazzino, ma era troppo poco perché la guerra di Amin aveva rovinato i raccolti e la gente era fuggita sui monti, compresi gli uomini capaci di lavorare".
I pentoloni della Provvidenza
"Con quel po' che aveva - prosegue fr. Zanetti - Nato cominciò la sua opera di assistenza. Due grandi pentoloni bollivano sempre in una cucina all'aperto. Gli avventori erano giovanotti emaciati, vecchi decrepiti, bambini aggrappati al seno delle mamme...
In pochi giorni il magazzino si svuotò, tuttavia il Fratello non perse la sua fiducia e il suo ottimismo.
Sulla strada che portava a Moroto, passavano i pesanti automezzi che portavano i viveri al Nord. Egli andava ad aspettarli, pazientemente, per ore ed ore. Con un gesto e un sorriso li fermava e cominciava a dialogare con gli autisti che non erano ugandesi, in un inglese elementare.
'Dove andate a quest'ora?'. 'A Moroto'. 'Moroto è lontana e la strada e ripida e sciupata, perciò è difficile salire con un automezzo così carico. Venite con me, troverete cena e alloggio, e domattina proseguirete spediti e leggeri per Moroto'. A Moroto gli autisti chiudevano ambedue gli occhi quando constatavano che il carico aveva subito un buon salasso... Non sappiamo quante vite siano state salvate dalla carità di Nato il quale, dopo aver riempito la pancia agli affamati, metteva loro in mano una zappa, un badile, una carriola sia per raccogliere i morti di fame e seppellirli, sia per cominciare a lavorare la terra in attesa delle provvidenziali piogge".
Animatore
La lontananza dal paese per decenni non ha allentato i vincoli di affetto con i suoi familiari e con la comunità parrocchiale. Di tanto in tanto si faceva vivo con lettere, mandava qualche oggetto africano per tenere sempre presente la missione in mezzo ai suoi.
Ebbe un legame tenace con la sorella Giulietta che condivideva la sua passione missionaria fino a rinunciare al matrimonio pur di vivere totalmente protesa e quasi assimilata all'ideale del fratello. Gran parte dei risparmi di Giulietta prendevano la via dell'Africa "e le pareva che fosse sempre troppo poco".
Forse non potevano vivere una senza l'altro. Per questo il Signore li colse insieme per trapiantarli nella sua Casa.
Non se l'aspettava
Durante gli oltre 40 anni di vita missionaria, fr. Sprocatti era tornato più volte in Italia per le vacanze. Quelle del maggio 1995 includevano anche una buona visita medica perché la salute di Fortunato non era più come quella di un tempo.
Gli accertamenti fatti non diedero segni di particolari sofferenze a parte le vene varicose alle gambe che richiedevano un intervento per evitare possibili flebiti, trombosi o embolie.
Venerdì 21 luglio fu accolto nell'ospedale di Lonigo (VI), reparto chirurgia. L'intervento doveva aver luogo il lunedì seguente ma, durante la notte tra domenica e lunedì, subì un attacco di ischemia cerebrale acuta che gli procurò una emiparesi sinistra. Trasportato all'ospedale di Arzignano (VI) per una TAC, venne evidenziata una vasta area lesionata dall'ischemia. Subito furono avvisati i parenti che vennero a trovarlo. La sorella Giulietta, pensionata ed esperta infermiera, si offrì per assisterlo durante tutto il tempo della sua permanenza all'ospedale. I missionari le assicurarono il cambio notturno di assistenza.
Stranamente il Fratello non si rendeva conto della sua situazione ma, aiutato dai sanitari e dalla sorella, cominciò a riprendersi abbastanza bene.
Il 9 agosto fr. Fortunato rientrò in Casa Madre a Verona dove iniziò un programma di rieducazione funzionale. Ma più si riprendeva fisicamente, più cedeva psicologicamente cadendo in una specie di depressione. Ciò era causato dalla paura di non poter più ritornare in missione. La sorella Giulietta tornò per stargli accanto e per aiutarlo a superare questi problemi.
Giovedì 24 agosto, pensava di assentarsi per qualche giorno per visitare i parenti ma Fortunato la convinse a restargli accanto fino alla fine della settimana.
Verso le 10,30 fr. Fortunato, che aveva appena terminato le fisioterapie del mattino, chiese agli infermieri di aiutarlo a sedersi sulla poltrona. La sua pressione era normale per cui la sorella gli offrì una tazza di tè. Fortunato, dopo aver assaggiato la bevanda, manifestò il desiderio di essere messo a letto perché non si sentiva bene.
Gli infermieri lo misero a letto ma notarono la scomparsa del polso e una sindrome da arresto cardiaco. Il medico fu lì in pochi minuti ma non poté fare altro che constatare il decesso.
Uniti nella vita, uniti nella morte
Dopo pranzo la sorella Giulietta cominciò a preparare le sue cose perché pensava di ripartire con i fratelli che erano in viaggio per Verona. Poi risalì in camera dove giaceva il fr. Fortunato per vegliarlo in preghiera. Alle ore 14.15 portò all'infermiere il portafogli del fratello dicendo che aveva riordinato i vestiti e il comodino, quindi ritornò in camera col fratello.
Dopo pochi minuti l'infermiere fr. Plazzotta la seguì insieme a p. Altieri che aveva assistito fr. Fortunato durante il decesso. Aperta la porta, i due videro Giulietta seduta sulla poltrona con la testa rivolta indietro come se stesse dormendo. Al loro arrivo non si mosse. Allora l'infermiere si avvicinò velocemente e notò che era pallida con le labbra cianotiche. La stese a terra e cercò di praticarle il massaggio cardiaco per rianimarla. Ma tutto fu inutile. Anch'ella aveva avuto, a tre ore di distanza dal fratello, un arresto cardiaco da infarto acuto del miocardio, e il medico non poté che constatarne il decesso.
Se da un punto di vista umano è stata un'esperienza dolorosa e scioccante, è apparso chiaro che il Signore ha voluto chiamare insieme nella sua Casa coloro che insieme avevano condiviso l'ideale della vocazione missionaria. E ciò proprio nella Casa Madre dei comboniani dove riposano le spoglie mortali del Fondatore.
Per tutti, anche per i fratelli che poi sono arrivati, queste morti sono state lette come un segno di una speciale predilezione di Dio verso coloro che tanto avevano amato la missione e le anime.
Le due bare, affiancate nella cappella di Casa madre per la messa di suffragio, furono poi portate a Trecenta per un secondo funerale e per essere tumulate, insieme, nel locale cimitero.
Di fr. Fortunato Sprocatti ci resta l'esempio di un missionario forte e deciso, perfettamente realizzato, contento, anzi entusiasta, della sua vocazione, con una grande capacità di relazioni umane e desideroso di comunicare la sua esperienza di missione a tutti. Ci resta anche l'esempio della sua vita totalmente donata nel silenzio e nel nascondimento ai poveri, ai più "necessitosi" che, come Comboni, aveva eletti padroni del suo cuore. (P. Lorenzo Gaiga, mccj)
Da Mccj Bulletin n. 192, luglio 1996, pp. 70-76
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The Sprocatti family could call itself well-off, because they owned several pieces of good land that provided a comfortable life for the six children of Giuseppe and Elisa (neé Trevisani).
The father was a believer, but not a practising Catholic. On the other hand, the mother would not have missed Sunday Mass for any reason in the world. So every Sunday, trailing her brood of half a dozen, she would walk the three kilometres into town, to give the children the chance to carry out their religious duties and receive the sacraments - leading by example in this, too.
Fortunato was the third of four boys and two girls. He went to primary school at Ceneselli, and completed it with top grades, because he was gifted with a marked intelligence.
The War
Fortunato served in the Navy at Pola and then La Spezia, before the notorious 8th September 1943, when Italy was invaded by the Germans and the Italian army disbanded.
"At the age of 18," he wrote, "I volunteered for the Navy in the harbour office at Chioggia. I was not attracted by the adventure; it was a serious decision, with apostolate as the aim. On 9th September 1943 I was taken prisoner by the Germans. After a few days I managed to escape from the concentration camp. I almost reached the door of the gas chamber..."
It was too risky to go back home, both for himself and his family, so he decided to join the partisans at Montefiorino (Modena).
Emigrate?
In 1948, Fortunato's family parted from that of an uncle with whom they had been living at Ceneselli, and settled at Trecenta, where Giuseppe had bought a piece of land as his own property.
There was a Parish Priest at Trecenta, who later died "in the odour of sanctity"; he welcomed the family like long-lost friends, and immediately concerned himself with the younger members.
Fortunato was 24, with an experience behind him that had given him maturity. He was soon elected president of Catholic Action and of the Sunday School, as well as starting some social work among the young men who were returning from the war, their lives rather badly disrupted.
Vocation
In this climate, assisted by the Parish Priest to whom he was able to talk frankly, he gave serious thought to his future. It seemed to him that to dedicate his life to those who did not yet know the Lord, as a collaborator with missionary priests in Africa, was the most wonderful thing he could do. So, on 19th March 1950, he wrote:
"For some years now I have felt an increasing desire to give to Jesus a bit more than I could give Him if I remained in the world. And in the last months this desire has become a burning passion: I feel able for it, because I wish with all my heart to give, sacrifice, offer to Jesus, for Jesus and for souls, everything entirely and forever; holding back nothing.
I have already sought the counsel of prudent and enlightened persons. I have heard that this is the Lord's will, therefore, considering myself called by God to consecrate myself to the missionary apostolate in Africa as a Brother to assist the priests, I have chose your Institute because I, too, want to become a Son of the Sacred Heart.
So I ask you please to let me know the day on which you wish to summon me...".
Novice at Gozzano
In a relatively short time all arrangements were made, and Fortunato stepped into the novitiate at Gozzano on 14th April 1950. "His parents were a bit taken aback by Fortunato's firm decision, at the age of 26; but they were happy, as we all were" writes Quinto, his brother.
At the same time his elder sister Giulietta was taking steps to enter the Pie Madri della Nigrizia, but was blocked by health problems. This holy woman, who remained in the world, but lived like a nun all her life, became a nurse and worked alongside her brother in prayer, support and a complete sharing of ideals... right to the end.
It must be said that the novitiate was quite difficult from the start for a young, mature man with a lot of experience, having to live alongside lads of 16 or 17. But Bro. Fortunato did so well that the superiors decided to send him to England for the second year of novitiate, so that he could learn the language as well. He had two Novice Masters during that year. The first, Fr. Albertini, wrote: "Serious and dignified in behaviour, diligent in his duties. He is calm and steady in everything, not given to crises or ups and downs. He is a good example for others. He shows good practical sense and judgement. He is doing well in his language study, and I think he shows a good intellectual capacity. He has a quiet and obedient character, and listens to observations with great humility. I feel sure he will be a good Brother, even though he will always be one who can speak his mind."
Fr. Baroni, who succeeded Fr. Albertini, added: "Cheerful, good company, open. He likes stating his opinions, which he holds quite strongly. Sincere piety, but not showy. Intelligent, diligent, practical. I recommend him for religious profession". We can say that sticking to opinions, the sign of a strong and responsible personality, would also be a defect against which Bro. Sprocatti had to struggle all his life.
On 9th September 1952 he pronounced his Vows at Sunningdale, thus being consecrated as a Comboni Missionary. Then he remained a further two years in England, doing building work.
In Africa
On 14 December 1954, Bro. Fortunato was at Aber, in Uganda. He was in charge of building works there until 1958, then moved on with the same office, to Karamoja: Kangole until 1960, Kaabong to 1966, Matany up to 1970 and Morulem until 1977. Bro. Angelo Drago describes the next period, with some general reflections: "He spent several years at Amaler, about 4 km. from Namalu, in charge of the farm there, and teaching African workers the arts of larger-scale agriculture. He was there by himself during the liberation war in 1979, guarding the mission. He built Kaabong mission (northern Karamoja) with a team of builders he had formed himself. He loved hunting; during holidays he would teach novices about the `psychology' of various animals, and how to avoid danger while getting something for the pot."
Fortunato was back at building in 1982, and also worked in the Procure at Moroto. Then in 1987 he went to Kanawat for more construction work. From here he went to the Centre for Sick Confreres at Verona and... to the Father's House.
Willing service
All his mission activity can be summed up thus: service and willingness, together with competence and a sense of responsibility. Over the years, confreres and superiors have borne abundant witness to this. To quote some of the "heavyweights" - Fr. Bresciani: "Steady and solid character, a man of real, active charity"; Fr. Barbisotti: "Willing, sticks to his work, ready obedience"; Fr. Russo: "He likes to read books in his spare time, to learn more"; Fr. Santi: "Sure of himself, a man of sacrifice".
Fr. Tarcisio Pazzaglia writes: "We remember his dedication and optimism, his cheerfulness and his `counsels' for young missionaries who did not yet know the language, and were coming to grips with people who had a different sense of time, and called stealing cleverness (ryeko). he would say, ."
His own testimony
In 1990, although Uganda was fairly peaceful under Museveni, Bro. Fortunato was the victim of bandits, who struck him on the head quite hard, and could easily have killed him. He did not tell his family until he had recovered, and made little of it with superiors and the police, so that "the poor fellows, driven by hunger rather than malice - and whom I pardoned at once - would not get into trouble".
"The mission of Loyoro is 30 km. from Kanawat. I built it from the ground up in 1964, living in a tent. Yesterday it was attacked and looted twice. Everything was taken from the church: the sacred vessels thrown about, the tabernacle smashed and the hosts scattered on the ground and trampled on. Over 40 people were killed, too" (May 1987).
"We had no news of Fr. Egidio Ferracin for 6 days. He had gone to say Mass about 20 miles away. At last, they found his body, tied to a tree, where he had been tortured and killed... the Church suffers and accepts."
In danger
Despite events like these, Bro. Fortunato's letters show no sign of dismay, only expressions of trust in God and understanding for people, even killers. "On 13 April next, it will be 40 years since I left home. I regret none of the past, of the choices made; indeed, I thank God for the situation, this place full of dangers, want and suffering. I have crosses to bear, but crosses fill the soul with true joy, even amid tears. It means the Lord has not forgotten me, and loves me. Missionaries walk the road to Calvary. There is a tomb ahead, but beyond that is the Resurrection. This is our hope". These words are from a letter written shortly before his final return to Italy.
"They say there are over 25 thousand unregistered rifles, all automatic. I have lost count of the number of times I have been stopped by armed men, and I have been fired at a good number of times. Thanks to my guardian angel - whose presence is felt very strongly in times of terror - I am still alive."
Out of the blue
In over 40 years of missionary life, Bro. Sprocatti had returned to Italy several times for holidays. The leave that began in May 1995 included a thorough medical check-up, because his health was no longer what it used to be.
The tests showed no serious problems, except for varicose veins that needed to be dealt with, to reduce the chance of phlebitis, thrombosis or clots. On 21st July he went into hospital at Lonigo (VI) for an operation on the following Monday (24th). However, during the night between Sunday and Monday he suffered a stroke, with paralysis of the left side. He was taken to the nearby hospital of Arzignano for a body scan, which showed that a wide area of the brain had been affected. His relatives were told at once. His sister Giulietta, now retired, offered to stay with him to help with the nursing. His confreres said they would take over on nights.
Strangely, Brother did not seem aware of his state, but with the medical attention and nursing, he began to improve quite nicely. On 9th August he returned to the Mother House in Verona for rehabilitation therapy. Here he seemed to go down psychologically as fast as he improved physically, becoming quite depressed. It was caused mainly by the fear of never being able to return to the mission. Giulietta came along to keep him company and help him to get over this mental state.
On 24th August she thought of going home for a few days, but Fortunato persuaded her to remain until the weekend. At about 10.30, after his therapy, he asked to be sat up in an armchair. His blood pressure was normal, and his sister gave him a cup of tea. But after tasting it, he asked to be put to bed, as he did not feel well. While the nurses were doing this, they noted that his pulse had disappeared: he seemed to be in cardiac arrest. A doctor was there in minutes, but he was able only to confirm that Fortunato had died.
United in death, as in life
In the afternoon Giulietta packed, thinking she would go back home with her relatives, who were on their way to Verona. Then she went up to watch and pray beside Fortunato. At 14.15 she took his wallet down to one of the Brothers, saying she had tidied his clothes and the bedside table, and went back up to the room. A few minutes later Bro. Plazzotta followed with Fr. Altieri, who had been with Bro. Fortunato when he died. They opened the door, and saw Giulietta in the armchair with her head thrown back, as though asleep. But she did not start at the noise. The Brother hurried over and say she was very pale, her lips blue. He laid her on the floor and tried cardiac massage; but to no avail. Three hours after he brother, she too had died of a heart attack. Once again, the doctor could do nothing but confirm that death had taken place.
Humanly speaking, it was a very sad and shocking day; but it seemed clear that the Lord had called them both together, since they had shared the missionary vocation and ideal so closely here on earth.