P. Gilmar Santos de Sousa era nato a Salvador in Brasile nel 1964. Emise i voti temporanei nel 1989 e quelli perpetui nel 1993. Fu ordinato sacerdote il 19 febbraio 1994.
P. Gilmar mi riporta a un momento della vita che ha lasciato segni profondi dentro di me. Quando lo conobbi, animava il gruppo giovanile della parrocchia di Castelo Branco che avevamo scelto come porta d’ingresso nel mondo afro-brasiliano, a Salvador-Bahia. Sembrava che Gilmar si identificasse molto con le nostre proposte pastorali e apprezzasse la sensibilità che cominciava ad emergere nel nostro Istituto per le espressioni afro-brasiliane.
Ho seguito con interesse la sua crescita personale, umana e vocazionale, la sua entrata nelle nostre strutture formative, la sua ordinazione, le sue prime azioni missionarie in Congo ed Ecuador. Ho cercato di capire i motivi del suo ritorno in Brasile. Il suo, sembrava sempre un cammino inquieto dove, da una parte, non riusciva ad esprimere pienamente le sue innumerevoli qualità e, dall’altra, finiva sempre con l’alimentare resistenze e giustificazioni.
Ricordo di averne parlato spesso con P. Ettore Frisotti, comune amico. Riconoscevamo in Gilmar molti elementi dell’anima “bahiana”. Avevamo entrambi la sensazione che Gilmar fosse continuamente portato a scontrarsi con qualcosa di più grande di lui, per il modo di parlare di Dio, le vie proposte per incontrarlo, le manifestazioni della fede e della vita, la capacità di accogliere la religiosità popolare. Era come se la teologia e le strutture ecclesiali (ed ecclesiastiche) fossero troppo strette per lui, come se schiacciassero il suo zelo apostolico e il suo ardore missionario. Eppure, arrivava al cuore delle persone più di tutti noi. Lo provano le amicizie e le profonde relazioni che seppe stabilire. Il suo rapporto con i comboniani non è stato facile. Se vi fu sintonia negli ideali, vi fu anche una costante difficoltà nel concretizzarli. Mi sembra che la decisione di incardinarsi nella diocesi di Salvador possa essere vista come il risultato di questo lungo e difficile processo di avvicinamento che non è mai riuscito a diventare incontro autentico.
Per questo, la sua morte rappresenta una duplice perdita: di una persona alla quale devo molto nella comprensione del Brasile ma anche perdita dell’opportunità di accogliere fra noi un po’ dello spirito afro-brasiliano che ha bussato alla porta del nostro Istituto ma che, per mille motivi, non è riuscito ad entrare.
P. Giovanni Munari, mccj
Da Mccj Bulletin n. 274 suppl. In Memoriam, gennaio 2018, p. 55-57.