Giovedì 19 febbraio 2026
Quest’anno, il Ramadan, il mese sacro di digiuno, preghiera ed elemosina dell’Islam, è iniziato un giorno prima della Quaresima, il tempo di digiuno, preghiera ed elemosina che prepara i cristiani alle celebrazioni pasquali. Sr. Cecília Sierra, una missionaria messicana che lavora con le donne beduine nel deserto della Cisgiordania, condivide alcune riflessioni sul digiuno e sul deserto.

Suor Cecília Sierra, missionaria comboniana, in Cisgiordania.

Come Gesù, anche noi siamo state condotte nel deserto, lo stesso deserto della Giudea. Le donne beduine ci aspettavano. Senza trucco, occhi stanchi, labbra secche, mani screpolate. Di solito arrivano con vestiti colorati e un delicato tocco di trucco che esalta la dignità dei loro volti. Oggi erano diverse. È il primo giorno del Ramadan e il digiuno si fa già sentire: niente cibo né acqua dall’alba al tramonto.

Il Ramadan trasforma il ritmo di queste terre. Prima dell’alba, le famiglie condividono il suhoor, il pasto rituale del mattino. Poi, la giornata diventa lenta e silenziosa. Al termine del pomeriggio, la stanchezza è visibile e molti rientrano frettolosamente per preparare l’iftar, il pasto dopo il tramonto.

La fame rivela la fragilità umana. Al tramonto, la preghiera apre il momento sacro di rompere il digiuno con acqua e datteri. Nel deserto della Giudea, tra coperte logore e lamiere che cigolano al vento, il digiuno è ancora più austero. Vulnerabili, senza servizi di base, il sacrificio è concreto e quotidiano.

Quest’anno, le date coincidono: il 17 è iniziato il Ramadan e, il giorno seguente, la Chiesa dà inizio alla Quaresima.

«Voi digiunate?», chiedono persino i bambini. Amir, beduino di sette anni, già digiuna. «Il suo spirito si rafforzerà», afferma la madre con la fermezza di chi ha imparato a resistere. Subito emerge ciò che è più doloroso: la situazione che si aggrava, l’incertezza che pesa più della fame.

La presenza delle missionarie diventa incontro, spazio per condividere ciò che ci unisce e che riconosciamo come sacro. Cammini diversi, una stessa sete, un unico Dio. Lo Spirito conduce nel deserto. Nella sua immensità, il bisogno del divino diventa più profondo. Anche Dio vive all’aria aperta.

Forse il deserto non è il luogo dove tutto manca, ma uno spazio di discernimento. L’aridità insegna a conservare l’essenziale, il nuovo, il santo; a fare spazio affinché la sua Parola smascheri gli inganni e sostenga la virtù. Lo Spirito ci conduce nel deserto affinché il digiuno non sia solo privazione, ma forza e solidarietà. Affinché la preghiera sia ascolto e la tua vita e la mia diventino presenza vicina e consolazione per chi invoca Dio con compassione e misericordia.

Perciò, come a Gesù, lo Spirito continua a condurci nel deserto.

Suor Cecilia Sierra,
Missionaria Comboniana