Il significato fondamentale della missione cristiana risiede nella capacità di proporre il Vangelo come una dimensione essenziale per la realizzazione dell'essere umano e per il miglioramento della qualità dell'esistenza. Storicamente, il rapporto tra evangelizzazione e culture si è articolato attraverso diversi modelli teorizzati ed evolutisi nel tempo: dall'acculturazione (spesso risolta in una mono-acculturazione o occidentalizzazione), all'adattamento e all'incarnazione, fino ai principi di contestualizzazione e liberazione. Ciascuno di questi approcci evidenzia come l'inculturazione sia un processo complesso che deve considerare la cultura non come un museo statico di tradizioni, ma come un sistema dinamico e adattativo attraverso cui l'uomo dà senso alla propria esperienza e costruisce la propria identità.

​L'inculturazione, intesa in senso profondo, richiede una costante reciprocità e fecondazione mutua tra il messaggio evangelico e il contesto culturale in cui si inserisce. La cultura si configura come un progetto di vita guidato da segni, simboli, regole di comunicazione, memoria storica e una visione globale dell'esistenza. Per evitare di chiudersi in particolarismi o autoreferenzialità, l'inculturazione deve necessariamente evolvere verso l'interculturalità, ossia un dialogo aperto e collaborativo capace di promuovere una "convivialità delle differenze". In questa prospettiva, la proposta cristiana si offre come una forza ermeneutica e critica orientata alla promozione della vita e della dignità umana.  

​Adottare uno stile interculturale comporta una trasformazione profonda nel modo di porsi di fronte all'altro e alla diversità. Questo percorso genera tre effetti principali: in primo luogo, conduce al riconoscimento della relatività e della modestia conoscitiva, ridimensionando la presunzione di possedere principi unificanti assoluti; in secondo luogo, rivela la pluralità delle visioni del mondo, superando l'illusione dell'autosufficienza e sollecitando l'ascolto e la cura; infine, invita ad accogliere l'estraneità e la figura dello "straniero" oltre i pregiudizi, sospendendo il giudizio per costruire legami di condivisione, giustizia e pace.  

​In conclusione, la riattivazione della missione evangelica si basa sul paradigma del dono e della responsabilità verso l'altro, prendendo a modello figure come quella del Buon Samaritano. L'evangelizzazione delle culture deve quindi seguire un itinerario pedagogico e metodologico chiaro: porre al centro l'esperienza liberante dei valori del Regno, promuovere uno stile profetico e di correlazione critica con le realtà sociali ed economiche, ed operare per la fioritura dell'umano e del bene comune. Solo facendosi forza contro-culturale e aperta al dialogo, la comunità cristiana può contribuire a risanare il tessuto sociale e a testimoniare una fraternità autentica.

Sintesi

1. Il significato più autentico della missione sta nella capacità di proporre il Vangelo come una dimensione importante per la qualità dell’esistenza e per la realizzazione di ogni donna e uomo. È questa l’esperienza che il Nuovo Testamento attesta nella vita delle comunità cristiane delle origini. L’evangelizzazione vive l’esigenza di creare le condizioni per una esperienza religiosa ed etica alla luce della rivoluzione dei valori del Regno. La conseguenza di tale esperienza è che la missione è legata alle questioni dell’esistenza nella sua dimensione personale, politica, economica e ambientale. Per questo, nella storia della missione si sono avuti diversi modelli di ‘evangelizzazione delle culture’ che hanno segnato l’evoluzione dell’esperienza e dell’idea di missione. 

Tra questi modelli, emerge con chiarezza di metodo quello della ‘inculturazione’ che, sul modello dello stile di vita di Gesù, comprende la missione come l’esigenza di condivisione di quei valori etici e religiosi che siano in grado di alimentare una cultura che umanizzi second le dinamiche del dono, della cura, dell’amore. Ora, appare evidente che la comprensione del processo di inculturazione è strettamente legato al concetto di cultura e alla sua delineazione in rapporto all’organizzazione dell’esistenza. Il motivo è che l’evangelizzazione delle culture opera una reciprocità, nel senso che le realtà Vangelo e mondo culturale si alimentano e fecondano nello sviluppo delle rispettive potenzialità progettuali. La cultura, infatti, è un sistema di progetto di vita che accompagna il movimento dell’esistenza di uomini e donne, contribuendo a corredare l’umano che, dal suo statuto di incompletezza, è sospinto a esplorare, innovare, organizzare, a tal punto che l’identità culturale si costruisce progressivamente come forma dell’auto-organizzazione umana.

Non è affato semplice definire la cultura, sebbene essa appare come il filtro sociale del reale con il quale diamo senso alle nostre esperienze del mondo. È una risposta, per altro variabile, che interagisce con la complessità della condizione umana e della sua precarietà, divenendo un modo di vita ereditato socialmente. A questo livello, la cultura ha una funzione adattativa, come risposta, tutt’altro che statica, di un determinato gruppo sociale all’ambiente, nel tentativo di mantenere un equilibrio nella ricerca d’identità. Se, dunque, la cultura intende valere come un sistema di progetto di vita, lo è solo se accompagna il movimento dell’esistenza di uomini e donne, contribuendo a corredare l’umano che, dal suo statuto di incompletezza, è sospinto a esplorare, innovare, organizzare, a tal punto che l’identità culturale si costruisce progressivamente come forma dell’auto-organizzazione umana. Essa costituisce un sistema complesso, articolato, dinamico, per interpretare il quale è necessario cogliere modelli e regole di funzionamento. Al tempo stesso, essa si comprende con una relazione di parti, dove l’intervento su un elemento del sistema ha conseguenze constatabili sugli altri elementi e sulla loro connessione.

2. Inserire il lievito del Vangelo nella storia e nell’esistenza è dare inizio ad un processo culturale avvincente, perché contribuisce a dare nuova coesione e forma alla cultura, aiuta ad allargare lo sguardo sui valori universali che nessuna cultura può includere ed esaurire, chiama ad entrare in una convivialità delle differenze, in cui le culture inaugurano uno stile di reciprocità. Per realizzare ciò, è necessario condividere valori comuni quale stimolo ad un’apertura tra le culture e dentro di esse. Il rischio di universi chiusi, di pregiudizi culturali che diventano insuperabili a motivo della relatività di ogni valore culturale, induce a forme di particolarismo rischioso. Ciò non implica affatto la negazione della propria tradizione e identità, ma una apertura agli altri e capacità di confronto collaborativo.

Da questa angolatura, si può sostenere che l’inculturazione è un processo ermeneutico: provoca il bisogno di reinterpretazione, in quanto suggerisce una prospettiva altra, più ampia, segnata da un’esigenza di universalità. Al tempo stesso, sperimenta la ricomprensione del suo dinamismo e dei suoi contenuti, inserendosi nella concretezza storica di una cultura, attraverso valori, codici simbolici e comportamenti che riflettono la reciprocità della relazione tra Vangelo e cultura. L’incontro delle culture è la ragione di fondo per cui l’inculturazione deve sfociare nell’interculturalità, altrimenti risulterebbe artificioso e, forse irrealizzabile, un incontro autentico tra cristianesimo e cultura

3. Un percorso di inter-culturazione produce almeno un triplice effetto: a) riconoscere la relatività e la modestia conoscitiva come principio guida dell’esistere. L’alterità mette in discussione il proprio punto di vista, decostruisce la presunzione dell’essere identici, è componente necessaria della nostra umanità e soggettività; b) la scoperta della pluralità di mondi e visioni della vita opera un capovolgimento nella lettura della realtà e nella relazione con gli altri poiché esige l’apertura e l’ascolto, l’attenzione e la solidarietà, il rispetto e la cura, la capacità di capire e anche quella di trasformarsi in rapporto al nuovo e al diverso: c) aprirsi allo straniero significa disporsi ad una nuova conoscenza dell’altro che condurrà alla condivisione di valori, significati, pratiche che mirano alla convivenza e al bene comune.  Senza questo passo, sarà impraticabile qualsiasi comprensione della diversità. Ma, questo, esige tempi lunghi, una paziente tessitura di legami e relazioni, forme di convivenza, assunzione dell’alterità come il proprio destino, empatia.

L’etica dell’interculturalità, in definitiva, esige l’esercizio della responsabilità. Destarsi all’altro, incontrarlo gratuitamente, senza mire imperialistiche, allarga l’orizzonte dell’interculturalità alla questione della giustizia e della pace in termini politici, economici, ambientali.

4. L’evangelizzazione richiede che le comunità cristiane siano in grado di interpretare i segni dei tempi per discernere i percorsi della storia degli effetti e i condizionamenti culturali. In ciò si può individuare una scansione metodologica decisiva per il dinamismo teologico della missione e per i processi pastorali che ne conseguono.

a) Mettere al centro l’esperienza liberante del Vangelo. Si tratta del rapporto tra evangelizzazione, liberazione e umanizzazione che è anche storia di una tensione, che si insedia nella comprensione dell’esercizio teologico e nella configurazione profetica delle comunità ecclesiali. Il motivo sta nell’acquisizione reale della cultura e, in particolare, dello spazio etico di uomini e donne che costituisce la condizione necessaria perché si possa parlare di una diversa immagine del mondo e della storia.

b) In vista di uno stile evangelico profetico. Una seconda indicazione deve basarsi su una dimensione di correlazione critica: offrire criteri di riferimento perché la buona notizia dell’evento cristiano dialoghi con le molteplici situazioni sociali, economiche, politiche, invitandole ad un processo di discernimento e di cambiamento. Questo è lo snodo cruciale e più delicato e l’impatto non è scontato, né programmabile preventivamente. È in gioco la libertà nell’assumere con responsabilità gli esiti di una differente visione della vita che le narrazioni bibliche e la storia di Gesù propongono come paradigma di una nuova cultura.

c) Far fiorire l’umano e il bene comune. Il processo di evangelizzazione della cultura deve puntare alla ri-creazione del tessuto umano, prerequisito indispensabile per riformulare una cultura che promuova il bene e la pace. L’impegno per l’ambiente, l’economia e la politica sono strettamente legate alla responsabilità sociale della testimonianza credente, espressione di una spiritualità della compassione e della solidarietà che coltivi l’umanità secondo i valori del Regno. Solo in questa prospettiva l’evangelizzazione potrà dare forma a comunità cristiane il cui modello di pensiero e di approccio dialogico alle questioni che riguardano il vivere comune, può contribuire alla narrazione e costruzione di una cultura che metta al centro la fioritura dell’umano.

 

LA RIQUALIFICAZIONE DELLA MISSIONE
 ATTRAVERSO L’INCULTURAZIONE E L’INTERCULTURAZIONE

Premessa

Il significato più autentico della missione sta nella capacità di proporre il Vangelo come una dimensione importante per la qualità dell’esistenza e per la realizzazione di ogni donna e uomo. È questa l’esperienza che il Nuovo Testamento attesta nella vita delle comunità cristiane delle origini. In essa vi sono due indicatori preziosi: da un lato, la convinzione che il kerygma è l’annuncio-proposta di un progetto che riguarda le attese dell’uomo e della cultura, sebbene richieda un cammino di trasformazione non facile; dall’altro l’evangelizzazione vive l’esigenza di creare le condizioni per una esperienza religiosa ed etica alla luce della rivoluzione dei valori del Regno. La conseguenza di tale esperienza è che la missione è legata alle questioni dell’esistenza nella sua dimensione personale, politica, economica e ambientale. Per questo, nella storia della missione si sono avuti diversi modelli di ‘evangelizzazione delle culture’ che hanno segnato l’evoluzione dell’esperienza e dell’idea di missione.

1 Sulla scia di alcuni modelli

Da questa angolatura e a mo’ di sintesi, può risultare utile l’analisi sulle modalità dei processi di evangelizzazione delle culture operata a suo tempo da V. Neckebrouck[1], il quale attraverso alcune categorie-chiavi, quali “acculturazione”, “adattamento”, “incarnazione”, “contestualizzazione”, “liberazione”, lascia emergere i limiti e le potenzialità della inculturazione del Vangelo. Seppur schematicamente, emerge un quadro di riferimento indicativo per cogliere la particolarità di significato del concetto di inculturazione che, come si vede, è un processo complesso, articolato, che comprende differenti livelli interpretativi.

Dietro la parola acculturazione, antropologicamente intesa come fenomeno culturale prodotto dall’incontro tra gruppi di individui portatori di culture diverse e dal cambiamento culturale, la storia dei processi di evangelizzazione ha mostrato come, di fatto, ciò che è avvenuto è stata una mono-acculturazione, designabile con i vocaboli in un certo senso equivalenti di cristianizzazione e d’occidentalizzazione. Tale opzione si è modulata attraverso il rifiuto delle religioni indigene e l’atteggiamento critico, se non di rifiuto, verso i costumi tradizionali. Pur non ritenendola del tutto inappropriata, l’acculturazione sembra pagare il debito ad un modello occidentale quale unico criterio d’autenticità dell’incarnazione culturale del cristianesimo.

Il metodo dell’adattamento ha seguito un triplice percorso. All’inizio c’è la proposta del messaggio operata dai missionari occidentali, che si svolge quasi sempre nelle categorie della loro cultura. Successivamente occorre liberare il messaggio da tutto ciò che non appartiene al suo nucleo inalterabile, in sostanza liberarlo dagli elementi culturali specificamente europei. Infine, occorre rivestire, se così si può dire, questa essenza spogliata con forme culturali tipicamente africane, asiatiche o altre. Tuttavia, la necessità dell’adattamento non è sufficiente, soprattutto per il fatto che sembra limitarsi al contesto della teologia pratica e della liturgia.

Il metodo incarnazionale rispetta il bisogno di una attenzione alle culture autoctone come dato insopprimibile, sebbene il rischio è quello di predeterminare in modo statico il senso della cultura, quasi isolandola in un museo di formulazioni, tradizioni, usi che non rispondono al movimento della vita e ai cammini delle comunità e società. Tale metodo è stato integrato con il principio della “contestualizzazione”, più attenta alla dinamica delle culture e a fenomeni sociali e ideologici che intervengono a modificare letture culturali datate.

Infine, tenendo presente che il Vangelo porta con sé una trasformazione della realtà culturale, sociale, etica e religiosa, si è affermato il metodo della liberazione quale strumento che permette di vivere la vicinanza socio-culturale in analogia con l’incarnazione di Gesù di Nazaret, nel rispetto dell’alterità ma anche nella critica alle ‘strutture di peccato’.

2 L’orizzonte della cultura: significato e progetto

Appare evidente che la comprensione del processo di inculturazione è strettamente legato al concetto di cultura e alla sua delineazione in rapporto all’organizzazione dell’esistenza. Sullo sfondo dell’idea degli scambi culturali, l’inculturazione attiene alla relazione che il cristianesimo realizza con le culture, a partire da quel processo di acculturazione (incontro tra cultura e cultura) che non può essere considerato ovvio nei suoi presupposti e lineare nelle sue conseguenze. Per un motivo di fondo: che l’evangelizzazione delle culture opera una reciprocità, nel senso che le realtà Vangelo e mondo culturale si alimentano e fecondano nello sviluppo delle rispettive potenzialità progettuali. Se l’inculturazione procede a mo’ di contagio culturale, nondimeno tale processo pone la questione su quanta cultura il cristianesimo può assorbire entro l’obiettivo di una trasformazione culturale.

Non è affato semplice definire la cultura, sebbene essa appare come il filtro sociale del reale con il quale diamo senso alle nostre esperienze del mondo. È una risposta, per altro variabile, che interagisce con la complessità della condizione umana e della sua precarietà, divenendo un modo di vita ereditato socialmente. A questo livello, la cultura ha una funzione adattativa, come risposta, tutt’altro che statica, di un determinato gruppo sociale all’ambiente, nel tentativo di mantenere un equilibrio nella ricerca d’identità. Se, dunque, la cultura intende valere come un sistema di progetto di vita, lo è solo se accompagna il movimento dell’esistenza di uomini e donne, contribuendo a corredare l’umano che, dal suo statuto di incompletezza, è sospinto a esplorare, innovare, organizzare, a tal punto che l’identità culturale si costruisce progressivamente come forma dell’auto-organizzazione umana.

La cultura costituisce un sistema complesso, articolato, dinamico, per interpretare il quale è necessario cogliere modelli e regole di funzionamento. Al tempo stesso, essa si comprende con una relazione di parti, dove l’intervento su un elemento del sistema ha conseguenze constatabili sugli altri elementi e sulla loro connessione. Per questo, è opportuno tenere presenti alcune dimensioni basilari.

  • Innanzitutto, l’uomo dà forma alla sua esperienza attraverso segni, simboli e modelli di comportamento, i quali fanno riferimento ad un determinato contesto (geografico, economico, politico, religioso, etc..)

  • In secondo luogo, la cultura si trasmette tramite le regole della comunicazione e con linguaggi differenti e molteplici che non sono indifferenti nel trasmettere valori, norme, contenuti.

  • In terzo luogo, la cultura si nutre della memoria storica che seleziona, tramanda e sviluppa elementi culturali del passato, per rielaborarli e consegnarli alle future scelte dell’individuo e delle società, anche con la possibilità di una modificazione di tali elementi.

  • Infine, la cultura favorisce un processo di definizione dell’identità. Essa appare come una visione globale dell’esistenza che, per quanto provvisoria, costituisce una o più risposte alle questioni che provengono dall’esperienza e riflessione sul mistero della condizione umana e della sua storia.

3 La dinamica di interculturazione

L’inculturazione può e deve contribuire alla creazione di una cultura differente, in cui l’incontro e la relazione siano criteri distintivi. È ipotizzabile che l’originalità del Vangelo fecondi identità aperte, spazi culturali in grado di configurare forme di convivenza qualitativa? Il compito che spetta all’inculturazione si inserisce nella responsabilità storica di promuovere la cultura come luogo in cui organizzare e fruire dei beni della vita, consapevole che al di fuori di essa l’esperienza credente rischia l’irrilevanza. Per un motivo essenziale che l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI richiama: «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità» (n. 19). La conseguenza è importante: assumere la condizione umana e la sua grammatica, implica un processo di evangelizzazione che intercetti le questioni fondamentali della vita, nella consapevolezza che il legame costitutivo tra cristianesimo e cultura rinvia alla storia di liberazione ed emancipazione dell’uomo.

Allora, inserire il lievito del Vangelo è dare inizio ad un processo culturale avvincente, perché contribuisce a dare nuova coesione e forma alla cultura, aiuta ad allargare lo sguardo sui valori universali che nessuna cultura può includere ed esaurire, chiama ad entrare in una convivialità delle differenze, in cui le culture inaugurano uno stile di reciprocità. Secondo questa logica, l’inculturazione sa che, sotto il profilo antropologico, la complessità culturale traduce il dinamismo dei cambiamenti che le culture sperimentano non sempre in modo spontaneo. I sistemi di vita e i progetti sociali sono spesso sottoposti ad accelerazioni che, talvolta, costringono a non equilibrare le scelte valoriali e i principi-guida di persone e società. Per questo, risulta prezioso lo sforzo e la possibilità di condividere valori comuni come stimolo ad un’apertura tra le culture e dentro di esse. Il rischio di universi chiusi, di pregiudizi culturali che diventano insuperabili a motivo della relatività di ogni valore culturale, induce a forme di particolarismo rischioso. Ciò non implica affatto la negazione della propria tradizione e identità, ma una apertura agli altri, consapevole di una intenzionalità etica più ampia che invita le culture ad una capacità di confronto collaborativo.

Da questa angolatura, si può sostenere che l’inculturazione è un processo ermeneutico: provoca il bisogno di reinterpretazione, in quanto suggerisce una prospettiva altra, più ampia, segnata da un’esigenza di universalità. Al tempo stesso, sperimenta la ricomprensione del suo dinamismo e dei suoi contenuti, inserendosi nella concretezza storica di una cultura, attraverso valori, codici simbolici e comportamenti che riflettono la reciprocità della relazione tra Vangelo e cultura. Nondimeno, l’evento dell’inculturazione mette in atto processi critici di conoscenza caratterizzati dal valore della liberazione-salvezza che il Vangelo attesta in quanto esprime la possibilità di un’umanità diversa, in cui l’etica e la religione siano al servizio della promozione della vita. L’incontro delle culture è la ragione di fondo per cui l’inculturazione deve sfociare nell’interculturalità, altrimenti risulterebbe artificioso e, forse irrealizzabile, un incontro autentico tra cristianesimo e cultura

4 Verso uno stile interculturale

La domanda di fondo nell’itinerario di un cristianesimo interculturale, è come sia possibile che il Vangelo possa aprire all’avvenire dell’interculturalità come stile di vita ed esercizio di una umanità nuova. Ciò implica entrare in una relazione dialogica con la cultura che è sempre in movimento per configurare un mondo alternativo, assumendo il compito di instaurare una cultura del prossimo, dell’altro come diverso e partner di una qualità di vita.

Il primo effetto è quello di riconoscere la relatività e la modestia conoscitiva come principio guida dell’esistere. L’esperienza della diversità culturale ci pone sui banchi di una demitizzazione del nostro modo di intendere la vita, l’etica, la religione, la politica, etc..l. Proprio la diversità culturale funge da resistenza alla presunzione di principi generali capaci di unificare e governare il reale. L’alterità mette in discussione il proprio punto di vista, decostruisce la presunzione dell’essere identici, è componente necessaria della nostra umanità e soggettività.

Il secondo effetto è che l’incontro con altri uomini e donne, ci obbligano alla scoperta della pluralità di mondi e visioni della vita che perturbano il nostro io onnipotente, lo avvertono della sua non autosufficienza né cognitiva, né affettiva. Si tratta di vero e proprio capovolgimento, nel quale l’alterità diversa ci fa incontrare con la nostra stessa identità come un bene non più privato, impartendoci la lezione più difficile da accogliere: l’apertura e l’ascolto, l’attenzione e la solidarietà, il rispetto e la cura, la capacità di capire e anche quella di trasformarsi in rapporto al nuovo e al diverso

Il terzo effetto è che aprirsi all’altro e comprenderlo, non è affatto semplice, soprattutto se l’altro è straniero, estraneo. Figura complessa e paradigmatica, lo straniero esprime simbolicamente colui che viene da fuori, da territori non conosciuti, che, pur nella sua vicinanza, appare strano, spesso irrappresentabile, Per questo, forse, l’estraneità appare con un duplice significato: di stranezza e di differenza fondamentale. Non è casuale che la figura dello straniero è stata spesso (e lo è ancora) declinata in molti modi: come nemico, come colui che non ha diritti perché non possiede, né risiede in un luogo, come invasore, clandestino, sempre ai margini di qualsiasi possibilità di comprensione e integrazione.

Ora, proprio la scelta dell’interculturalità come stile richiede un processo articolato e ampio, in grado di favorire la sospensione del giudizio che spesso pone delle barriere psicologiche sottili, ma resistenti, a percepire l’altro cosi come si presenta. Si tratta, allora, di accettare questa estraneità e distanza, non per cancellare la propria identità, ma per ripulirsi da quelle proiezioni, false certezze, controllo dell’emozioni che non agevolano l’incontro e la comprensione. Al tempo stesso, la frequentazione dell’altro non potrà non provocare una riformulazione delle categorie di partenza, disponendo ad una nuova conoscenza dell’altro che condurrà alla condivisione di valori, significati, pratiche che mirano alla convivenza e al bene comune.  Insomma, è opportuna un’osservazione partecipante, senza presumere di raggiungere un’identificazione completa, perché si rimarrà sempre altri, differenti, outsiders. Senza questo passo, sarà impraticabile qualsiasi comprensione della diversità, così come pretestuosa sarà la necessaria comparazione con quanto già si conosce, per dischiudersi alla differenza culturale. Ma, questo, esige tempi lunghi, una paziente tessitura di legami e relazioni, forme di convivenza, assunzione dell’alterità come il proprio destino, empatia.

L’etica dell’interculturalità, in definitiva, esige l’esercizio della responsabilità. Destarsi all’altro, incontrarlo gratuitamente, senza mire imperialistiche, allarga l’orizzonte dell’interculturalità alla questione della giustizia e della pace in termini politici, economici, ambientali.

5 La missione: riattivare l’interculturalità del Vangelo

Se la missione si fonda sullo stile e il messaggio di Gesù Cristo è perché reinterpreta la relazione con l’altro quale criterio di verifica della qualità della proposta: dinanzi all’altro che non appartiene al mio gruppo, estraneo nella sua particolarità culturale e religiosa, l’incontro può avvenire solo in analogia col gesto inaugurale dell’amore che Dio ha posto come legge paradossale dell’esistenza. Una legge che invoca il trascendersi del soggetto nell’interessamento dell’altro, fino a sostituirvisi, come mostra il paradigma del Samaritano, perché si possa dare avvio all’ethos del futuro che esige responsabilità e uno sguardo escatologico e critico delle inadeguatezze della storia. Con molta probabilità, sta qui la suggestione interculturale del cristianesimo: nell’instaurare la relazione asimmetrica, articola quella cultura del dono che può ridare ossigeno ad uno stile di vita in cui predomina la convivialità delle differenze. Se il dono è per l’altro, è perché fa appello ad una reciprocità che coinvolge le persone in relazioni qualitative. Il Vangelo, in definitiva, si offre come il terzo nel dialogo interculturale, perché può aiutare le culture ad incontrarsi, a tessere interscambi, al di là del proprio particolare e fino alla trasformazione dei protagonisti. Esso apre spazi non ancora esplorati, nel quale esorcizzare la paura dell’altro e far sbocciare uno stile di vita improntato alla fioritura del bene, della fraternità e della libertà. In tal senso, l’annuncio evangelico si fa itinerario pedagogico di confronto, conducendo la cultura ad un discernimento delle proprie intenzioni e pretese, dalla cui scelta può dipendere o lo scontro delle civiltà o la dignità della differenza. Ne deriva per l’annuncio del Vangelo il compito di un inserimento necessario nella logica della cultura (e delle culture). Evangelizzare la cultura è, allora, partecipare alla creatività di un’umanità migliore, accompagnandone le scelte, le svolte, gli insuccessi[2].

Si comprende, pertanto, come l’evangelizzazione si articoli sullo sfondo della legittimità interpretativa delle comunità cristiane, responsabili di una lettura del Vangelo che sia capace di discernere i percorsi della storia degli effetti e i condizionamenti culturali. Verosimilmente, qui si può individuare una scansione metodologica decisiva per il dinamismo teologico della missione e per i processi pastorali che ne conseguono.

a) Mettere al centro l’esperienza liberante del Vangelo. Ad un primo livello, va affermata la necessità che la stretta relazione tra Vangelo e cultura consenta la liberazione dell’esperienza fondamentale, che è l’irruzione sorprendente dei valori e criteri del Regno. Si tratta, cioè, di quel rapporto tra evangelizzazione, liberazione e umanizzazione che è anche storia di una tensione, che si insedia nella comprensione dell’esercizio teologico e nella configurazione profetica delle comunità ecclesiali. Il motivo sta nell’acquisizione reale della cultura e, in particolare, dello spazio etico di uomini e donne che costituisce la condizione necessaria perché si possa parlare di una diversa immagine del mondo e della storia. Al di fuori di un’immersione nelle vite e nelle lotte di quanti ricercano una qualità dell’esistenza, specie di coloro che vivono nella marginalità della società, non si dà autentica evangelizzazione, perché sarebbe indotta artificialmente e non il frutto di un coinvolgimento con la gente, volto al conseguimento di obiettivi comuni. Un tale coinvolgimento evoca ed esige un’attenzione ecclesiologica che deve puntare sulla dimensione liberante già presente nella religiosità e cultura, sia cristiana sia di altre religioni, in un apprendistato che rende reciproco il movimento di inculturazione ed evangelizzazione.

b) In vista di uno stile evangelico profetico. Una seconda indicazione deve basarsi su una dimensione di correlazione critica: offrire criteri di riferimento perché la buona notizia dell’evento cristiano dialoghi con le molteplici situazioni sociali, economiche, politiche, invitandole ad un processo di discernimento e di cambiamento. Questo è lo snodo cruciale e più delicato e l’impatto non è scontato, né programmabile preventivamente. È in gioco la libertà nell’assumere con responsabilità gli esiti di una differente visione della vita che le narrazioni bibliche e la storia di Gesù propongono come paradigma di una nuova cultura. Nondimeno, si tratta di aprire un fecondo conflitto interpretativo che urta con soluzioni di accomodamento della proposta cristiana. In tal senso, l’evangelizzazione in questa fase non è ancora preoccupata di dare forma ad una comunità ecclesiale locale, ma di creare le condizioni per un processo che miri alla reale presa di coscienza di cosa comporti lo stile evangelico per la società, soprattutto là dove strutture di ingiustizia ostacolano la storia concreta di emancipazione e affermazione della dignità umana.

c) Far fiorire l’umano e il bene comune. Ma, in particolar modo, il processo di evangelizzazione della cultura deve puntare alla ri-creazione del tessuto umano, prerequisito indispensabile per riformulare una cultura che promuova il bene e la pace. L’esito di tale obiettivo mentre assume una logica della cooperazione, inserisce nel suo orizzonte la prospettiva dell’esperienza religiosa in vista di nuovi stili di vita. In questo modo, il vissuto credente può e deve rivestire un ruolo di riserva critica nei confronti delle strutture socio-culturali che impediscono a molte donne e uomini di vivere liberamente e dignitosamente. L’impegno per l’ambiente, l’economia e la politica sono strettamente legate alla responsabilità sociale della testimonianza credente, espressione di una spiritualità della compassione e della solidarietà che coltivi l’umanità secondo i valori del Regno. Solo in questa prospettiva l’evangelizzazione potrà dare forma a comunità cristiane il cui modello di pensiero e di approccio dialogico alle questioni che riguardano il vivere comune, può contribuire alla narrazione e costruzione di una cultura che metta al centro la fioritura dell’umano. «Le persone devono cercare di vivere il senso e i valori del Vangelo nella loro cultura, ma il Vangelo deve essere sempre una presenza che interpella, una forza non addomesticata, contro-culturale. Comunque l’incarnazione culturale del Vangelo non deve mai essere tale da rinchiudere la comunità cristiana in un ghetto. La comunità evangelica è una comunità in missione e deve essere sempre pronta a sfidare la cultura generale, indipendentemente dalla relazione che intrattiene con essa»[3].

Carmelo Dotolo

Abstract

Il significato più autentico della missione sta nella capacità di proporre il Vangelo come una dimensione importante per la qualità dell’esistenza e per la realizzazione di ogni donna e uomo. È questa l’esperienza che il Nuovo Testamento attesta nella vita delle comunità cristiane delle origini. In essa vi sono due indicatori preziosi: da un lato, la convinzione che il kerygma è l’annuncio-proposta di un progetto che riguarda le attese dell’uomo e della cultura, sebbene richieda un cammino di trasformazione non facile; dall’altro l’evangelizzazione vive l’esigenza di creare le condizioni per una esperienza religiosa ed etica alla luce della rivoluzione dei valori del Regno. La conseguenza di tale esperienza è che la missione è legata alle questioni dell’esistenza nella sua dimensione personale, politica, economica e ambientale. Per questo, nella storia della missione si sono avuti diversi modelli di ‘evangelizzazione delle culture’ che hanno segnato l’evoluzione dell’esperienza e dell’idea di missione. 

La comprensione del processo di inculturazione è strettamente legata al concetto di cultura e alla sua delineazione in rapporto all’organizzazione dell’esistenza. La cultura intende valere come un sistema di progetto di vita, accompagna il movimento dell’esistenza di uomini e donne, contribuendo a corredare l’umano che, dal suo statuto di incompletezza, è sospinto a esplorare, innovare, organizzare, a tal punto che l’identità culturale si costruisce progressivamente come forma dell’auto-organizzazione umana. In tal senso, l’inculturazione può e deve contribuire alla creazione di una cultura differente, in cui l’incontro e la relazione siano criteri distintivi. L’evento dell’inculturazione mette in atto processi critici di conoscenza caratterizzati dal valore della liberazione-salvezza che il Vangelo attesta in quanto esprime la possibilità di un’umanità diversa, in cui l’etica e la religione siano al servizio della promozione della vita L’incontro delle culture è la ragione di fondo per cui l’inculturazione deve sfociare nell’interculturalità, altrimenti risulterebbe artificioso e, forse irrealizzabile, un incontro autentico tra cristianesimo e cultura. Ciò produce un triplice effetto: a) quello di riconoscere la relatività e la modestia conoscitiva come principio guida dell’esistere; b) l’incontro con altri uomini e donne, ci obbligano alla scoperta della pluralità di mondi e visioni della vita che perturbano il nostro io onnipotente; c) aprirsi all’altro e comprenderlo, non è affatto semplice, soprattutto se l’altro è straniero, estraneo.

Sul paradigma del samaritano evangelizzare la cultura è, allora, partecipare alla creatività di un’umanità migliore, accompagnandone le scelte, le svolte, gli insuccessi. La missione, allora, deve articolarsi attorno a tre indicatori: a) mettere al centro l’esperienza liberante del Vangelo; b) inaugurare stile evangelico profetico su una dimensione di correlazione critica che offra criteri di riferimento perché la buona notizia dell’evento cristiano dialoghi con le molteplici situazioni sociali, economiche, politiche, invitandole ad un processo di discernimento e di cambiamento; c) far fiorire l’umano e il bene comune. Vale ma dire, puntare sulla ri-creazione del tessuto umano, prerequisito indispensabile per riformulare una cultura che promuova il bene e la pace.

 

[1] Cf. V. NECKERBROUK, La Terza Chiesa e il problema della cultura, Paoline, Cinisello Balsamo 1990.

[2] G. COLLET, «…Fino agli estremi confini della terra». Questioni fondamentali di teologia della missione, Queriniana, Brescia 2004, 244: «L’inculturazione non può perciò neppure consistere nella rianimazione di passate usanze religiose ed ecclesiali o nella conservazione di stili di vita non più salvabili. Essa deve piuttosto dimostrare la propria validità proponendo un’alternativa vivibile e vissuta nel mezzo di una molteplicità di offerte religiose e culturali di senso e invitando a confidare nel vangelo e nella sua promessa di vita».

[3] M. AMALADOSS, Oltre l’inculturazione. Unità e pluralità della Chiesa, EMI, Bologna 2000, 94.