Domenica 12 aprile 2025
Guardando alla storia recente della conquista del mondo da parte dell’Occidente, può sembrare sicuramente audace – o ingenuo – pensare a una missione cristiana in prospettiva decoloniale. [Vedi allegati in italiano, inglese, spagnolo, portoghese e francese]
Tuttavia, se pensiamo al movimento cristiano delle origini, alle fonti bibliche e patristiche dei primi secoli, qualche ispirazione ci dovrà pur venire, anche se dovremmo fare i conti con quello che il cristianesimo è diventato nel corso dei secoli, al contempo però con quello che le chiese sono chiamate a tornarsi nel presente e nel futuro.
In primo luogo, dobbiamo considerare che la missione cristiana moderna, quella che conosciamo e che fa parte del nostro immaginario, è de fatto strutturalmente coloniale. Cosa intendiamo per “coloniale”?
Per rispondere potremmo ricorrere a quattro sostantivi: espansione (expansión) europea oltremare, che segna il passaggio dal Mediterraneo all’Atlantico e l’inizio della globalizzazione da parte dell’Occidente; sfruttamento (explotación) economico delle risorse minerali, agropecuarie e umane in favore delle metropoli, delle compagnie mercantili e delle nazioni colonizzatrici; espropriazione (expropriación) politica dei popoli originari, dei loro territori, della loro organizzazione sociale e della loro cultura; sterminio (exterminación) come strategia sistematica di eliminazione fisica, simbolica, spirituale dell’altro, negazione del suo essere, affermazione della sua animalità e subalternità, naturalizzazione della classificazione razziale.
Differentemente dal colonialismo inteso come evento/processo storico, la colonialità si presenta come struttura sottostante alla modernità occidentale, o come il suo “lato oscuro”, caratterizzato oltre che dall’aggressione esplicita, vi è anche quella della conoscenza, dell’essere e della visione del mondo. Queste violenze determinano relazioni politiche, economiche e socioculturali tra i popoli fino al giorno d’oggi, sotto il patrocinio di diversi progetti di dominio.
Se il carattere coloniale è determinato in primo luogo dall’espansione, quello decoloniale sarà caratterizzato dal tentativo di un autentico incontro con l’altro. L’espansione in termini di conquista non è stata affatto un’apertura al mondo: è stata piuttosto l’affermazione della propria identità sull’alterità. Passare dal dominio all’incontro significa rispetto, riconoscimento, dialogo, ospitalità, amicizia: significa passare dall’ansia del “salvazionismo” alla quiete della convivialità e della condivisione; dalla militanza eroica alla kenosi dell’irrilevanza; dalla gloria del trionfalismo al dileguarsi silenziosamente nell’universo altrui.
In secondo luogo, lo sfruttamento coloniale è sempre stato un processo estrattivista non appena materiale, ma anche e soprattutto simbolico, culturale, spirituale. L’altro per l’Occidente è un oggetto da studiare. Una missione in prospettiva decoloniale si sforzerà invece di vedere nell’altro un soggetto con cui tessere nuove relazioni e da cui apprendere a disapprendere la mania occidentale di saccheggiare, vivisezionare, appropriarsi di tutto quello che trova innanzi, per poi riapprendere un nuovo approccio alla realtà di cui facciamo parte, assieme all’alterità che ci confronta.
Un terzo aspetto richiama l’esproprio coloniale in cui il missionario straniero pretende inculturarsi e inculturare il “suo” messaggio, quando invece il processo di inculturazione dovrebbe riguardare esclusivamente l’interlocutore. Papa Francesco ricorda in Querida Amazonia, che “siamo chiamati a partecipare come invitati e a cercare con estremo rispetto vie d’incontro che arricchiscano l’Amazzonia. Se vogliamo dialogare, dovremmo farlo prima di tutto con gli ultimi (...) Essi sono i principali interlocutori, dai quali anzitutto dobbiamo imparare, che dobbiamo ascoltare per un dovere di giustizia e ai quali dobbiamo chiedere permesso per poter presentare le nostre proposte” (QAm 26).
Infine, al cospetto dello sterminio che continua ad ostentare i suoi massacri, la missione cristiana dovrebbe più che mai promuovere una profonda e radicale cultura della vita attraverso una pedagogia decoloniale, impegnandosi a smascherare ogni ideologia e teologia di dominio, sviluppando strumenti che aiutino a individuare posture egemoniche, comprese le proprie, proponendo pazienti cammini di decolonizzazione delle soggettività e delle relazioni, mettendosi al servizio delle cause di liberazione dei popoli subalterni come alleata affidabile.
Non dovremmo mai dimenticare che Il contenuto fondamentale di ogni missione cristiana è l’offerta della vita in pienezza per tutti (DAp 361), poiché non c’è niente di più decoloniale che “rendersi conto di quanto vale un essere umano, di quanto vale una persona, sempre e in ogni circostanza” (FT 106).