Sabato 23 maggio 2026
«Disarmare e disarmarsi è un atto di volontà che sfida la storia». Con queste parole monsignor Francesco Pesce, direttore dell’Ufficio per la pastorale sociale della diocesi di Roma, ha aperto ieri, giovedì 21 maggio, l’incontro “Le parole per fare pace. Una pace disarmata e disarmante”, ospitato nella sede dell’Iriad-Archivio Disarmo.
L’iniziativa ha voluto contrastare l’idea della guerra come destino inevitabile, rilanciando una riflessione pubblica sul ruolo della politica, dell’economia e della società civile nella costruzione della pace.
Pesce ha ribadito che le armi non possono garantire futuro e speranza ai popoli, invitando soprattutto il mondo cattolico a pronunciare «più forte» le parole della pace, come fanno i profeti. Il presidente di Iriad, Fabrizio Battistelli, ha criticato il piano europeo ReArm Europe, definendolo il segno della dipendenza economica e industriale dell’Europa dal settore degli armamenti.
Dal dibattito è emersa la convinzione che pace e sviluppo non siano in contraddizione. «Nessuno è contro industria e finanza», ha spiegato Pesce, purché siano orientate al bene comune. In caso contrario, il sistema rischia di autodistruggersi. Il sacerdote ha anche richiamato la responsabilità della politica, invitando i decisori pubblici a non lasciarsi condizionare da finanza e tecnocrazia e chiedendo alla società civile di “scortare i profeti”, spesso isolati o silenziati. Come esempio ha indicato la sobrietà comunicativa di Papa Leone XIV, capace di parlare con chiarezza senza gridare.
Ampio spazio è stato dedicato alle alternative economiche all’industria bellica. Leopoldo Nascia, del movimento Sbilanciamoci, ha illustrato un progetto di riconversione industriale per la Valle del Sacco e Colleferro, fondato su ricerca, innovazione e nuove tecnologie. L’obiettivo è trasformare un territorio segnato dall’inquinamento in un polo avanzato legato alle università e ai centri di ricerca romani.
Nascia ha inoltre sottolineato come l’industria delle armi dipenda quasi totalmente dalla spesa pubblica, sottraendo risorse a sanità, istruzione e welfare. L’alternativa proposta è investire nella ricerca civile e nei “corpi civili di pace”, previsti dalla legge ma mai realmente attuati. Colleferro potrebbe diventare sede di una scuola pubblica dedicata alla prevenzione dei conflitti.
Sulla stessa linea Carlo Cefaloni, di Economia disarmata, che ha definito i piani di riarmo strumenti utili soprattutto ad arricchire alcuni gruppi economici. Ha ricordato esperienze già attive, come il laboratorio sulla riconversione industriale nato a Torino e la rete di imprese “work free” nel Sulcis Iglesiente, capaci di coniugare occupazione, tutela ambientale e benessere collettivo.
Uno dei temi centrali dell’incontro è stato l’impatto ambientale delle guerre. Maria Elena Lacquaniti, della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha parlato di “ecocidio”, denunciando la distruzione deliberata degli ecosistemi come strumento di guerra e controllo geopolitico. Ha citato i casi della Palestina e della diga di Kakhovka in Ucraina, spiegando come devastare l’ambiente significhi cancellare memoria, radici e possibilità di ritorno delle popolazioni colpite.
Per questo, ha sostenuto Lacquaniti, l’ecocidio dovrebbe essere riconosciuto come reato autonomo rispetto agli altri crimini di guerra. L’incontro si è concluso con la convinzione condivisa che una pace disarmata non sia un’utopia, ma una necessità politica, economica e morale urgente.
Stefano Leszczynski – L’Osservatore Romano