Ciad sotto pressione – Rifugiati sudanesi, conflitti tra agricoltori e allevatori e cambiamento climatico

Immagine

Giovedì 5 novembre 2026
Stretto tra l’afflusso di rifugiati in fuga dal conflitto in Sudan, i violenti scontri tra agricoltori e allevatori e le crescenti pressioni del cambiamento climatico, il Ciad è alle prese con una crisi umanitaria sempre più grave. La situazione è ulteriormente aggravata dalla diffusa povertà: il 44,8% della popolazione vive infatti al di sotto della soglia nazionale di povertà, secondo ultimi dati ufficiali forniti dalla Banca Mondiale.

Il Ciad è uno dei paesi più vulnerabili ed esposti al cambiamento climatico al mondo. Il suo territorio, in gran parte desertico o semiarido, è particolarmente esposto alla desertificazione e al degrado del suolo. È questo il paese che accoglie sul proprio territorio oltre un milione di rifugiati sudanesi e deve fare i conti con persistenti conflitti tra agricoltori e allevatori.

Rifugiati sudanesi

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dall’inizio della guerra in Sudan, scoppiata il 15 aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF), oltre 900.000 persone sono fuggite in Ciad. Il paese ospita complessivamente circa 1,3 milioni di rifugiati sudanesi, compresi quelli già presenti sul suo territorio prima dello scoppio del conflitto.

La guerra ha provocato migliaia di vittime e una catastrofe umanitaria, caratterizzata da fame, violenze e spostamenti forzati di popolazione. Le stime sul numero dei morti sono molto diverse (alcuni parlano di 200.000) e non consentono, allo stato attuale, di indicare una cifra definitiva. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 11,3 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni a causa del conflitto: oltre 6,4 milioni sono sfollate all’interno del Sudan, mentre più di 3,5 milioni hanno cercato rifugio nei paesi vicini.

Il Ciad fatica a garantire accoglienza e assistenza a questa popolazione. I finanziamenti internazionali sono insufficienti rispetto all’enorme fabbisogno umanitario, mentre il conflitto in Sudan continua e si moltiplicano le testimonianze di violenze e abusi.

L’UNHCR e il Programma alimentare mondiale (PAM) avvertono che la carenza di risorse sta compromettendo l’accesso dei rifugiati ad aiuti essenziali, quali cibo, acqua, alloggi, protezione e assistenza sanitaria.

«L’assistenza essenziale ai rifugiati in Ciad sarà ulteriormente ridotta nei prossimi mesi, a meno che non venga colmato un deficit di finanziamento di 428 milioni di dollari: 289 milioni per l’UNHCR e 139 milioni per il PAM», hanno avvertito le due agenzie delle Nazioni Unite.

Nonostante la crescente pressione su risorse già limitate, le autorità ciadiane mantengono aperte le frontiere e le comunità locali continuano ad accogliere i nuovi arrivati, tra cui quasi 15.000 persone giunte dall’inizio del 2026.

Inoltre, più di 243.000 persone si trovano ancora nelle aree di frontiera orientali, in attesa di essere trasferite in insediamenti più sicuri all’interno del paese, a causa dell’insufficienza dei fondi disponibili. Molte famiglie dormono all’aperto o in ripari di fortuna, esposte alle malattie, all’insicurezza e alle condizioni climatiche estreme.

Il PAM, che assiste oltre un milione di persone nelle aree che ospitano i rifugiati, dispone di meno della metà delle risorse necessarie ed è già stato costretto a dimezzare gli aiuti alimentari destinati alla maggior parte dei rifugiati.

«Le donne e i bambini piccoli subiscono le conseguenze in modo sproporzionato e immediato, poiché i servizi di assistenza nutrizionale destinati ai nuovi arrivati sono sottoposti a forti pressioni», ha precisato l’agenzia.

Il Ciad, che continua a mantenere aperte le frontiere, chiede alla comunità internazionale una più equa condivisione delle responsabilità, prima che la situazione umanitaria si deteriori ulteriormente.

Negli ultimi mesi il Ciad ha inoltre registrato diversi attacchi con droni sul proprio territorio. L’ultimo episodio mortale risale al 19 ottobre 2026, quando un drone ha colpito la località di Bamina, nella provincia di Wadi Fira, vicino al confine con il Sudan, causando quattro morti e 14 feriti. Il governo ciadiano ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per accertare le responsabilità e ha escluso che il drone appartenesse all’esercito nazionale.

Il Ciad, che condivide con il Sudan una frontiera lunga circa 1.400 chilometri, mette regolarmente in guardia contro il rischio di un’estensione della guerra civile sudanese al proprio territorio e contro le violazioni della propria sovranità.

Conflitti tra agricoltori e allevatori

Parlare dei conflitti tra agricoltori e allevatori in Ciad significa affrontare soltanto una parte delle tensioni che attraversano il paese. Ve ne sono infatti molte altre, come i conflitti intercomunitari e le controversie fondiarie, che continuano a destabilizzare la pace e la coesione sociale.

Sebbene le radici dei conflitti tra agricoltori e allevatori in Ciad risalgano almeno alla fine degli anni Settanta, è soprattutto a partire dagli anni Novanta che essi hanno assunto dimensioni sempre più preoccupanti, fino a diventare una questione di grande attualità.

Questi conflitti contrappongono spesso gli agricoltori, dediti alla coltivazione di cereali e legumi, agli allevatori che spostano le proprie mandrie alla ricerca di pascoli e acqua. Il cambiamento climatico e la siccità spingono frequentemente gli allevatori delle regioni settentrionali, prevalentemente saheliane, a scendere verso sud, anticipando e intensificando i movimenti di transumanza. Durante questi spostamenti, il bestiame può invadere e distruggere i campi coltivati dai contadini. Simili episodi provocano spesso scontri violenti, con feriti e vittime.

I conflitti intercomunitari rappresentano una minaccia sempre più preoccupante per la convivenza pacifica. In numerose province si registrano tensioni ricorrenti, soprattutto per questioni fondiarie e legate all’uso delle risorse agricole, forestali e pastorali. A esse contribuiscono la mancanza di fiducia reciproca e, secondo le denunce di diversi attori locali, gli interessi economici di alcuni operatori del settore agroalimentare, accusati di cercare di sottrarre le terre ai piccoli agricoltori. È questo uno dei timori sollevati anche in relazione al progetto di codice pastorale attualmente sottoposto a un processo di revisione.

Una simile appropriazione delle terre non rappresenta soltanto una violazione della dignità delle persone, soprattutto dei più poveri, ma costituisce anche un peccato contro Dio.

A queste tensioni si aggiunge un problema ancora più profondo: la parzialità nella risoluzione dei conflitti intercomunitari. Quando l’appartenenza etnica, religiosa, regionale o politica della vittima o del presunto responsabile prevale sulla ricerca della verità, la giustizia perde credibilità. Una controversia affrontata con parzialità non viene realmente risolta: viene soltanto rinviata.

Troppo spesso le decisioni sembrano essere condizionate dal favoritismo, dalla corruzione e dal clientelismo, sia nella gestione delle pratiche amministrative sia nell’amministrazione della giustizia. Questa situazione, che si protrae ormai da troppo tempo, rende estremamente difficile costruire una vera coesione sociale.

È necessario che questi conflitti siano affrontati con imparzialità ed equità, affinché venga resa giustizia alle vittime senza discriminazioni o favoritismi. Come ricorda la Scrittura: «Il Signore ascolta il grido dei poveri» (cfr. Salmo 34, 7).

Le cause di questi conflitti ricorrenti sono numerose. Tra le principali si possono individuare l’ostruzione dei corridoi di transumanza, la progressiva sedentarizzazione degli allevatori, la crescente pressione sulle terre e, soprattutto, le debolezze della governance.

La mancanza di neutralità di alcuni amministratori locali – talvolta essi stessi proprietari di bestiame –, i ritardi nell’intervento delle forze dell’ordine e l’inefficacia dei meccanismi tradizionali di mediazione alimentano un diffuso sentimento di ingiustizia e impunità, più volte denunciato dalle comunità coinvolte.

Le conseguenze sono gravi: violenze ripetute e perdite di vite umane. Gli scontri provocano morti, feriti e incendi di abitazioni, come avviene, per esempio, nelle province meridionali del Ciad, tra cui il Logone Orientale e il Moyen-Chari. La distruzione dei raccolti, l’insicurezza nelle zone rurali e la perdita delle terre coltivabili aggravano inoltre la crisi alimentare e compromettono seriamente la produzione agricola locale.

Negli ultimi decenni queste violenze si sono intensificate anche a causa del cambiamento climatico, della progressiva riduzione dei pascoli nelle regioni settentrionali, degli spostamenti e della sedentarizzazione degli allevatori verso sud, nonché della crescente pressione demografica.

Cambiamento climatico

Il Ciad è tra i paesi più vulnerabili al riscaldamento globale. La regione del Sahel, di cui fa parte, si sta riscaldando a un ritmo circa 1,5 volte superiore alla media mondiale.

Il paese presenta tre principali zone climatiche: il Nord sahariano, caratterizzato da un clima desertico e dalla presenza del massiccio del Tibesti; il Centro saheliano, una zona di transizione semiarida; e il Sud sudanese, più fertile e attraversato dai fiumi Chari e Logone. Anche quest’ultima regione, tradizionalmente più favorevole alle attività agricole, risente dell’irregolarità delle precipitazioni e dei cambiamenti nei regimi delle piogge.

Il lago Ciad, situato nella parte occidentale del paese e condiviso con Niger, Nigeria e Camerun, è particolarmente esposto agli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Costituisce una risorsa vitale per la pesca, l’agricoltura e l’allevamento, nonché per il sostentamento di milioni di persone che vivono nel bacino del lago.

Il deterioramento delle condizioni ambientali, l’alternanza di siccità e precipitazioni irregolari e la crescente pressione sulle risorse naturali continuano a compromettere i mezzi di sussistenza, a danneggiare i raccolti e ad alimentare gli spostamenti di popolazione, soprattutto nelle regioni più vulnerabili del paese.

L’attuale crisi climatica ha dunque conseguenze umanitarie e socioeconomiche profonde per la popolazione ciadiana.

Il paese è esposto a periodi di grave siccità e a precipitazioni irregolari che compromettono la produzione agricola. A ciò si aggiungono le inondazioni, che in diverse province distruggono campi coltivati e abitazioni, aggravando ulteriormente la vulnerabilità delle comunità.

La diminuzione delle rese agricole e la riduzione delle risorse disponibili per l’allevamento spingono molte comunità rurali verso una condizione di insicurezza alimentare cronica. I conflitti intercomunitari riducono ulteriormente la disponibilità di terre coltivabili e di pascoli e costringono gli allevatori a modificare gli spostamenti del bestiame, accentuando le tensioni con gli agricoltori.

Le crescenti difficoltà di sostentamento costringono alcune famiglie ad abbandonare le attività agricole e a lasciare i propri villaggi e le località d’origine, alla ricerca di condizioni di vita più sicure e di nuove opportunità.

P. Ngore Gali Célestin, mccj