Lunedì 19 gennaio 2026
Il contributo analizza le implicazioni del paradigma del tecno-capitalismo sulla vita comunitaria e sulla missione delle comunità cristiane, con particolare attenzione alla vita religiosa e missionaria. Partendo da una lettura critica della trasformazione digitale – segnata da individualismo, consumismo, competizione e riduzione della persona a produttore e consumatore di dati – il testo mette in luce come tali dinamiche incidano profondamente sulla qualità delle relazioni, del tempo condiviso, della fraternità e della stessa credibilità dell’annuncio evangelico.

Internet, i social network, lo smartphone e l’intelligenza artificiale, pur offrendo potenzialità innegabili, si inseriscono spesso in una logica economica che privilegia l’efficienza e il profitto a scapito del bene comune, alimentando una “cultura dello scarto” che contrasta con la visione cristiana della persona.

In dialogo con la Scrittura, il magistero sociale e il carisma missionario, il testo propone una rilettura della comunità come luogo teologico e profetico, chiamato a incarnare un’alternativa concreta all’individualismo dominante. La missione non è intesa come attività individuale o funzionale, ma come esperienza comunitaria che rende visibile uno stile di relazioni riconciliate, fraterne e solidali. Vengono così esplorate alcune piste operative – teologiche, carismatiche, antropologiche, sociali e profetiche – che aiutano a ripensare la vita comunitaria come spazio di discernimento, formazione permanente e testimonianza credibile del Vangelo.

In conclusione, il testo afferma che la vita religiosa e missionaria, quando vissuta come comunità autentica e interculturale, rappresenta già di per sé una parola profetica nel contesto del tecno-capitalismo. Pur senza pretendere di cambiare il sistema globale, essa è chiamata a lasciarsi trasformare dallo Spirito, offrendo al mondo il segno concreto di una speranza fondata non sull’efficienza o sul successo, ma sulla logica evangelica della comunione, della gratuità e della cura reciproca.

Comunità in missione nell'era digitale: la sfida del tecno-capitalismo

Fr. Alberto Lamana Consola, MCCJ

1. Il contesto: il tecno-capitalismo

La trasformazione tecnologica più significativa degli ultimi decenni è senza dubbio Internet. La sua rapida diffusione in tutto il mondo ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, informarci, relazionarci, consumare e lavorare. Trent’anni dopo la sua nascita, tuttavia, siamo ormai consapevoli che gli ideali ispiratori di Tim Berners-Lee — un web al servizio del bene comune, strumento di liberazione, conoscenza condivisa e partecipazione democratica — possono essere facilmente distorti e trasformati in strumenti di oppressione, menzogna e manipolazione.

Il neoliberismo si presenta oggi come paradigma economico unico, imponendo regole omogenee per interpretare le interazioni sociali. Si è adattato con sorprendente rapidità ai cambiamenti tecnologici, piegando a proprio vantaggio principi etici che, nella loro origine, erano animati da un autentico desiderio di costruire comunità. L’antropologa ed esperta di cultura digitale Remedios Zafra definisce questa simbiosi tra capitalismo e tecnologia “tecno-capitalismo”. Il suo timore principale è che il capitalismo, per sua natura disinteressato alla dimensione morale delle relazioni umane, cerchi soltanto il profitto economico. Così, non esiste alcuna attenzione al bene comune né alla costruzione di un’etica collettiva che migliori la società.

Assistiamo a un capitalismo che si è reinventato sfruttando le nuove possibilità dell’online. Le sue campagne pubblicitarie ultra-segmentate non si limitano a rispondere ai bisogni, ma anticipano e costruiscono desideri, alimentando un consumismo senza freni. L’essere umano viene ridotto a merce: insieme consumatore e produttore di dati, diventa un ulteriore nodo della rete. Il sistema tecno-capitalista, però, non attribuisce lo stesso valore a tutti. Scarta coloro che non sono produttivi: anziani, diversamente abile, poveri. È la “cultura dello scarto”, più volte denunciata da Papa Francesco, che riduce la persona a un indice di rendimento. Una economia che esclude, priva di volto umano, è destinata al fallimento.

I social network, nati con la promessa di connetterci e creare comunità aperte, plurali e democratiche, trasformano l’utente in produttore di dati e consumatore obbligato di pubblicità. In cambio, gli offrono metriche generose per alimentare il proprio ego. Paghiamo soprattutto con il nostro tempo, storditi dallo “scroll infinito” che molte piattaforme hanno introdotto come funzionalità centrale. Il tempo, quella risorsa immateriale che dice molto su chi siamo e sulle nostre priorità, viene frammentato e disperso in una continua richiesta di attenzione. E noi, non siamo immuni da questa deriva.

Esiste un forte legame tra neoliberismo e individualismo. Poiché uno dei pilastri del capitalismo è il consumo, l’individuo diventa anzitutto consumatore. Nel paradigma del web è anche un “prosumer”, cioè uno che consuma e allo stesso tempo produce informazioni: nella maggior parte dei casi, semplicemente dati. Così, la sua principale “contribuzione” al sistema diventa il consumo di dati e pubblicità. La produttività è ridotta alla capacità di generare visualizzazioni per attirare pubblicità, in un ciclo senza fine di likes, cuoricini e condivisioni. Si rafforza una visione ingrandita dell’io, fondata sulla reputazione personale, il possesso e la gratificazione immediata. Al contrario, si indeboliscono identità fondate sulla gratuità, sulla cura, sulle relazioni disinteressate e sulla costruzione di comunità basate su interessi condivisi.

Un altro elemento che alimenta l’individualismo è la competitività: un’eccessiva attenzione al successo personale a scapito delle dinamiche collaborative. Ne deriva la convinzione che ognuno ottenga ciò che merita e che successo o fallimento siano puramente individuali, ignorando la complessità dei fattori in gioco. Così si perde il senso della responsabilità condivisa, quella dimensione sociale essenziale per la nostra crescita umana e spirituale.

Le piattaforme digitali dovrebbero aprirci alla pluralità e diversità del reale; invece, analizzando le nostre scelte personali, rafforzano forme di comunicazione sempre più simili ai nostri gusti, impedendo l’incontro con il diverso. Una delle grandi vittime di internet è la verità: ciascuno sembra costruirsi la propria, difendendola con argomentazioni prese dalla rete anche per le opinioni più strampalate. Per un cristiano la verità esiste, è una ed ha un nome (Gv 14,6). Nessuno la possiede: siamo chiamati a camminare verso di essa con umiltà, lasciandoci interrogare dal grido della realtà.

A rafforzare l’influenza di internet è arrivato lo smartphone, che grazie alle sue immense reti di comunicazione ha raggiunto una diffusione impressionante in tutto il mondo. In poche decadi è divenuto un dispositivo essenziale della vita quotidiana. Siamo raggiungibili sempre, a ogni ora. Le sue possibilità affascinanti hanno generato una profonda discontinuità socio-culturale per la quale non abbiamo ancora un quadro etico che ci aiuti a un uso autenticamente umano: cioè uno strumento che favorisca realmente l’incontro e non ci renda dipendenti dalle sue continue richieste di attenzione. Sappiamo bene che, anche tra di noi, il telefono cellulare ha introdotto una logica di immediata disponibilità che spesso entra in conflitto con il silenzio, la contemplazione e la qualità del tempo comunitario.

A questo elenco di effetti non può mancare un riferimento all’Intelligenza Artificiale (IA), tecnologia affascinante che ha già un impatto diretto sulla nostra vita. Esistono riflessioni serie sulla sua dimensione etica, che sottolineano il rischio del suo potere disumanizzante: delegare a una macchina aspetti intrinsecamente umani. Anche la creatività è minacciata. Non possiamo permetterci, per pigrizia, di lasciare che una macchina crei al posto nostro: creare è ciò che ci rende umani. L’IA può essere una buona alleata, ma non un sostituto.

La vita religiosa non è immune da tutto questo. Nonostante i nostri lunghi percorsi formativi, il tecno-capitalismo — come un cavallo di Troia — è penetrato sottilmente nelle nostre dinamiche comunitarie. Internet influisce negativamente sul tempo e sulla qualità della nostra vita fraterna, e quindi sulla nostra missione. Passiamo troppo tempo davanti agli schermi, sottraendolo all’incontro con le persone, che sono il cuore della nostra consacrazione. Sarebbe assurdo negare il potenziale positivo di internet, nei termini indicati da Berners-Lee, ma è urgente riflettere su ciò che internet sta facendo alle nostre vite, a livello personale, comunitario e missionario: tre dimensioni profondamente intrecciate nel nostro carisma comboniano.

2. Gli effetti del tecno-capitalismo sulla vita comunitaria

Il paradigma del tecno-capitalismo tende a fondarsi su un’antropologia individualista, che erode il bene comune e riduce la persona a una semplice risorsa. Questa visione utilitaristica ci porta a percepire i fratelli come opportunità per raggiungere i nostri obiettivi, trasformando l’altro in funzione di noi stessi. Il risultato è il sacrificio della comunità e della solidarietà: relazioni costruite sulla funzionalità e sulla superficialità. Ma l’individualismo non ci allontana solo emotivamente dagli altri: li trasforma in concorrenti o, peggio ancora, in strumenti per le nostre ambizioni personali.

Il binomio vendite online–pubblicità ha un enorme impatto sulle nostre abitudini di consumo incontrollato. La facilità di ottenere qualsiasi cosa in tempi rapidissimi è estremamente gratificante. Oltre alla questione delle spese superficiali — già di per sé problematica — c’è un tema più profondo: la ricerca di compensazione attraverso l’atto di acquistare. Critichiamo spesso questi modelli sociali, ma non è difficile riconoscerli anche all’interno delle nostre comunità. Senza dimenticare l’impatto ambientale di questi comportamenti e le loro gravi implicazioni lungo l’intero ciclo di produzione e distribuzione. Come missionari, siamo chiamati a un’ecologia integrale che tenga conto non solo della terra, ma anche delle relazioni umane.

Il tempo è quella risorsa immateriale che dice molto su chi siamo e sulle priorità delle nostre vite. Oggi passiamo moltissimo tempo davanti a uno schermo. Certamente molte attività apostoliche richiedono comunicazione online e l’uso del computer come strumento di lavoro. Ma dobbiamo chiederci quale sia la qualità di quel tempo. Abbiamo sentito dire che i social media ci avvicinano a chi è lontano e ci allontanano da chi è vicino. Generano un distanziamento emotivo dal qui e ora, fondamentale per il nostro servizio pastorale. Papa Leone ricordava ai Superiori Generali che il mondo digitale può influenzare negativamente il nostro modo di costruire e mantenere relazioni. Il rischio è chiaro: mentre crediamo di espandere la nostra presenza, in realtà possiamo ridurre la possibilità di incontri reali.

La nostra salute comunitaria si va deteriorando. Pur vivendo sotto lo stesso tetto, il tempo qualitativo che ci dedichiamo è sempre meno, e questo ci porta a perdere interesse gli uni per gli altri. Il Capitolo del 2009 ci ricordava: «La vita fraterna è un elemento fondamentale e indispensabile per la nostra crescita spirituale e il servizio missionario. Al raggiungimento di questi scopi dobbiamo dedicare il tempo e l’attenzione necessari» (n. 32). Non viviamo con persone che abbiamo scelto, ma con fratelli chiamati — come ciascuno di noi — a una missione comune. Questa chiamata condivisa ci invita a vedere la comunità come una realtà carismatica, non come una semplice struttura funzionale al servizio della missione. La comunità ha un valore in sé, come portatrice di una Parola che annuncia la Salvezza. Di fronte alla logica funzionalista del capitalismo, la comunità esprime la logica dell’accoglienza incondizionata del fratello. In comunità non si misura quanto ognuno produce.

La comunità è una scuola di vita. Ognuno porta con sé la propria fragilità, ma la comunità non è la somma delle fragilità dei suoi membri. Solo attraverso una profonda accettazione reciproca queste fragilità possono trasformarsi in fonte di vita. Proprio perché riconosciamo di essere fragili, possiamo aprirci alla necessità dell’aiuto che ci viene dall’esterno. Questo ci rende anche più umili nel nostro apostolato. Come potremmo parlare di perdono e riconciliazione tra i popoli, se sappiamo quanto sia difficile perdonare il fratello che vive con noi?

In questo senso la nostra vita interculturale è un’opportunità unica per aprirci all’altro, al diverso. Ci aiuta a relativizzare la nostra cultura, o almeno a collocarla su un piano diverso rispetto a ciò che ci rende veramente umani, dove troviamo una connessione autentica. Le relazioni interculturali sono complesse, richiedono tempo ed energia, ma rappresentano un’occasione di conoscenza di sé che amplia la nostra comprensione personale all’interno del gruppo. Eppure, anche qui, la cultura digitale ci tenta: offrendoci connessioni superficiali, una comprensione illusoria del “diverso”, senza il tempo necessario per l’ascolto vero.

Non possiamo ignorare l’enorme impatto del telefono cellulare sulla nostra vita comunitaria. Momenti privilegiati di condivisione — come i pasti o le riunioni — vengono continuamente interrotti dalle sollecitazioni del dispositivo. È frustrante conversare con qualcuno che è fisicamente presente, ma costantemente impegnato a rispondere ai messaggi di WhatsApp. A livello personale, provoca interruzioni continue delle nostre attività, riducendo drasticamente la capacità di concentrazione. Si parla ormai apertamente di patologie legate alla dipendenza da smartphone. Anche la preghiera comune ne soffre: quanto spesso ci troviamo a pregare con lo sguardo distratto, la mente ancora sulle ultime notifiche.

3. Piste per una comunità missionaria

Dopo aver evidenziato gli effetti del paradigma tecno-capitalista sulla nostra comunità e sulla nostra missione, consideriamo ora alcune piste che possano illuminarci per superare i limiti che esso ci impone, soprattutto il problema dell’individualismo, che oggi rappresenta la sfida più grande per la nostra metodologia missionaria. Possiamo considerarli partendo dai seguenti ambiti: teologico, carismatico, antropologico, sociale e profetico.

Teologico: Il punto di partenza della missione risiede nell’azione stessa di Gesù, che invia i discepoli due a due e costruisce una comunità che annuncia. Questo camminare e stare insieme è già di per sé espressione di un nuovo tipo di relazioni. La buona notizia è innanzitutto un’opportunità di conversione per chi la annuncia. La fraternità vissuta tra i discepoli è segno di credibilità dell’annuncio: la missione comunitaria non trasmette soltanto un messaggio, ma incarna uno stile di relazioni nuove, riconciliate e fraterne tra persone che condividono la stessa chiamata. La comunità missionaria rende visibile che il Dio annunciato è comunione e che la salvezza non è solo personale, ma anche comunitaria.

L’enciclica Laudato Si’ ha illuminato un aspetto spesso dimenticato o polarizzato: l’integrazione della promozione umana all’interno dell’azione missionaria. Parlando di ecologia integrale, Papa Francesco ci ha fornito le chiavi per comprendere la missione come un’unità che abbraccia tutte le dimensioni della persona e del suo ambiente. È qualcosa che Comboni stesso comprese e promosse. Oggi esiste il rischio di trascurare dimensioni fondamentali dell’evangelizzazione, concentrandosi eccessivamente sulla pastorale sacramentale, con il conseguente impoverimento della nostra missione. La comunità, accogliendo la diversità e la sensibilità dei suoi membri, apre orizzonti più ampi per una risposta integrale. Le dimensioni personale, sociale e spirituale si rafforzano reciprocamente e aiutano a evitare gli estremi dello spiritualismo o del materialismo.

Carismatico: Per Comboni, il cenacolo di apostoli è un elemento fondamentale della missione. Già dalla sua prima esperienza a Santa Croce, egli intuì l’importanza della comunità come sostegno reciproco a livello personale e anche nell’attività pastorale. La nostra storia e tradizione hanno saputo codificare questo valore nella Regola di Vita. L’individualismo non è una novità, ma oggi si manifesta con molta più forza a causa dell’impatto profondo dal paradigma tecno-capitalista. La comunità è il luogo in cui si vive e si attualizza il carisma, in dialogo con la realtà missionaria concreta. Oggi sono molteplici i contesti in cui emergono “i più poveri e abbandonati”. Come Istituto, siamo chiamati, in ogni luogo, a discernere il senso del Carisma oggi. La comunità è lo spazio privilegiato per il discernimento dei campi e dei metodi missionari, perché è proprio la comunità a toccare la fibra umana di missionari in carne e ossa, che si sentono interpellati a offrire una risposta. Abbiamo bisogno di sviluppare una metodologia concreta che risponda alle sfide odierne e, al tempo stesso, getti le basi di un “saper fare” capace di continuare nel tempo, superando le competenze individuali. Ciò richiede confronto, valutazione periodica e apertura alla freschezza del Vangelo. Saper documentare un’azione apostolica a livello comunitario è una grande ricchezza per l’intero Istituto, poiché può ispirare altre comunità ad avviare nuove iniziative in contesti diversi. Una volta entrati nella logica della missione comunitaria, diventa naturale estenderla ad altre sfere della vita della Chiesa locale, del laicato o persino ad altre realtà di carattere sociale. È una nuova maniera di concepire la missione come un corpo, e non attraverso l’identificazione personale con un’opera specifica.

Antropologico: Nella comunità, ciascuno arriva con talenti unici, espressione dei doni ricevuti. Quando questi doni sono accolti, diventano strumenti originali e irripetibili. Tuttavia, la tentazione della logica dell’efficienza ci spinge a costruire un’immagine artificiale, monotona e standardizzata delle persone, definendole semplicemente in base al ruolo e alle mansioni. L’individuo viene così ridotto a una serie di funzioni da svolgere, e chiunque possieda le stesse competenze potrebbe sostituirlo. In questo modo si annulla il dono che ogni persona è in sé stessa. Ognuno porta qualcosa di nuovo e diverso, che solo con gli occhi della fede possiamo comprendere. Nessuno è sostituibile: tutti contribuiamo con sensibilità e talenti differenti. Certo, per alcuni servizi servono competenze specifiche, ma oltre a questo, l’interazione con la missione concreta è sempre unica. Quando una persona lascia un servizio, non può essere semplicemente rimpiazzata: un altro arriverà con altri doni e altri modi di operare.

La vita interculturale diventa un’occasione privilegiata di apertura e di conoscenza della realtà. Costruire una missione in contesti interculturali significa aprirsi a una pastorale in cui le differenze non sono un ostacolo, ma la manifestazione delle innumerevoli sfaccettature della realtà, viste con lo sguardo del missionario. Nessun gruppo culturale può monopolizzare la visione missionaria dell’Istituto – una tentazione in cui è facile cadere. Pertanto, occorre creare comunità e circoscrizioni che rappresentino la ricchezza multiculturale che ci costituisce. Anche la nostra mobilità, che ci porta a lavorare in contesti, paesi o persino continenti diversi, ci apre la mente a nuove espressioni culturali che comportano diverse metodologie pastorali. In questo modo il missionario fa propria un'esperienza che mette a disposizione in altri contesti.

Alcuni apostolati esauriscono le persone. Spesso mancano integrazione nella comunità e riflessione su ciò che si fa. Ciascuno è chiamato a trovare una “giusta distanza” rispetto al proprio impegno: non siamo funzionari di un’opera, né dobbiamo lasciarci schiacciare dal peso delle ingiustizie contro cui lottiamo ogni giorno. È urgente ripristinare dinamiche di formazione permanente nella comunità, che diano spazio alla crescita personale. Il lavoro interiore e la trasformazione delle ingiustizie fanno parte di un unico movimento di liberazione: sono due ambiti che si sostengono reciprocamente e portano in sé la verifica della loro autenticità. È qui che risiede la vera sostenibilità: un’azione pastorale che nutra la vita comunitaria, la fede, la passione per la missione e per gli impoveriti.

Sociale: La periferia è luogo qualificato di missione. Una comunità missionaria è tale quando sa collocarsi non al centro, occupando spazi, ma nella periferia, luogo teologico per eccellenza: è il fare causa comune con il cammino di un popolo. È il contesto adeguato per leggere la realtà, lasciandoci interrogare dalla sua complessità e dalle sue contraddizioni. Papa Leone ci ricorda in Dilexi te: «...bisogna riconoscere ancora una volta che la realtà si vede meglio dai margini e che i poveri sono portatori di un’intelligenza specifica, indispensabile per la Chiesa e per l’umanità» (DT 82). Questo “esserci” ci trasforma: cambia il nostro modo di guardare, avvicinandolo sempre di più a come Dio stesso contempla e abbraccia la realtà. Internet ci dà l’impressione di essere ovunque, alimentando relazioni molteplici; ma è facile perdere di vista il presente e il contesto locale come luogo teologico, Parola incarnata, spazio-tempo in cui intrecciamo le nostre vite. Il mondo virtuale genera sensazioni gratificanti, ma rischia di allontanarci dal mondo reale nella sua concretezza. Il digitale impone un filtro che distorce e nasconde dimensioni essenziali della persona.

Profetico: La comunità religiosa è parola profetica che sfida l’individualismo generato dal tecno-capitalismo. Essa testimonia che è possibile vivere in modo diverso: ponendo la cura della persona al di sopra dell’efficienza e della produttività; vivendo secondo la logica del perdono e della condivisione; costruendo relazioni in cui si riconosce Cristo nel fratello e nella sorella. Tutto ciò è possibile solo nella fede. È uno stile di vita che illumina una società frammentata.

Conclusione

Viviamo in una realtà segnata dal flagello della guerra, dalla crescita della povertà e dell’esclusione. Il tecno-capitalismo continua a conquistare nuovi spazi e si impone come paradigma dominante, promettendo soluzioni basate su una crescita economica infinita che alimenta ambizione personale e individualismo, erodendo la dimensione sociale, essenziale per il nostro sviluppo umano.

Abbiamo visto il fascino esercitato dalla tecnologia e sappiamo di non essere immuni dal rischio di esserne strumentalizzati nelle sue dinamiche disumanizzanti. La vita religiosa è un’alternativa a questo sistema: testimonia una forma di vita radicalmente diversa, valorizza la comunità come luogo dove si costruisce un’alternativa all’individualismo. È profezia in sé, quando sa collocarsi nelle periferie, da dove immaginare possibilità nuove a partire dal Vangelo.

Ma rimaniamo umili: forse non riusciremo a cambiare il mondo; ciò che è nelle nostre mani è lasciarci cambiare, permettere allo Spirito di abitare in noi per trasformarci in strumenti della misericordia del Padre. Ciò che ci distingue come cristiani è che la nostra speranza non dipende dalle condizioni esterne, sempre mutevoli, ma ha la sua origine nell’evento salvifico della Croce, da cui impariamo a leggere la storia.

Fr. Alberto Lamana Consola, MCCJ