Gli anni giovanili
P. Alberto Marra era nato a Filago, presso Bergamo, il 19 aprile 1927. Dei suoi anni giovanili veniamo informati in un articolo di Enrico Nardini apparso sul giornale “Incom” del 1962, in occasione del ritorno al paese di P. Alberto come novello sacerdote.
Filago era un paesino di duemila abitanti, un ambiente semplice e religioso. Alberto, quando ancora frequentava le elementari, cominciò a pensare di farsi sacerdote. Entrò in seminario, ma gli studi risultarono troppo pesanti per lui. Arrivato al traguardo della terza liceo fu colpito da un forte esaurimento nervoso. Medici e superiori, dopo molti tentativi per aiutarlo, gli tolsero ogni speranza di diventare sacerdote. “Non ce la facevo più neppure a leggere il giornale. Amareggiato tornai a casa”. Lavorò nel podere del padre e, poco dopo, venne chiamato sotto le armi. Finì nel CAR di Casale Monferrato. Fu un periodo molto importante per Alberto. Si era iscritto all’Azione Cattolica e cercava di fare del bene a tutti. Incominciò anche a capire gli uomini che avevano fiducia in lui e gli confidavano i loro problemi e progetti. Scriveva le lettere per i suoi camerati analfabeti. Diceva: “Ho conosciuto, così, tante di quelle miserie umane che non avrei creduto potessero esistere”. Ritornato a casa, cominciò a svolgere un intenso lavoro sociale per i suoi compaesani: divenne presidente del gruppo sportivo locale, della compagnia filodrammatica dell’oratorio e dell’Azione Cattolica, dando vitalità al paese.
Sindaco del suo paese
Per un paesino come Filago, quasi tagliato fuori dal mondo, Alberto era una vera personalità. Tanto più che era sempre pronto ad aiutare tutti, anche in problemi molto gravi. E questo spiega la facilità con cui nel 1955, anche se contro voglia e senza essere iscritto ad un partito, venne eletto sindaco. “Non ho mai fatto comizi. A Filago ci conosciamo tutti e la campagna elettorale si riduce a incollare qualche manifesto e a fare qualche riunione alla buona”. Ma la politica non gli interessava, per cui dopo pochi mesi rinunciò alla carica, anche perché aveva solo 25 anni e seguiva dei corsi serali di scuola tecnica per trovarsi un posto di lavoro. Il corso serale “mi aveva fatto capire che potevo concentrarmi di nuovo sui libri e che quindi il mio esaurimento nervoso era scomparso. Così decisi di tentare di nuovo gli studi teologici per diventare sacerdote. L’esperienza fatta da militare e da sindaco avevano rafforzato la mia idea di prendere i voti”. Alberto si presentò a Verona dai Missionari Comboniani.
Noviziato e teologia dai Comboniani
Entrato in noviziato nel 1956, a 26 anni, fece il primo anno a Gozzano e il secondo a Monroe, negli Stati Uniti. Emise i voti temporanei nel 1958 e quelli perpetui nel 1961. Studiò teologia per tre anni a Cincinnati. Al termine del terzo anno di teologia venne ordinato sacerdote il 16 luglio 1961, da Mons. Angelo Barbisotti, Comboniano bergamasco, vescovo di Esmeraldas in Ecuador. Terminò poi il quarto anno di teologia nel nuovo scolasticato di San Diego, California.
Nel 1962 fu assegnato alla provincia italiana e per due anni rimase nella casa di Firenze come animatore missionario, insegnante e amministratore.
Dal 1963 al 1968, assegnato alla provincia dell’Uganda, lavorò nella parrocchia di Aduku, diocesi di Lira. Dopo l’anno sabbatico, che includeva il Corso di Rinnovamento a Roma, fece ritorno in Uganda, nella parrocchia di Dokolo, sempre nella diocesi di Lira, e vi rimase per tre anni. Qui esercitò con serietà ed impegno il suo ministero pastorale tra i Lango.
Nel 1969 ritornò alla provincia italiana, prestando servizio in diverse case: a Padova come animatore missionario, a Brescia come economo, a Roma come procuratore provinciale, incaricato anche dell’ufficio viaggi e dell’ACSE (Associazione Comboniana Servizio Emigranti e profughi), a Messina come promotore vocazionale, incaricato del GIM e superiore.
Nel 1974 chiese ed ottenne di entrare nella Certosa di Farneta, in provincia di Lucca, dove il 2 febbraio indossò l’abito certosino. Da qui scriveva: “La mia esperienza di solitudine dura oramai da circa diciassette mesi. Il primo anno di noviziato in Certosa è pure terminato. È stato un anno di intensa e profonda esperienza spirituale nella ricerca sincera di Dio e della sua volontà. Fra l’altro debbo riconoscere di non essere riuscito a far tacere l’anelito per la vita apostolica”. Fu soprattutto per questo che P. Alberto ritornò fra i Comboniani.
Dal 1978 al 1981 – seguiamo qui le parole di P. Tarcisio Agostoni – “lo troviamo come Superiore della Casa Madre, in un periodo importantissimo dell’Istituto, specialmente a Verona. La Casa, sempre più frequentata dai confratelli, era già da tanti anni anche un Centro Ammalati, e c’era sempre un grande andirivieni. Da qui, la necessità di calma e tranquillità per affrontare tutti gli arrivi, le partenze, l’ospitalità, le visite dei parenti, ecc. Poi, nel 1981 si aggiunsero le celebrazioni per il Centenario della nascita al cielo del nostro fondatore Daniele Comboni. Seppe gestire l’eccezionale situazione con accortezza, polso e generosità. Un nostro confratello, un giorno del 1981, si presentò in portineria per informarsi dove, lui con 12 ragazzi, avrebbero potuto sistemarsi per vitto ed alloggio per due notti. P. Alberto lo seppe e arrivò in portineria con una decisione già presa: offrire piena ospitalità in Casa Madre agli inaspettati pellegrini. Questi gesti non si incontrano facilmente”. Dal 1982 al 1986 fu assegnato come procuratore provinciale ed economo locale alla London Province.
In seguito, destinato alla Curia Generalizia di Roma, fu nominato dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (Propaganda Fide) prima direttore spirituale e poi direttore responsabile – in tutto, per un periodo di sei anni – del prestigioso centro catechistico missionario “Mater Ecclesiae” a Castel Gandolfo. Al suo primo anno, descrivendo questo suo servizio, P. Alberto scrisse: “È un ambiente giovanile che ti ricarica continuamente con la sua vivacità e varietà. È un mosaico di culture e di caratteristiche personali. Vi sono, tra i 94 studenti, il personale responsabile e i dipendenti, circa 120 persone. Gli studenti provengono dai cinque continenti e rappresentano 40 nazioni. Sono religiosi e religiose, laici e laiche. All’inizio, la vita degli studenti si svolge in un clima di disordine disciplinare e di disorientamento comunitario”. Quindi, P. Alberto ebbe il suo bel da fare per trasformare il Centro in un ambiente familiare ma serio. Essendo una persona schietta ed imparziale con tutti, si trovava a suo agio con i giovani, che ne percepivano l’attenzione e l’interessamento.
Nel 1994, di nuovo assegnato alla provincia italiana, fu incaricato del servizio agli extra-comunitari dell’ACSE, dell’animazione missionaria e dell’ufficio viaggi, con residenza a San Pancrazio a Roma. Questa permanenza a Roma fu interrotta da alcuni mesi di cura a Milano (1998) e qualche mese ad Arco. Nel 2000 fu mandato a Rebbio per l’accoglienza e la cura degli anziani oltre che per l’animazione missionaria. Dice ancora P. Agostoni: “Nei primi anni di permanenza a Rebbio già soffriva di diabete e di disturbi alla vista, ma l’udito era ottimo, per cui poteva dedicarsi al ministero delle confessioni che ha lasciato solo negli ultimi anni. Fin dai primi mesi in cui anch’io mi trovavo a Rebbio, provavo un senso di tristezza ma anche di ammirazione, quando alla sera, dopo cena, lo vedevo nella sala di lettura, chinato sul giornale o su una rivista, tenendo la lente ad una spanna di distanza perché solo così riusciva a leggere”.
Dopo la scoperta della malattia, P. Alberto fu portato a Milano, nel nostro Centro Ammalati, nella speranza di salvarlo. Dopo le cure all’Ospedale di S. Anna, vicino alla nostra casa, è rimasto nel CAA per parecchi mesi, ma si vedeva che lentamente andava spegnendosi. Trasportato all’ospedale di Niguarda, i medici hanno detto che sarebbe durato al massimo altri due mesi, ma il tumore diffuso gli ha stroncato la vita dieci giorni più tardi, all’età di 78 anni, il 3 ottobre 2008. È stato sepolto nella Cappella dei Comboniani, nel cimitero di Brusuglio, vicino a Milano.
Testimonianze
Ecco ancora P. Agostoni: “Una delle caratteristiche di P. Alberto era la correzione fraterna, raccomandata da Gesù nel Vangelo ma non sempre all’ordine del giorno nelle comunità religiose. E se qualcuno si ribellava e rispondeva alterato, P. Alberto non demordeva, ma continuava con forza e decisione. Posso dire che portava nella comunità un certo stile di riflessione. Non aveva peli sulla lingua, era sincero e schietto, ma non sempre queste doti vengono comprese e spesso davano luogo a qualche malinteso nei rapporti”.
Il personale di servizio che lo ha accudito durante la malattia, lo ricorda con senso di ammirazione e di stima: “P. Marra: grande missionario e grande uomo. Ci sapeva ascoltare e consigliare nei nostri momenti di difficoltà. Amava i deboli e i bisognosi. Era una persona schietta e sincera che voleva le cose giuste per tutti. Grazie, P. Marra, per tutto ciò che ci hai insegnato: ne faremo grande tesoro per tutta la nostra vita”. P. Alberto aveva per loro grande riconoscenza, dimostrando loro anche tutta la sua fiducia, specialmente durante la malattia, quando era in carrozzella. Riportiamo alcuni stralci dalla testimonianza di P. Luciano Benetazzo: “Conobbi P. Alberto quando era economo provinciale in Italia, residente temporaneamente a Roma presso i Francescani di via del Serafico. A quel tempo ero provinciale del Centrafrica. Mi colpì la sua amabilità, il suo buon umore. Avevo poche cose di cui trattare, ma mi accolse con molta umanità, fraternamente.
Lo rividi al Capitolo Generale del 1979 e, nel ricordo del nostro primo incontro, mi fu facile iniziare con lui un rapporto di bella amicizia, molto immediata e informale. Era interessante ed illuminante scambiarci le nostre impressioni. Anche i suoi interventi in aula erano saggi e precisi, pronunciati sempre in tono umoristico. Dopo il Capitolo, lo persi un po’ di vista, ma seppi che si trovava a Castel Gandolfo, nel Collegio di Propaganda Fide, dove si occupava della formazione dei catechisti.
Conobbi questo collegio solo quando, nel 1993, mi fu chiesto di assumerne la direzione, succedendo appunto a P. Alberto. Lo rividi quindi nel momento in cui lasciava il suo incarico, e non era il momento ideale per conoscerlo nel suo aspetto migliore. Io che lo ricordavo e lo apprezzavo tanto per la sua umanità piena di umorismo e bonomia, lo vidi piuttosto alterato. Non ci misi tanto a capire: P. Alberto aveva grande carisma con i giovani e, soprattutto, li amava con tutta la sua anima. Perciò, secondo lui, se qualcuno esprimeva qualche riserva sul Collegio, voleva dire che non amava i giovani e non capiva i tempi moderni.
Quando presi in mano la direzione, ebbi spesso l’occasione d’invitarlo a visitare gli studenti: bisognava sentire l’urlo di gioia di tutti loro nel vederlo! Certo, in tutta la storia del Collegio credo che P. Alberto sia stato il direttore più creativo e più lucido. All’esperienza missionaria, infatti, univa una grande intelligenza educativa: amava i giovani, li capiva e, per loro, a volte, era portato a fare qualche eccesso, ma solo quando il cuore prendeva il sopravvento sulla mente. Ho sempre nutrito per lui un grande rispetto e ora sempre lo ricorderò con amicizia e con affetto”.
Da Mccj Bulletin n. 239 suppl. In Memoriam, ottobre 2008, pp. 92-98.