di p. Carmelo Casile

Il missionario comboniano accoglie il dono della consacrazione missionaria e vive l’incontro con il Signore Gesù, contemplando il Mistero del suo Cuore Trafitto con lo sguardo del Fondatore. La sua spiritualità è la spiritualità del Cuore di Gesù, è una spiritualità per oggi. L'affermazione, densa di conseguenze, costituisce l’epicentro della tradizione dell’Istituto Comboniano e della Regola di Vita. Una riflessione all’inizio dell’anno comboniano.

Roma, 28.10.2008

1. Identità e nome: RV 1
Quando andiamo ad gentes, nasce nelle persone che incontriamo il desiderio di sapere chi siamo, da dove veniamo, che cosa intendiamo fare e perché lo facciamo. La rivelazione della nostra origine, e del nostro curriculum vitae, delle nostre intenzioni, costituiscono la lettera di raccomandazione o il certificato di garanzia della nostra vita e del nostro messaggio, che ci apre la via ad un incontro fecondo con loro.

Ma questa rivelazione non può avvenire immediatamente per mezzo di un certificato di garanzia burocratico, ma per via esistenziale, cioè per mezzo della testimonianza nella condivisione della vita.
Il missionario, per tanto, porta la sua lettera di raccomandazione scritta nel suo cuore; è una lettera che ha la sua origine in Dio che dà al missionario la missione e la capacità di esercitare questo ministero, e che porta il sigillo di Cristo e del suo Spirito; è una lettera che egli scrive e perfeziona nella comunità da cui proviene, e che viene letta dalla gente gradualmente tramite la qualità delle relazioni e la dedizione competente e generosa agli altri.
Come lettera di Cristo, il missionario è una sequentia sancti evangelii, cioè una pagina di Vangelo aperta, dove tutti sanno leggere, anche gli analfabeti.
Il comboniano è chiamato ad essere lettera di Cristo personalmente e comunitariamente mediante san Daniele Comboni, «testimone di santità e maestro di missione».
Il contenuto di questa lettera lo troviamo sintetizzato nel primo numero della Regola di Vita, intitolato appunto «identità e nome».
La comprensione, accettazione e integrazione di questo nome, ci permette di approfondire e mantenere dinamica la nostra identità di Missionari Comboniani e quindi di situare l’azione missionaria, alla quale siamo consacrati, in coerenza con questa identità.
Una profonda consapevolezza della propria identità è previa a ogni tipo di analisi della realtà, è punto di partenza imprescindibile per discernere le urgenze missionarie del mondo di oggi, per interagire con l’identità del popolo o gruppo umano a cui siamo inviati, e di altri agenti pastorali, con i quali condividiamo la missione. Questa consapevolezza nella relazione con l’atro da una parte ci porta a rafforzare la nostra identità e, dall’altra, a sentire come arricchimento la presenza e l’apporto che ci viene dall’altro e a individuare i punti di aggancio per l’azione missionaria.
Per ottenere questo obiettivo, è indispensabile rimanere radicati o ritrovare le radici della nostra vita missionaria comboniana, e dedicarci a coltivarle, così da coniugare armonicamente l’essere e il fare dei membri dell’istituto, che è composto di Sacerdoti e Fratelli.
La connessione con le radici o le sorgenti della nostra identità ci mantiene in un cammino di continua crescita in Cristo e d’identificazione con il carisma dell’Istituto, necessari per mantenerci fedeli alla nostra vocazione e da qui rispondere alle esigenze sempre nuove della missione della Chiesa nel mondo di oggi (cfr. RV 99).
“Ogni persona è potente della potenza in cui si costruisce accogliendosi come dono dalla sua sorgente. Ognuna può dire, con Maria, in verità: Io santifico nel cuore l’Onnipotente che ha fatto in me cose grandi; lo lodo nel fiat del mio volermi secondo il fiat della Parola in cui mi ha costituito sua immagine” (Mongillo).
Alla radice della nostra identità e nome c’è la consacrazione, che è un evento nella Storia della Salvezza, cioè una scelta storica di Dio, un’iniziativa dell’amore che Egli, creatore e Padre, ha per il genere umano bisognoso di essere salvato: un dono quindi che viene dall’Alto e che può essere capito e accolto soltanto con la luce e la forza che vengono dall’Alto (cf S 2742).
È un dono, un evento amicale, una proposta di amicizia, in cui convergono l’elezione e l’alleanza: l’elezione è propriamente una scelta di Dio assolutamente gratuita, analogamente a una nuova creazione; l’alleanza suppone una libera accoglienza dell’elezione da parte dell’uomo. Quindi è una chiamata a una comunione, a un coinvolgimento reciproco. Con l’elezione ha inizio l’economia dell’alleanza. Se alla proposta di Dio io rispondessi «no», rimarrei per sempre qualcuno che Dio per primo aveva scelto, ma che ha rifiutato tale scelta.
La consacrazione, per tanto, come evento nella storia di un credente passa attraverso il suo cuore, luogo dell’incontro con Dio. Il cuore, infatti, è la terra dove l’uomo si agita, desidera e cerca Dio, ed è simultaneamente terra di Dio, che in essa si manifesta con il suo stile di Dio-Amore, Padre di tutte le genti. L’agitazione dell’uomo provoca l’intervento di Dio e l’intervento di Dio stimola l’instabilità e la precarietà dell’uomo nel suo desiderio di Dio, introducendolo nella profondità del suo Mistero.
In quest’ottica, la consacrazione è una questione di cuore, una relazione di grazia e di dono di sé da parte di Dio, a cui corrisponde una relazione di rendimento di grazie e di libero dono di sé da parte dell’uomo; è un evento divino-umano, che è essenzialmente comunione d’amore con Dio che genera missione nel quotidiano della vita.
Attraverso quest’esperienza, Dio prende possesso della persona eletta in modo radicale, nuovo e definitivo e imprime in essa dei tratti distintivi che raggiungono l’intimo del suo essere. Con questo prendere possesso della persona, il Signore la individualizza, la contrassegna, in modo così irrepetibile che dà un senso completamente nuovo al suo stesso nome e la lascia segnata per sempre; così, per esempio, Abram diviene Abraham, cioè Padre di una moltitudine di popoli (Gn 17, 5); Simone diviene Pietro, cioè Roccia (Gv 1, 42).

Nel mondo orientale imporre il nome a una cosa o a una persona, significa prendere possesso di essa: il papà, per esempio, riconosceva il figlio, imponendogli il suo nome. Nella teologia della vocazione, imporre il nome nel momento della chiamata rivela che questa persona diviene già in modo speciale proprietà di Dio. La persona è segnata con il Sigillo di Dio e nessuno potrà mai offenderla senza offendere nello stesso tempo Dio stesso, ed essa a sua volta non potrà sottrarre niente di sé dal servizio di Dio, senza essere colpevole di profanazione o di adulterio.
Quando chi prende possesso è il Creatore, la consacrazione è un’azione che parte dallo stesso Dio. Per mezzo di quest’azione Dio opera nella persona una trasformazione, che è come una nuova creazione, e la riserva al suo servizio, orientandola verso la missione che deve compiere.
L’imposizione del nome, per tanto, porta alla scoperta di una nuova propria identità, quella vera, che l’Altro ci rivela, e che diviene manifestazione del suo disegno d’elezione particolare in vista di una misericordia universale.
Questa imposizione del nome è effettuata da Dio Padre in Cristo Gesù, perché il piano di Dio Padre per ciascuno di noi è che “siamo conformi all’immagine del Figlio suo” (Rom 8, 29), non solo in modo generico, ma in un modo profondamente personale ed unico.
La Regola di Vita, fin dall’inizio, si collega con l’evento della consacrazione nella Storia della Salvezza, e afferma chiaramente che il dono della consacrazione dà al missionario “la sua identità e nome nuovi: missionario comboniano del Cuore di Gesù” (RV 1), che riceve attraverso la mediazione di san Daniele Comboni.
In questa definizione, l’espressione “del Cuore di Gesù” significa la reciproca appartenenza tra il Cuore di Gesù ed il missionario (cf. RV 21.1), fondata sui tratti del Mistero di Cristo che Dio Padre imprime in modo peculiare nell’intimo del missionario; l’aggettivo “comboniano” si riferisce alla mediazione umana della quale Dio si serve per far arrivare al cuore del missionario la sua parola-chiamata che dipende “dalla predicazione” (cf Rom 10, 17). Tale mediazione è ovviamente Daniele Comboni.
Questo nuovo nome, per tanto, significa che il missionario, all'essere consacrato da Dio per la missione, viene segnato in modo peculiare dal Mistero del Cuore di Gesù.
Il Signore Gesù attira a sé il missionario nella Congregazione Comboniana, facendolo partecipare in modo particolare al dinamismo del Mistero del suo Cuore sotto l'influsso di tre dimensioni che pervadono questo stesso Cuore e che divengono altrettante provocazioni per la generosità del missionario: il suo Amore, la Croce, la sua identificazione con i più poveri e abbandonati: RV 3 5.
In questo cammino gli offre come guida san Daniele Comboni, che percorse questo itinerario di generosità e totalità in modo esemplare. Ciò significa che il missionario comboniano vive il suo incontro personale con il Signore Gesù, contemplando in primo luogo, il Mistero del suo Cuore, con lo sguardo contemplativo del Comboni.

2. La spiritualità del Cuore di Gesù
Come conseguenza del nome nuovo e della nuova identità, nasce e si sviluppa nel missionario comboniano la spiritualità del Cuore di Gesù.
Trattandosi di una reciproca appartenenza tra il Cuore di Gesù ed il missionario, il rapporto del missionario comboniano con il Cuore di Cristo non è una semplice devozione, ma una solida spiritualità, significativa anche nel mondo di oggi.
A questo punto è bene chiarire i termini.
«Una devozione è sempre un momento distinto e separabile dall'esperienza globale del credente. Essa si pratica con la venerazione di un oggetto di culto, celebra cioè un dato cristiano evidenziabile anche come icona (ad esempio il Crocifisso, o appunto il Cuore di Gesù, o l'uno o l'altro mistero del Redentore o della Vergine); questo oggetto può essere venerato in contesti di spiritualità molto diversi tra loro, e diventa il simbolo di riferimento solo in momenti particolari della propria esistenza. Di solito, la devozione serve per pregare, vale dunque in quei momenti di intimità che influiscono certamente nel restante della vita, ma non ne diventano la struttura portante» .
Da notare che la Regola di Vita usa la parola “Mistero” ed evita di proposito la parola “devozione”, collegando così la spiritualità del Comboni non alla devozione sorta nella Chiesa per le rivelazioni di Santa Maria Margarita Alaquoque, ma al Vangelo di Giovanni, che fa riferimento al Cuore trafitto del Salvatore (19, 21-37), anche se certamente anche Santa Maria Margarita Alaquoque ha influito nello sviluppo della spiritualità del Comboni.
Dalla contemplazione di questo “Mistero”, che fa parte del piano della nostra salvezza ed è quindi da accettarsi con fede (Gv 19,37), nasce e si sviluppa in Comboni una spiritualità, di cui noi siamo eredi.
«Una spiritualità suppone una caratteristica riorganizzazione della vita intera. E un modo di collegare le proprie attenzioni, è un modo di situarsi davanti a Dio e ai fratelli, è un impegno globale, che rende riconoscibili e diversi proprio in forza di alcune scelte che trasformano da cima a fondo la nostra personalità.
Per definire sommariamente una spiritualità, occorre tener presente che essa - come si dice della cultura in genere - è un insieme di simboli, di valori, d’istituzioni e leggi, di attività, di consuetudini, che ambientano una persona nel suo habitat» .
Trattandosi di una spiritualità del cuore, è opportuno chiarire anche il significato del termine cuore.
Il termine cuore è ricco di significati di ordine antropologico, spirituale-biblico, simbolico e sociale.

  • a) Visto dal versante antropologico-spiritule,
  • per il fatto di essere l'organo più «sentito» e più «prezioso» diventa la rappresentazione e la sintesi più plastica della persona, del «centro e fondo» del suo essere, di ciò che essa è nel suo intimo, di ciò che essa ha di più proprio. Quindi, del suo essere spirituale, della sua coscienza.
    Anche dal versante biblico, il cuore, non è solo la sede dei sentimenti, ma in modo particolare designa la coscienza, il luogo della libertà, con la quale un uomo dispone della propria vita. Per tanto, il “cuore” è la “coscienza”, l’io dell’essere umano.
    Quando una persona parla del suo cuore, parla di se stessa: parla di quel «luogo dentro di sé» in cui i processi psichici, le esperienze, le emozioni, le percezioni, i ricordi, i pensieri, i desideri e i propositi sono dati e conosciuti a se stessa. Parla di quel «luogo dentro di sé» in cui ha consapevolezza o coscienza di se stessa, del proprio corpo, delle proprie sensazioni, delle proprie idee, dei significati e dei fini delle proprie azioni, dei propri valori morali.
    È per il cuore che l'uomo si sente vivo e si sente persona concreta. È nel cuore, infatti, il «luogo» dove vengono idealmente collocati i sentimenti più profondi e individuanti dell'essere umano, in primo luogo il senso di relazione e di interscambio all’esterno e agli altri.
    Sviluppando ancora un poco questa descrizione, si può dire che il cuore è anzitutto punto di sintesi di dimensioni e potenzialità umane diversificate, una realtà omnicomprensiva dell’uomo, in cui convergono la coscienza intellettuale e quella etica, la percezione della gioia e della paura; il senso dell’affidamento e quello del tradimento e della perversione. E così si presenta come il raccordo tra il corpo, l’affettività (anima) e lo spirito “Tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (cfr. 1Tes 5, 23).
    In questa visione unitaria dell’essere umano, Pietro vede nel cuore il profondo dell’essere, la sede dell’uomo non ancora neppure a lui rivelato. Si tratta dell’“uomo nascosto in fondo al cuore” (1Pt 3, 4). È quello che filosofi e teologi hanno chiamato homo interior, che può essere intercettato nel quotidiano della vita quando la persona intraprende un itinerario di interiorizzazione.
    In quest’orizzonte si riveste di particolare significato la preghiera per il cuore nuovo, come nella supplica di Davide: “Crea in me, o Dio, un cuore nuovo” (Sl 51, 12), frutto della presa di coscienza della necessità della conversione, intesa come riordinamento del cuore. Di fronte a questa necessità, Dio stesso promette a chi avanza nella sua interiorità di sostituirgli il cuore di pietra con un cuore di carne (cf. Ez 36, 26; 11, 19).
    Il termine cuore, per tanto, si riferisce alla scaturigine profonda della persona che si trova in immediato perenne contatto con la Vita. L’uomo interiore è la persona che nella sua integralità si apre attraverso la totale e amorosa disponibilità all’azione salvifica di Dio fino all’intima partecipazione dell’uomo alla natura divina (2Pt 3, 1-4; Ef 3, 17: “Cristo abita nei vostri cuori per la fede”).
    L’uomo-cuore, quando è funzionante, è capace di esplorare la sua interiorità, nella quale traluce la presenza della Trinità e viene continuamente raggiunto dall’amore che è riversato dallo Spirito Santo che gli è stato donato (Rom 5, 5): primariamente verso Dio, riceve il timbro di autenticità quando si dirige anche alle creature di Dio.

  • b) Dal versante della simbologia, il cuore è universalmente considerato, nell'esperienza e nel linguaggio comuni, come simbolo «naturale» dell'amore: è cioè il simbolo spontaneo, voluto dalla stessa natura delle cose. Infatti, il cuore ha un rapporto «naturale» con l'amore che simbolizza, un rapporto nell'ambito psicofisico: il sentimento, l'emozione amorosa sono dal cuore percepiti, accompagnati e manifestati fisicamente. E così fortemente sentito questo «mettere insieme» cuore e amore che ogni lingua ha creato una lunga serie di parole ed espressioni su questo simbolismo, tra cui emerge il termine “miseri-cordia”, che vuole dire “dare il cuore al misero”.
    Il cuore, pertanto, diventa il simbolo o la «rappresentazione sintetica» della persona-che-ama fino al punto che si può dire (e tutti, spontaneamente, ne capiranno il senso) che una persona «è tutta cuore», «è soltanto cuore», «è un cuore d'oro».
  • c) Dal versante sociale
  • il cuore è luogo d’incontro. II cuore (quello che potremmo descrivere come amore, misericordia, cordialità) è anche il punto di comunicazione e d’incontro tra persona e persona.
    La comunicazione «cordiale» o «del sangue» che comincia dall'amore sponsale e dall'amore materno, si estende alle persone del nucleo familiare, della stirpe e della razza. In modi diversi si estende anche alle relazioni di affetto, di amicizia, di convivenza.
    Su questo punto è bene notare che «i cuori», per sentirsi avvolti in uno stesso bene e per essere partecipi di una stessa vita, devono essere il più vicino possibile e aprirsi il più possibile l'uno all'altro.
    Il cuore è luogo d'incontro anche tra popoli, culture e religioni diverse e, a livello «razionale o teorico», lontane e inconciliabili. Dove la ragione divide, il cuore riesce ad unire; la bontà e la misericordia abbattono sospetti e pregiudizi; l'amore vince tutto.

    Il linguaggio del cuore è come la «lingua materna» di tutta l'umanità. Tutti la capiscono, tutti possono comunicare per mezzo di essa. I gesti del cuore sono accettati da tutti, come lo sono, del resto, i gesti del corpo: con questi ci s’intende sempre, anche se si parlano lingue diverse, da una parte e dall'altra. Un abbraccio, un sorriso, un compartire il cibo, un'elemosina, un gesto di compassione sono linguaggio universale (come i gesti della nascita, della sessualità e della morte) che permette, in ogni circostanza, l’incontro tra persone e tra cuori.
    Il cuore è luogo d’incontro, perché le sue radici sono in Dio, di Lui tutti siamo figli e figlie – fatti a sua somiglianza – e in Lui tutti siamo ugualmente fratelli. Il linguaggio del cuore è il linguaggio di Dio Padre, con il quale egli ci parla, con il quale egli ha disposto che comunicassimo tra noi. Siamo arrivati così al Cuore di Gesù.

  • d) Il cuore di Gesù
  • . Il Concilio Vaticano II ci ricorda che Gesù, Verbo incarnato, ha un cuore di uomo con tutta la ricchezza di significati del cuore umano. “Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo”. E ci assicura che “il suo messaggio lontano dallo sminuire l’uomo, serve al suo progresso infondendo luce, vita e libertà e, all’infuori di esso, niente può soddisfare il cuore dell’uomo” (cfr. GS 22).
    Così “dall'orizzonte infinito del suo amore Dio, ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l'infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno”.
    Da allora “ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, può sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo (Cfr. Benedetto XVI, Angelus domenicale 1° giugno 2008)
    Pertanto, con riferimento a Gesù, il cuore è il suo “Io”, la sua coscienza; è l'uso che egli fa della sua libertà, il suo modo di stare al mondo; è il luogo della condizione filiale del Figlio di Dio. Se c’è qualcosa in cui egli si è specializzato, questa è l’essere figlio di Dio “nel” e “per il” mondo: il leggere e contemplare il mondo che esce dalle mani di Dio, per mettere continuamente in relazione la creazione con il Padre. Quando lo accusano di andare con i peccatori dice: «in cielo si fa festa…, io faccio festa sulla terra» (cf Lc 15, 1-10).
    Il centro del mondo, per tanto, è il Cuore di Gesù. Il credente entra in contatto con questo Cuore nel Battesimo come effetto della grazia santificante che lo fa “essere in Dio”; ma l’incontro diventa intimo e vitale a livello psicologico come effetto della conformazione conscia dei miei sentimenti, dei miei gusti, delle mie valutazioni, in modo tale da non stimare le cose in maniera diversa da come egli le stima, da desiderare quello che egli desidera, da reagire come egli reagisce, per essere al servizio del suo regno.
    Questa conformazione del mio cuore al Cuore di Cristo avviene gradualmente per mezzo della meditazione e contemplazione dei misteri della vita del Verbo vivente di Dio fatto uomo.
    Non si tratta, però, di ricostruire un passato interessante, ma di entrare in un contatto nuovo e più intimo con la sua presente coscienza (= cuore) di Gesù Signore risorto, attraverso ciò che dei «giorni della sua carne» (Eb 5, 7) permane anche nella sua eternità gloriosa.
    La Risurrezione, infatti, è il risultato di tutti i fatti anteriori della vita di Gesù, è la chiave per interpretare il perché di tutto quello che è avvenuto nella sua vita e di tutto quello che vuole realizzare nella mia vita.
    Tutta la vita di Gesù prende significato alla luce della Risurrezione, e noi arriviamo a conoscere Gesù Cristo glorioso solo attraverso la conoscenza del Cristo mortale, presentato dai Vangeli; gli atteggiamenti e i “sentimenti interiori”, che appaiono nei Vangeli, cioè nei misteri della sua vita terrena, sono gli stessi che riempiono oggi il suo Cuore divino: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8).

    “La storia evangelica, dunque, ci permette di raggiungere il Cristo di oggi. Non nelle sue azioni e nelle sue parole di ieri, che appartengono alla storia. Il Cristo di oggi non cammina più soltanto lungo le rive del lago di Galilea, ma è il Signore del cielo e della terra. L'elemento permanente dell'umanità di Cristo oggi non sono tanto le sue parole e le sue opere di un tempo, ma è il suo cuore”.

    3. Una spiritualità del Cuore Trafitto di Gesù
    La spiritualità del Cuore di Gesù ha origine nel momento della sua Incarnazione nel grembo della Vergine Maria, cresce nel grembo del silenzio del lungo periodo che Gesù ha vissuto a Nazareth, si rivela negli anni del suo ministero apostolico e raggiunge il culmine della sua espressione nella realtà fisica del Costato e del Cuore trafitto, e del mistero racchiuso nella narrazione della trafittura, che è il mistero dell’amore divino.
    Il mistero del Cuore trafitto di Gesù, racchiuso nelle parole di Gv 19, 31-37, ha in sé il contenuto della Pasqua come salvezza e come partecipazione del credente all’offerta di Gesù perché tutti, anche gli altri, siano salvati.
    Nella spiritualità del Cuore di Gesù, la centralità del Mistero del Trafitto è dovuta al carattere essenziale e unificante dell’evento del Trafitto e quindi della sua contemplazione per far proprio il contenuto del Mistero.
    La caratteristica unificante del Trafitto dipende dal fatto che ogni mistero della vita di Gesù trova il suo culmine e il suo compimento nel Mistero Pasquale. Lì tutte le sue parole e tutti i suoi gesti sono raccolti in unità, ricapitolati, pienamente espressi e spiegati.
    La morte di Gesù è il coronamento di quella “forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò quando venne a questo mondo per fare la volontà del Padre, e che propose a quelli che lo seguivano” (LG 44a; PC 1c). Nell’atto di morire Gesù esprime se stesso come Inviato del Padre, che “vergine e povero, redense e santificò il mondo con la sua obbedienza spinta fino alla fine di croce” (PC 1c).
    Nel mistero della morte in Croce si rivela la pienezza dell’amore del Cuore di Gesù. Morendo in Croce, Gesù è il “Sì” totale al Padre. Lì l’immensa carità che Gesù vive perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza (Gv 10, 10), raggiunge l’estremo delle sue possibilità (Gv 13, 1).
    Gesù ha compreso e vissuto la sua vita come un essere per gli altri, un lasciarsi costruire e realizzare dalle necessità di noi uomini peccatori. La morte di Gesù è l'“ora” a cui tende il suo amore salvifico di Buon Pastore (Gv 10, 11; 13, 1). È l’“ora" del compimento supremo: "Tutto è compiuto" (Gv 19, 30). Gesù morente sulla Croce è il chicco di grano che cade a terra e muore (Gv 12, 24); nel solco profondo della morte il suo amore al Padre e agli uomini raggiunge la sua piena realizzazione, perché "non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13). Gesù sulla Croce è l'esperto dei costi dell'amore. Come Maestro delle moltitudini aveva detto per gli altri: "A chi vuol litigare con te e toglierti la tunica, lascia pure il mantello" (Mt 5, 40). Qui sulla Croce, per se stesso, va più avanti. Si fa togliere tutto. Si fa nudità crocifissa: è simbolo di un amore che tutto ha donato.
    Gesù sulla Croce vive fino all'estremo la spoliazione di se stesso, come dono di sé al Padre, che è il suo centro e la sua dimora fin dall'inizio della sua venuta in questo mondo (cf Lc 2, 49; Eb 10, 7) e che vuole la salvezza di tutti gli uomini. Gesù ha vissuto la morte come atto di estrema spoliazione di sé e di obbedienza piena al Padre per la salvezza degli uomini. Egli, infatti, “da ricco che era si fece povero” (2Cor 8, 9) e “spogliò se stesso prendendo la natura di servo… facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 7-8).
    Gesù con le mani stese sulla Croce è l’Agnello purissimo, povero e obbediente, che ha portato a termine l’impeto della sua carità di buon Samaritano di tutti i tempi. La sua kénosi (Fil 2, 5) si è compiuta. Si è spogliato delle sue vesti e della sua stessa vita umana. Si fa spogliare di tutto per farsi Corpo offerto e Sangue versato per tutti.
    Troviamo qui l’origine ed il nucleo della spiritualità del Cuore di Gesù, da cui sono sorte lungo i secoli le varie personalizzazioni, fino a giungere al nostro Fondatore e attraverso di lui a noi nell’Istituto Comboniano. Per questo motivo possiamo dire che è una spiritualità di ieri, di oggi e di sempre, proprio come la Lettera agli Ebrei dice di Cristo stesso (Eb 13,8).

    4. " Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini… "
    La spiritualità del Cuore di Gesù arriva a noi attraverso quella che si afferma e si diffonde nella Chiesa per mezzo di santa Margherita Maria Alacoque, agli albori dei tempi moderni, nel XVII secolo, in un momento in cui domina il rigore del Giansenismo con tutti i risvolti di angoscia che lo caratterizzano, mentre la teologia sotto l’influsso dell’Illuminismo si è inaridita in un razionalismo e dogmatismo astratti, che non hanno niente da dire alla vita e ai suoi problemi.
    Si arriva così alla proposta di una religiosità che allontana Dio dalla vita dell'uomo e che prelude all'ateismo, perché “una religione che non si interessa dell'uomo e delle sue tragedie non interessa neanche l'uomo e viene rifiutata” (Solov'ev).
    Ciò che precisamente è avvenuto nell'ateismo moderno, reazione esasperata a un cristianesimo troppo disincarnato.
    La spiritualità del S. Cuore entra in scena in questo clima e vi entra come amore e come perdono. Scioglie i nodi che il rigore moralistico e la paura avevano reso inestricabili, riproponendo una lettura del Vangelo che recupera "le ragioni del cuore" e cioè la logica dell'amore, l'unica in grado di raggiungere le cose nel loro vero significato.
    Viene proposta anzitutto come spiritualità della gratuità, la quale rileva prima e in ogni caso quello che Dio fa per noi attraverso il suo Cristo, e solo in conseguenza quello che noi dobbiamo fare per lui; è una spiritualità che gira intorno ai termini, amore, misericordia, perdono, fiducia, abbandono, sicurezza nella redenzione di Gesù-carità.

    In secondo luogo promuove un'intensa personalizzazione del rapporto tra la persona e il suo Dio; un rapporto di amore quindi con un Dio fatto di tenerezza e di misericordia, capace di comprendere umanamente, in forza del Cuore di carne che egli ha assunto e mostrato; e al tempo stesso con un Dio che, umanamente, può a sua volta essere capito e amato. Un tale rapporto non può che essere personale; da un tale rapporto la persona giunge alla dignità unica e irripetibile di partner di Dio.
    Da questa rapporto di tipo sponsale con Dio in Cristo Gesù nasce il decentramento da sé, che si cristallizza nella consacrazione della propria vita a Dio come risposta di amore, da vivere in mezzo agli altri e per gli altri, perché scoprano e tornino all'amore di Dio.
    La spiritualità del Cuore di Gesù sfocia così nello zelo per l’annuncio del Vangelo, che ha come nucleo l’avvento del Regno di Dio, che “si è manifestato in Gesù, perché egli è l’unico su cui Dio, e Dio solo, ha regnato totalmente, radicalmente: quello vissuto da Gesù è il regno che deve estendersi…” (Enzo Bianchi, Il Padre nostro, p. 38).
    Nell’ottica della spiritualità del Cuore di Gesù, questo zelo missionario nasce quindi come conseguenza del rapporto personale con il Signore, il quale mi introduce nel Cuore di Dio-Padre e nel suo disegno di salvezza per l’umanità. L’avvento del Regno di Dio non è una questione teorica da cui dedurre le conclusioni che si credono opportune, per rispondere a una umanità travagliata da tanti problemi; ma è una questione di fede e di amore e quindi di progressiva adesione a Cristo, un Cristo oggettivo, quello manifestato nell’evento della Pasqua, che viene a noi crocifisso, risorto e vivente.
    L’impegno per l’avvento del Regno di Dio, per tanto, non è una decisione della persona, che sceglie tra il bene e il male, che sceglie un codice morale o un grande ideale o un programma. La persona si trova davanti a un Dio personale che è Amore e davanti a una Storia di Salvezza iniziata da questo Dio-Amore e che si sta compiendo il lei. L’impegno apostolico, per tanto, nasce come risposta all’amore con cui Dio ci ama, come conseguenza della partecipazione in questa Storia di Salvezza; nasce dopo esserci lasciati amare da Dio e coinvolgere nella logica dell’agire di Dio stesso, che è quella della gratuità-dono (Gv 3,16): “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20); di conseguenza: io lo amo e mi dono ai fratelli. È il suo amore che mi spinge a farmi “tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”(1Cor 9, 22), a fare della mia vita un sacrificio per il Regno (cf Fil 2, 17; 2Tim 4, 6).
    Allora la persona percepisce che il senso della sua vita le viene offerto, e quindi non ha in se stessa la capacità di creare il valore della sua esistenza né i valori che orientano la sua azione nel mondo, ma li riceve dalla peculiare relazione che vive con Dio in Cristo Gesù; prende coscienza che l’apostolato non appartiene all'ordine del tenere o del fare, non dipende dalla forza di un sistema ideologico, ma da un modo di essere-in-relazione con Dio che porta a un particolare modo di mettersi in relazione con se stesso, con gli altri e con il creato, da cui nasce un determinato modo di agire; percepisce che l’amore con cui Dio ci ama è l’energia spirituale capace di inaugurare e far crescere nella famiglia umana il Regno di Dio, cioè “un insieme di rapporti” fatti di attenzione alle persone e ai problemi sociali, che nascono da “quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio" (Deus caritas est, 7) e che spargono nel mondo il profumo della carità di Cristo.
    In questo modo, la spiritualità del Cuore di Gesù scioglie i nodi che il rigore moralistico e la paura avevano reso inestricabili, riproponendo una lettura del Vangelo che recupera "le ragioni del cuore" e cioè la logica della gratuità-dono, l'unica in grado di raggiungere i rapporti con le persone e con la società nel loro vero significato.
    Mentre l'intelligenza da sola, infatti, coglie soltanto un aspetto del reale e inevitabilmente in modo astratto e disincarnato, il cuore abbraccia l'insieme e lo assume nella sua integrità. E poiché c'è di mezzo l'amore, non esclude mai nessuno, anzi soccorre e salva; e lo fa senza imporre mai nulla: abbraccia come se non abbracciasse.
    Ed è per questo anche la via per garantire la libertà e promuoverla.

    5. “Quel Cuore che ha tanto amato…” e l’umanità di oggi
    Oggi ci confrontiamo con quella spiritualità che si espresse come devozione al Sacro Cuore, in un tempo non meno arido spiritualmente di quello di santa Margherita Maria, teso com'è in una ricerca di progresso prevalentemente materiale, caratterizzato da competitività che contrappone uomo a uomo e popolo a popolo, che emargina penosamente i più deboli, che genera e aggrava ingiustizie e violenze.
    Ma è un tempo segnato anche dalla ricerca del religioso o del sacro con la “domanda di nuove forme di spiritualità” (Ecclesia in Europa, 37), anche se tale ricerca è accompagnata dal rischio dello spiritualismo e del sincretismo religioso.
    È significativa, per esempio, l’espressione culturale delle Carovane, che consiste in una manifestazione culturale che ha come filo conduttore la conoscenza del mondo in cui viviamo, per mezzo di incontri con testimoni e autori di saggi, racconti e raccolte di poesie significativi che caratterizzano il nostro tempo. È una corrente culturale che va alla ricerca delle cosiddette Città invisibili: espressione che richiama la necessità di svelare i molti mondi possibili al di là della nostra cultura e del nostro sistema sociale occidentale.
    Si scopre così come i paesi del Sud del mondo ci insegnano prospettive diverse, testimoniano di altre priorità, apportano un nutrimento vitale al nostro sapere e mettono in questione i nostri stili di vita. Nasce così una corrente di spiritualità laica, che va in cerca di un nuovo umanesimo; essa si propone di formare persone “riconciliate con se stesse, con gli altri e con la natura, capaci di pensare e di vivere in maniera diversa, per poter portare l’umanità da una situazione di estrema competitività ad una situazione di estrema solidarietà”.
    In questo contesto entrano i temi quali “sviluppo, ambiente, pace”, la lotta contro le grandi emergenze sanitarie e ambientali, contro l’indigenza di milioni di esclusi dalle leggi dell’economia moderna; la cooperazione internazionale, il mercato equo e solidale, ecc.
    Nel campo più specifico della spiritualità cattolica si propone una spiritualità che sviluppi la passione per l’uomo, che si esprime come amore gratuito nell’impegno di solidarietà per promuovere i suoi diritti fondamentali, la giustizia e la pace, il rispetto del debole, sottolineando la dimensione sociale del Vangelo; una passione per l’uomo aperta alle diversità culturali, impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso, nell’annuncio del Vangelo nella prospettiva dell’evangelizzazione delle culture, ecc.
    Di fronte a questa situazione, nel suo pellegrinaggio a Paray-le-Monial, Giovanni Paolo II ha riproposto «il vero culto del Cuore di Cristo... affinché l'uomo di oggi con la propria mentalità e sensibilità, vi scopra la vera risposta ai suoi interrogativi e alle sue attese» .
    Benedetto XVI sta facendo eco al suo predecessore in varie occasioni; significativo è il Messaggio della Giornata Missionaria Mondiale 2008, nel quale citando i numeri 7 e 12 della sua Enciclica Deus Caritas est, e prendendo spunto dall’Anno Paolino, propone la contemplazione del Cuore trafitto di Cristo come fonte di nuovo slancio missionario:
    «Guardando all'esperienza di san Paolo, comprendiamo che l'attività missionaria è risposta all'amore con cui Dio ci ama. Il suo amore ci redime e ci sprona verso la missio ad gentes; è l'energia spirituale capace di far crescere nella famiglia umana l'armonia, la giustizia, la comunione tra le persone, le razze e i popoli, a cui tutti aspirano (cfr Deus caritas est, 12). È pertanto Dio, che è Amore, a condurre la Chiesa verso le frontiere dell'umanità e a chiamare gli evangelizzatori ad abbeverarsi "a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio" (Deus caritas est, 7). Solo da questa fonte si possono attingere l'attenzione, la tenerezza, la compassione, l'accoglienza, la disponibilità, l'interessamento ai problemi della gente, e quelle altre virtù necessarie ai messaggeri del Vangelo per lasciare tutto e dedicarsi completamente e incondizionatamente a spargere nel mondo il profumo della carità di Cristo».
    La Chiesa, per tanto, è invitata a porsi in contemplazione del Cristo dal Cuore trafitto sulla croce, per imparare a «comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità» di un amore ferito «che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3,18); ritrova così nel Cuore di Cristo il Mistero centrale della propria vocazione e missione, per poi annunciarlo al mondo come nucleo dell'Evangelo; e riscopre, al di là delle forme devozionali sempre relative ai tempi, l'attualità di un'attenzione al Cuore di Cristo che sia profondo riferimento al Mistero di Dio, Sequela fedele del Signore e operosa carità tra gli uomini.

    6. Dal Cuore di Cristo al cuore della missione con san Daniele Comboni
    San Daniele Comboni respira a pieni polmoni la spiritualità del Cuore di Gesù promossa da santa Margherita Maria e la personalizza nel suo carisma attraverso il forte impatto ricevuto nella sua prima esperienza apostolica (1857-1859), segnata dal pellegrinaggio in Terra santa (ottobre 1857) e dalla prove subite sotto il torchio della “desolata vigna” africana (cf S 2744).
    Partendo dalla contemplazione del Costato Trafitto, che ha vissuto in modo particolarmente intenso sul Golgota, Comboni scorge l’amore di Dio Padre ferito a causa della disgrazia dei suoi figli africani, che vivono nella condizione di una massa di poveri schiavi, vittime di ingiustizie inumane, disprezzati da tutti, colpiti da miseria e da malattie; soprattutto essi sono ancora privi di fede.
    Sotto l’influsso dello Spirito Santo esperimentato come fiamma di Carità che sgorga dal costato del Crocifisso sul Golgota, sente che i palpiti del suo cuore si fondono con quelli di Gesù e si accelerano. In questa sintonia di cuori, Comboni si sente figlio amato dal “comun Padre”, il quale si prende cura di lui allo stesso modo che dei suoi fratelli più abbandonati fino alla consegna del suo proprio Figlio; è questa Carità che lo spinge verso questi suoi fratelli privi di fede e spogliati della dignità umana per offrir loro la forza rigeneratrice del Vangelo. Animato da questa Carità, parte deciso ad assumere la loro storia e il loro dolore, divenendone parte e facendo “causa comune con loro”, anche con il rischio della propria vita.
    Così Comboni, illuminato e infiammato dalla Carità che sgorga dal costato del Trafitto, s’incammina all’incontro di fratelli in cui si cela il volto di Gesù nello sconcertante mistero della sua identificazione con gli esclusi della storia, per essere servo e strumento della loro rigenerazione. Nello stesso tempo continua a tenere lo sguardo fisso sul Crocifisso, per “capire sempre meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime” e rimanere in sintonia con i palpiti del Cuore di Gesù, da cui riceve l’energia per rimanere nel suo “sì” alla vocazione ricevuta fino alla morte.
    Comboni vive, per tanto, una spiritualità del Cuore di Gesù intensamente e profondamente spirituale e insieme concreta, incarnata nella storia.
    Per Comboni la spiritualità del Cuore di Gesù è un cammino di crescita spirituale in cui fa propri i palpiti, gli atteggiamenti interiori del suo Cuore, e li vive come in una continuata incarnazione nel ministero apostolico.
    Questa intuizione, che certamente è collegata al messaggio di S. Margherita Maria Alaquoque anche se non limitata ad essa, sta alla base della vocazione apostolica del Comboni verso l’Africa ed è essa che sta alla base delle sue decisioni e del suo metodo pastorale.
    Questa stessa intuizione può divenire per noi Missionari Comboniani del Cuore di Gesù l’energia ce ci spinge a rinnovare il nostro essere e il nostro fare come missionari in e per il mondo di oggi.

    p. Carmelo Casile

    Note
    Enzo Franchini, in Speciali Testimoni / 30 maggio 1989 / numero 10
    2 Ibidem
    Lettera da Paray le Monial, 5 ottobre 1986, al reverendo padre Peter-Hans Kolvenbach, Preposito generale della Compagnia di Gesù

    Una spiritualità per il missionario comboniano di oggi