Mercoledì 12 agosto 2026
La Chiesa uscita dal Concilio Vaticano II ha una mentalità più missionaria e prepara tutti i fedeli a essere missionari in modo nuovo. L’Eucaristia, al centro della vita della Chiesa, appronta i cristiani per l’evangelizzazione.
Il cardinale Arthur Roche, inglese, che dal 2021 è a capo del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha rilasciato di recente un’intervista a The Tablet, settimanale cattolico pubblicato a Londra. Alla domanda se Leone XIV avrebbe modificato la normativa di papa Francesco relativa alla celebrazione della messa tridentina, ha risposto con un fermo “No”. «Ciò che il Concilio Vaticano Il ha fatto e stato affermare che la Chiesa deve essere più missionaria di quanto non fosse mai stata. E che, per preparare alla missione, il nucleo centrale della vita della Chiesa, ovvero l’Eucaristia, deve nutrirle in modo diverso. L’abbondante nutrimento delle Scritture che ci viene ora offerto attraverso la celebrazione della messa e dei sacramenti è qualcosa che prima non era a nostra disposizione, ma che ora lo è», ha spiegato.
Ha aggiunto che, mentre nella messa tridentina il sacerdote agisce «a nome dell’assemblea», nel nuovo rito «quando si celebra la messa, poiché i battezzati sono un popolo sacerdotale, anch’essi celebrano insieme al sacerdote».
Culto contro Missione
La spiegazione fornita dal cardinale Roche per giustificare il mantenimento della normativa relativa alla celebrazione della messa tridentina tocca alcuni punti di grande importanza per una Chiesa ministeriale e missionaria.
Le due messe – quella tridentina e quella del nuovo rito latino – mettono in evidenza due ecclesiologie contrapposte e due modi diversi di intendere la vita cristiana attraverso il culto e la missione. L’enfasi posta sul culto divino alimenta una visione più tradizionale della Chiesa. Tuttavia, le ultime parole di Gesù sono un comando missionario e un incarico: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».
Questa tensione tra culto e missione, tra liturgia ed evangelizzazione, è molto presente nelle controversie sull’uso della messa tradizionale in latino. Alcuni cattolici preferiscono una liturgia che sia misteriosa nel linguaggio, nei riti, nelle cerimonie e nei paramenti. Coloro che sono favorevoli alla celebrazione della messa tridentina tendono anche a opporsi alle riforme conciliari, mantenendo l’ecclesiologia preconciliare. In questa prospettiva, la vita cristiana raggiunge il suo culmine nella liturgia: una celebrazione lunga e mistica, ricca di rituali diversi. (Su Internet è disponibile un video che mostra il cardinale Raymond Burke mentre si toglie i paramenti dopo aver celebrato la messa tridentina a Fatima: impiega quasi dieci minuti per spogliarsi).
Questa insistenza sulla messa tradizionale potrebbe non essere solo nostalgia per il fasto liturgico. Potrebbe, in verità, indicare un rifiuto dell’ecclesiologia missionaria nata dal Vaticano II.
Il Concilio Vaticano II ha proposto una Chiesa missionaria, con porte e finestre aperte, per far uscire il fumo dell’incenso e il profumo della cera bruciata: una Chiesa che si protende verso il mondo per condividere il kerygma. In breve, culto e la missione dovrebbero essere congiuntivi, piuttosto che disgiunti.
La mia esperienza
Ho vissuto quasi tredici anni in Etiopia e ho potuto costatare di persona questa tensione tra culto e missione, e come un’enfasi eccessiva sul culto, a scapito di tutto il resto, possa effettivamente indebolire lo slancio missionario nella Chiesa ortodossa etiopica Tewahedo e, in misura minore, nella Chiesa cattolica etiope.
Quando ero alla missione di Haro Wato, ero amico di Abba Yigram (non sono certo di averne scritto correttamente il suo nome), un sacerdote ortodosso di Sollamo, capoluogo del distretto di Uraga, a circa nove chilometri dal luogo in cui vivevo.
Un giorno, durante una delle nostre conversazioni – che avvenivano tramite la moglie o i figli, poiché era un Amhara del Gojjam e, pur avendo vissuto per oltre due decenni tra i guji, non ne aveva mai imparato la loro lingua – gli chiesi perché non uscisse dalle mura della sua chiesa, come fanno i cattolici e i protestanti, per annunciare il Vangelo nei villaggi. Mi rispose che ogni volta che celebrava l’Eucaristia in chiesa proclamava la Parola «ai quattro venti».
Infatti, il rito ortodosso e quello cattolico etiopico prevedono quattro letture nella celebrazione eucaristica: tratte dalle Lettere di Paolo, dalle Epistole cattoliche, dagli Atti degli Apostoli e dai Vangeli. Di solito, ciascuna lettura viene proclamata rivolgendosi verso uno dei punti cardinali, mentre il passo evangelico viene annunciato rivolgendosi verso est.
L’Eucaristia per la missione
Come sottolinea il cardinale Roche, la celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti in lingua volgare, con la loro abbondanza della Parola di Dio, è finalizzata a promuovere una Chiesa missionaria e a preparare i fedeli alla missione; una Chiesa che va oltre il proprio culto e aggiunge martyria (la testimonianza), diakonia (il servizio) e koinonia (la comunione) alla sua propria liturgia.
Il Concilio Vaticano II ha proclamato che l’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana e che la Chiesa e tutti i battezzati sono per loro natura missionari. La liturgia delle due mense – la mensa della Parola e la mensa dell’Eucaristia – è pensata per nutrire i fedeli e inviarli in missione. Richiede inoltre una celebrazione più inculturata e partecipativa, attraverso il canto e la danza, come ho potuto constatare nelle messe domenicali che ho avuto il privilegio di celebrare in Etiopia e in Sud Sudan.
È interessante notare che la Messa in latino nel nuovo rito romano – approvato nel 1969 – si conclude con una sorta di imperativo: Ite, missa est. La divina liturgia e la vita cristiana non si terminano tra le sacre mura della chiesa: al contrario, diventano “messa” (“invio”) nel mondo, attraverso la vita dei fedeli che hanno celebrato il culto in chiesa.
José Vieira, mccj