Martedì 6 ottobre 2026
Nel mese di agosto, un gruppo di laici missionari ha fatto un “viaggio missionario” nel nord-est del Brasile, a Santa Rita, città satellite di João Pessoa, capitale dello Stato brasiliano della Paraíba, e a Fortaleza, capitale dello Stato del Ceará. Lo scopo del viaggio era preparare un’esperienza missionaria per un gruppo di giovani della Diocesi di Roma, da realizzarsi nell’estate del 2027. Ad accompagnare il gruppo è stato il padre comboniano Giorgio Padovan che riflette su questa esperienza.
Abbiamo vissuto giorni belli e preziosi nella periferia di Santa Rita, uno dei comuni più violenti del Brasile, mescolandoci alla gente dei quartieri e visitando i diversi progetti di promozione umana e sociale.
Tra questi, il Projeto Legal, sorto nel quartiere di Marcos Moura, una iniziativa sociale e di tutela dei diritti umani, che offre uno spazio di accoglienza e di “dopo scuola” per circa 160 bambini e ragazzi: un vero e proprio faro di luce e un vivaio di speranza per contrastare la dispersione scolastica in un quartiere dove droga e narcotraffico non lasciano alternative a un futuro fatto di violenza, carcere e morti premature.
Nella precarietà di queste strade, sono sorti anche il Centro de Defesa dos Direitos Humanos Dom Oscar Romero e la Cooperativa de Catadores de Reciclagem (cioè Cooperativa dei raccoglitori di materiali riciclabili) che sono diventati segni concreti di lotta e di difesa della dignità umana, del diritto al lavoro e alla vita.
Partecipare alla vita e alle celebrazioni della parrocchia – organizzata come “comunità di comunità”, in cui i protagonisti sono i laici – ci ha arricchito e positivamente contagiato. Abbiamo subito avvertito che il loro celebrare unisce fede e vita, la Parola di Dio e la realtà, promuove la partecipazione e la condivisione. Così le persone crescono, la comunità è una vera “fraternità” in cui la dignità di ciascuno è riconosciuta e rispettata. Tutto questo porta le persone a diventare “missionari di vita e di pace”.
Loro – i poveri e i missionari comboniani − si sono presi cura di noi e hanno condiviso il loro cuore e il loro cammino con semplicità e libertà, con attenzione e passione. Non siamo andati a portare o fare qualcosa: abbiamo semplicemente voluto immergerci in quella realtà, incontrare da vicino quelle persone, per abbracciarle e sorridere.
Ci siamo sentiti veramente accolti e ospitati con quell’affetto che subito ci ha fatti sentire a casa. E questo ci ha fatto veramente bene, aprendoci mente e cuore, cioè il nostro modo di vedere e di sentire il mondo e le persone.
Per preparare il viaggio missionario
È stato toccare con mano un nuovo modo di essere umani, sperimentare di essere Chiesa in maniera più semplice e diretta, di leggere e capire la Parola di Dio più profondamente, di pregare e di ringraziare, di vivere la fraternità e la solidarietà in modo nuovo e molto concreto.
Da questo nasce una riflessione, ma anche un percorso e una esperienza missionaria da proporre ai giovani di Roma e dintorni, nella prossima estate. Ecco allora alcune indicazioni per prepararsi a questo viaggio missionario, con quei sentimenti e atteggiamenti che potrebbero aiutarci nel nostro partire.
Primo suggerimento: imparare ad ascoltare attentamente, nonostante l’ostacolo della lingua.
Secondo: apprendere a vedere con gli occhi certo, ma soprattutto con il cuore, un vedere cioè senza pregiudizi, attento e capace di sorprendersi.
Terzo: “sentire” le persone, l’ambiente e le relazioni, ricordando quanto afferma il concilio nella Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1).
E questo nella logica e nello stile dello “stare” più che del “fare”, del “ricevere” e del “dare”, disponibili a inserirci nella nuova situazione con semplicità e umiltà. Coltivare un atteggiamento missionario è camminare a piedi nudi, perché calpestiamo un luogo sacro, in cui siamo accolti, amati e ospitati.
Più concretamente: si tratterà di inserirci nella loro vita quotidiana, nelle attività dei gruppi giovanili e delle varie comunità, condividendo i loro e i nostri cammini, le loro e le nostre esperienze, mettendoci in gioco. E servire dove possibile, disponibili a lasciarci fare e a lasciarci portare, rallegrandoci di ogni piccola condivisione, vivendo in modo semplice e sobrio.
Parteciperemo alle loro liturgie e alle loro iniziative pastorali, per lasciarci contagiare dal loro modo di essere Chiesa e comunità, dal loro pregare, dal loro stare al mondo e far festa.
La sera ci ritaglieremo un tempo per ritrovarci tra di noi e celebrare la vita e la giornata trascorsa, ascoltando la Parola di Dio, pregando in modo semplice e fraterno. Condivideremo quanto vissuto e scoperto (non mancheranno tante e belle sorprese!) il che ci porterà a crescere e a interiorizzare nuovi stili e modi di vivere, di darci e di donarci, di amare e di impegnarci per un mondo più giusto e fraterno.
Due icone bibliche
Ci accompagneranno nel cammino due “icone bibliche”.
La prima: la Visita di Maria alla parente Elisabetta e il canto del Magnificat (Lucca 1,39-56). Partendo dall’incontro tra queste due mamme, povere e umili, ci sarà facile riflettere all’incontro tra due popoli, due culture, due comunità.
Le due donne hanno esultato e gioito nello scoprire la presenza di Dio in loro, grazie ai due bambini, Gesù e il Battista, che nel loro incontrarsi si abbandonano alla danza. Maria ed Elisabetta nel loro salutarsi, si abbracciano: due semplici gesti che le fanno gioire e magnificare il Dio della vita e della misericordia, della giustizia e della pace.
Anche tra noi e le comunità che visiteremo ci saranno un saluto e molti abbracci. La nostra “visita” profumerà di incontri, sarà davvero missionaria, e ci aiuterà scoprire e avvertire in modo nuovo il Dio in noi, negli altri, nei poveri, nel mondo intero.
La seconda icona sarà il roveto ardente (Esodo 3,1-6). Dio chiama Mosè e gli dice: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è una terra santa». Non è solo il roveto ardente a essere sacro, ma anche il suolo e la terra, sono luogo e manifestazione del Dio liberatore. Il missionario fa l’esperienza quotidiana di questo, vivendo in altre terre e suoli, luoghi della presenza e dell’azione di Dio.
La missione trasforma
Da qui nasce il titolo che è il filo conduttore della riflessione: “La missione trasforma”. Noi veniamo cambiati e convertiti, rigenerati e rinnovati dalla missione. Questa è la scoperta più interessante della mia vita missionaria ad gentes per 25 anni in Brasile e 18 anni in Italia.
Il mio essere missionario mi ha cambiato come uomo: nel modo di relazionarmi, nell’affettività, nelle mie fragilità e resistenze, nel modo di stare al mondo e amare, grazie alla vicinanza con i poveri e i semplici, che ti portano all’essenziale e al concreto, alla gioia e alla condivisione.
I poveri mi hanno fatto crescere come cristiano, consentendomi di toccare con mano la loro fede e speranza, la loro capacità di vedere Dio sempre e comunque in ogni situazione, la loro preghiera e fiducia nel Dio della vita.
Mi hanno insegnato a essere prete, a donarmi nel mio servizio di sacerdote, camminando con loro e servendo, celebrando la vita e la fede, spezzando il pane della Parola e della vita, creando e vivendo la comunità ecclesiale e fraterna.
La missione trasforma le persone, ma anche la Chiesa e la società. La Chiesa scopre che ci sono altre modi di celebrare, altre forme di essere comunità, che la diversità è una ricchezza (“convivialità delle differenze” direbbe Tonino Bello), e che siamo Chiese sorelle che vivono il Vangelo di Gesù. Ci possiamo aiutare per essere segno visibile del Regno di Dio nel mondo.
La missione trasforma la società e le strutture socioeconomiche, perché il suo scopo è il bene di tutti. La missione ci porta a vivere da fratelli e sorelle, salvandoci insieme, mai da soli. La missione offre la soluzione ai conflitti e alle guerre che dilaniano il mondo, mirando a creare più uguaglianza, giustizia e fraternità.
Ottobre, mese missionario per eccellenza, è il tempo opportuno per entrare in questa riflessione e in questo percorso, come persone, come cristiani e come Chiesa. Il tema scelto da papa Leone XIV è: “Uno in Cristo, uniti nella missione”. Lo potremmo declinare così: “Trasformati da Cristo e dalla missione”, cioè rigenerati, rinnovati e convertiti.
Gesù chiama i suoi discepoli perché stiano con Lui e per inviarli ad annunciare il Vangelo – la Buona Notizia che Dio salva e ama tutti, ma proprio tutti – ed entrare nella logica Dio Padre, del suo amore e misericordia. Gesù ci ricorda che è venuto «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni 10,10).
Buon mese missionario!
P. Giorgio Padovan, mccj