In Pace Christi

Di Gennaro Giuseppe

Di Gennaro Giuseppe
Data di nascita : 30/11/1924
Luogo di nascita : Scisciano
Voti temporanei : 07/10/1944
Voti perpetui : 23/09/1949
Data ordinazione : 03/06/1950
Data decesso : 11/06/2006
Luogo decesso : Casavatore (NA)

Terminate le elementari, Giuseppe Di Gennaro entrò nel seminario diocesano con l’intento di diventare sacerdote. Stando alla testimonianza del rettore, sappiamo che il cammino formativo del nostro giovane fu sereno e molto impegnato sia come profitto scolastico, che come buona condotta e come pietà.

A quel tempo (1942) i seminari d’Italia erano battuti dai missionari che facevano animazione vocazionale. Il seminarista Di Gennaro si lasciò conquistare dall’ideale missionario e, il 1° agosto 1942, scrisse al Superiore Generale dei Comboniani: “Io qui sottoscritto seminarista Di Gennaro Giuseppe desidero entrare a far parte delle vostre schiere apostoliche. Ho superato l’esame d’ammissione al liceo e ho diciotto anni. Vi prego di insegnarmi la via da seguire. Sicuro che la vostra paterna bontà nulla vorrà negarmi, vi bacio la mano e mi dico di vostra signoria illustrissima obbedientissimo figlio in Gesù Cristo…”. Il papà Raffaele e la mamma, Infinito Giuseppina, accettarono con fede la scelta del figlio e gli diedero la loro benedizione. Nella lettera di presentazione, il suo parroco afferma che “Giuseppe ha sempre dato ottima edificazione con la sua condotta morale, con la sua gravità, serietà e prudenza. Gode in paese stima generale; molto bene ha fatto in parrocchia nell’apostolato tra i piccoli, inoltre ha sempre servito all’altare con grande amore ed esattezza”.

Il 20 agosto 1942 Giuseppe entrò nel noviziato di Firenze dove era padre maestro P. Stefano Patroni. Fu un incontro felice perché il giovane seminarista assorbì con semplicità e amore il buono spirito del suo santo maestro. P. Patroni scrisse di lui: “Fin dai primi giorni si è messo con impegno nel suo lavoro spirituale, lasciandosi guidare dall’obbedienza. Ama le pratiche di pietà e l’esatta osservanza delle Regole. Ha vivo il desiderio della propria santificazione. Accetta volentieri le occasioni di umiliazioni, ama la vocazione. Benché un po’ debole fisicamente mette attività nei lavori dell’orto. È schietto e obbediente. Se continua così promette buona riuscita”.

Tempo di guerra
Si era in tempo di guerra, di incursioni aeree, fughe nei rifugi e… scarsità di cibo. Sono interessanti le note del diario di casa durante la permanenza di Giuseppe. Ne citiamo qualcuna che sarà letta volentieri specialmente da coloro che hanno vissuto quell’esperienza: “24 luglio 1943: incursione aerea su Firenze: si scende per la prima volta nel rifugio. 25 giugno 1944: viene messa sulla sommità del tetto una statua di San Giuseppe. 15 luglio: il fronte avanza. Si nasconde la roba di valore sotto un mucchio di fascine nel parco… anche due auto. Gli scoppi e i cannoneggiamenti si susseguono… Il 18 luglio viene posta sulla porta una scritta in tedesco: ‘Istituto Missionario direttamente dipendente dalla Santa Sede’, nella speranza di salvare la casa dal saccheggio e dalle invasioni tedesche. Il 28 luglio la statua del Sacro Cuore, in fondo al parco, viene mutilata a una mano per le mine che esplodono sulla vicina strada. È il primo ferito di guerra della casa. Sulle colline opposte alla nostra tuona l’artiglieria tedesca. Gli aerei americani bombardano. Il 4 agosto si celebra nel rifugio. Tre granate cadono nel nostro orto. 5 agosto: si dorme nel rifugio e una Suora Domenicana resta uccisa nel suo giardino. Trenta studenti riescono a scendere presso i Barnabiti del Collegio della Quercia. In casa restano alcuni padri e Fratelli e raccolgono 40 malati dell’ospedale di Camerata con rispettivo personale. Anche il Collegio alla Quercia è colpito. Il fronte è a 300 metri. Una granata scoppia nella stanza dove è ricoverato Fr. Carlo Tonelli (poi sacerdote) ammalato di tifo. Fortunatamente è uscito pochi secondi prima con un infermiere. Si salva e guarisce anche dal tifo. La collina di San Domenico brulica di tedeschi che combattono contro i partigiani. Un autografo del cardinale al comandante della divisione Garibaldi chiede di rispettare la sede del noviziato (27 agosto).

Villa Pisa è colpita da granate. Il 9 agosto viene seppellita nel nostro orto una signora uccisa dalle schegge di granata. La villa si riempie di 120 persone delle case vicine che cercano rifugio… 25 agosto: i tedeschi fanno irruzione in casa e fanno uscire tutti con le braccia alzate. Minacciano di fare la decimazione se trovano inglesi o armi. Non trovano nulla. San Domenico e Fiesole sono immerse nel fumo e nella polvere. Il nostro contadino è colpito da tre schegge. Non è grave. Un Domenicano resta gravemente ferito e così due suore, una delle quali muore. Il 29 agosto si seppellisce la settima salma nel nostro giardino.

Primo settembre: i tedeschi si ritirano. Siamo finalmente liberi. Nel giardino cinquanta cipressi sono stati abbattuti dalle granate, cento metri di muro sono stati demoliti e 140 granate hanno lasciato dei crateri, eppure nessuno dei missionari è rimasto neppure ferito. Nella Villa, a differenza di tutte le altre case, non c’è stato alcun saccheggio e la gente si è sentita al sicuro. C’è da ringraziare San Giuseppe. Il 9 settembre i novizi delle Querce si uniscono a quelli di Villa Pisa… e la vita riprende. Riprende anche la raccolta delle castagne, delle bietole da zucchero, del frumento e dell’olio…”.

Animatore vocazionale a Pesaro
Il 7 ottobre 1944 Giuseppe emise i primi voti, quindi passò i due anni successivi nello scolasticato filosofico di Rebbio essendo, la Casa Madre di Verona, in parte occupata dai tedeschi e sotto il costante pericolo di bombardamenti americani. Andò a Verona nel giugno 1946 e il 3 giugno 1950 fu ordinato sacerdote. Dopo l’ordinazione fu inviato a Pesaro come “propagandista” cioè animatore vocazionale. P. Giuseppe percorse tutta la zona in cerca di ragazzi disposti a farsi missionari, ma intanto tallonava i superiori perché lo mandassero in missione.

Il frutto del suo lavoro a Pesaro non fu solo un buon gruppo di seminaristi che chiesero di diventare missionari, ma anche una larga cerchia di amici e benefattori che P. Giuseppe riuscì a conquistare alla causa missionaria. Specialmente i parroci erano contenti di questo missionario così entusiasta della sua vocazione e sempre sereno.

In Sudan meridionale
Finalmente scoccò anche per P. Giuseppe l’ora della partenza. L’attività missionaria di P. Giuseppe si svolse in due tappe: Sudan meridionale, dal 1955 al 1964, e poi nel Congo, dal 1974 al 2005. Soprattutto la prima tappa, quella sudanese, gli riservò molte tribolazioni. I missionari erano logorati dalla guerra, privi di risorse, con tante missioni che dovevano essere restaurate o ricostruite. P. Giuseppe si rimboccò le maniche e tirò fuori tutto il suo entusiasmo.

Il dopoguerra aveva portato novità fino ad allora sconosciute nel Sud Sudan: lo sciopero e altre idee di provenienza europea. Nelle officine della missione di Mupoi, gli operai impararono che per ottenere aumenti di paga bastava smettere di lavorare: “Così fanno i bianchi nei loro paesi”, dicevano. Poi, con l’avvento di centinaia di impiegati dal Nord, arrivarono mercanti e impiegati che più o meno rappresentavano un proselitismo islamico incalzante. Altre idee nuove furono i partiti politici e le elezioni, perché a Khartoum si lottava ormai per l’indipendenza.

Erano già cominciate le espulsioni dei missionari dal Sudan meridionale e la Chiesa viveva nella persecuzione. I missionari vivevano tutti in una certa tensione. Per questo P. Giuseppe chiese al Superiore Generale il permesso di fumare “una sigaretta al giorno, solo in caso di necessità, per calmare i nervi” e di accelerare i turni di vacanza “altrimenti finiamo tutti al manicomio”. Fu viceparroco a Tombura e a Naandi, insegnante a Mupoi e poi superiore locale a Naandi. Qui arrivò l’espulsione.

Sfogliando le pagine del diario di missione possiamo intravedere quali furono le tribolazioni (ma anche le gioie) che caratterizzarono questo periodo sudanese.

“L’anno comincia con la riparazione delle cappelle a ritmo accelerato. I nostri seminaristi maggiori che vengono dal Tore per le vacanze in missione ci portano una specie di morbillo. Per evitare che la missione sia messa in quarantena, li mandiamo al dispensario e mandiamo a casa i catecumeni… Alla fine del mese viene un geometra governativo per delimitare il terreno della missione. Lo riduce a contenere solo i fabbricati essenziali. Anche il catecumenato è rimasto fuori dai confini.

Si comincia l’anno scolastico con un fatto increscioso. Mentre i catecumeni tagliavano l’erba, uno di loro ha ferito un altro ad un piede. Il ferito perdeva molto sangue e la suora lo ha medicato prima che lo portassero al dispensario. In questo procedimento si è notata un’irregolarità: il ragazzo doveva essere portato prima dal capo e poi al dispensario. Il superiore finisce in tribunale… ma poi è rilasciato.

La festa di San Pietro, patrono di Naandi, porta molta gente in missione. In agosto capita un incidente fatale vicino alla Missione: in una curva, un auto di soldati va a finire contro una pianta. Vi sono due morti e alcuni feriti. In questo mese avvengono pure molti furti in casa delle suore. Scompare, fra l’altro, una bicicletta nuova e alcune pezze di tela. Il mese del rosario richiama molta gente in missione. Si va a trovare i più lontani nei loro villaggi. Dicembre vede il battesimo di una trentina di adulti. Dopo Natale una cinquantina di alunni delle scuole di villaggio stanno in missione per prepararsi al battesimo e alla prima comunione. In marzo visita del District Commissioner che ci proibisce ogni costruzione. Nel discorso della festa di Pentecoste P. Giuseppe parla delle vocazioni e della necessità di averne tante. Due poliziotti vengono ad intimargli di presentarsi al tribunale di Yambio perché un cristiano l’ha accusato di aver parlato contro il governo. Tutto pareva finito lì, invece alla cinque del pomeriggio arriva il capitano della polizia che comunica a P. Riccardo Simoncelli l’espulsione dal Sudan come persona non gradita.

Nonostante le difficoltà, il lavoro apostolico prosegue regolarmente sebbene non con il ritmo degli anni scorsi. Si fanno le visite ai villaggi e si preparano i ragazzi al catecumenato. Sono tanti e tutti vogliono ricevere il battesimo e la comunione”.

Una ricca messe
Quando P. Giuseppe giunse in Sudan, raccolse i frutti della Peregrinatio Mariae che i confratelli avevano celebrato nel 1954. La Peregrinatio non fu soltanto una novità o una festa parrocchiale, ma soprattutto un passo avanti nell’evangelizzazione. La statua della Madonna, fatta in Portogallo, arrivò a Mupoi il 23 dicembre 1953. Il 16 gennaio 1954 cominciò il suo pellegrinaggio in tutte le missioni e cappelle, accompagnata dal Prefetto apostolico. Ovunque suscitò facili entusiasmi, aumento di catecumeni, specialmente donne, ritorno di sbandati alla pratica della fede. Nel villaggio Baghidi una suora zande andò dal gran capo che sta discutendo con altri capi e lo apostrofò così: “Andate a vedere vostra Madre”. Il capo si alzò e invitò tutti i suoi uomini, cristiani e pagani, ad uscire in processione. Si misero in colonna, battendo le mani ritmicamente assieme ai bambini e cantando si recarono all’altare dove era esposta la statua.

Nel territorio dei protestanti, dove non si conosceva il culto mariano, i nostri misero alquanto in risalto la dimostrazione per fare impressione. A Tiwa ottennero frutti immediati e copiosi: 100 donne pagane si iscrissero al catecumenato e la quasi totalità delle famiglie fece l’atto di consacrazione a Maria con un rito molto semplice: la recita del rosario nel cortile di casa dove la statua veniva esposta su un tavolino o su una sedia e l’impegno, da parte di tutti, a pregare di più.

Nel 1955 arrivarono dalla Prefettura P. Lorenzo Piazza, P. Giuseppe Di Gennaro, P. Pasquale Merloni e Fr. Domenico Piacquadio. Vennero tutti assegnati all’apostolato diretto, tranne P. Piazza cui venne affidata la Procura. P. Umberto Parizzi iniziò la formazione religiosa ai primi aspiranti allo stato religioso. Ormai la Chiesa aveva fatto passi da gigante ed era matura per sfornare i suoi religiosi.

Il 1957 si aprì con un intenso movimento di vecchi e adulti che volevano il battesimo. Il bilancio dell’anno fu di 54 viaggi nei paesi più lontani, 1.380 battesimi, 119 matrimoni di coppie cristiane e 317 di coppie di religione mista. Ad aprile, con la perdita delle scuole a causa della nazionalizzazione, si notò una diminuzione di ragazzi in chiesa, ma solo temporanea. Dopo qualche settimana ritornarono. P. Giuseppe lasciò Naandi per Mupoi dove sarà formatore dei Fratelli indigeni. Resterà a Mupoi dal 1957 al 1962.

Cominciano le vocazioni alla vita religiosa
Mupoi, centro della Prefettura, divenne presto una grande missione con attività scolastiche d’ogni specie e livello: scuole, officine, tipografia e formazione di quadri, circa 200 fabbricati tra grandi e piccoli e 14 pozzi. Alla scuola per i maestri che insegneranno nei villaggi in lingua tribale si tenevano gli esami di abilitazione. Su 23 candidati, 22 furono promossi e, tra questi, c’erano due donne, le prime maestre zande diplomate. Fu un punto di partenza per la corsa delle ragazze verso l’istruzione.

La Artisan School curava la formazione tecnica di falegnami, muratori, fabbri e meccanici; era una scuola privata, sostenuta, quindi, solo dalla missione. La dirigeva con competenza Fr. Lino Colussi. Nel 1953 furono costruite una scuola elementare con sei classi, una procura con magazzini e quattro piccole case per maestri diplomati. Vennero scavati tre nuovi pozzi seguendo le indicazioni di P. Vincenzo Carradore che con la sua bacchetta scopriva le vene dell’acqua e a quale profondità si trovavano. Vennero rifatti i tetti, questa volta con tegole di produzione locale, e quasi tutti gli edifici della missione.

Per ovviare ai futuri bisogni dei legname – che diventava sempre più raro per cui lo si doveva cercare sempre più lontano – i Fratelli fecero piantagioni di mogano, teak, acacia, palma da olio e altre specie. Visto il buon risultato dei primi due o tre anni, si fece il trapianto di migliaia di piantine, che divennero una vera fortuna per i posteri.

Vicino alle scuole, i missionari misero a dimora limoni e aranci per il bene di tutti. Ogni scolaro doveva piantare tre alberelli e riservarne uno per sé. Si tentò anche la piantagione del caffè, ma un parassita rodeva le radici. La piantagione di alberi fu “profetica” perché dopo alcuni anni il governo riesumò una vecchia legge che proibiva di tagliare tronchi nei boschi senza previo permesso e imponeva una tassa per ogni tronco tagliato, ovviamente per privare la missione delle sue entrate.

La scuola attirava, ma l’obiettivo che si faceva sempre più chiaro all’africano era il guadagno e, di conseguenza, la vita comoda. I posti d’impiego statale erano riserva dei nordisti che avevano il vantaggio di conoscere bene la lingua araba – la sola lingua ufficiale dopo la proclamazione dell’indipendenza (1956). Le possibilità per gli azande erano minime. Le scuole di villaggio continuavano a fornire i loro migliori alunni all’elementare completa (6 classi) e ai catecumenati. La riuscita poi dipendeva dall’efficienza dei maestri e dei catechisti.

Alcuni ragazzi e ragazze manifestavano segni di vocazione religiosa e questa era una novità tanto inaudita quanto impellente. P. Giuseppe cercava di coltivare nei giovanetti la stima per la vita religiosa e sacerdotale. Intanto era stato inviato a Naandi dove si trovò da solo.

Scrivendo da Naandi il 27 agosto 1963 disse: “ Eccomi a Naandi solo come un monaco. Morale alto: cerco di tenere botta. Sento in cuore una grande gratitudine al Signore per avermi regalato dei giorni di vita missionaria come questi. Spero di potercela fare finché al Signore piacerà”.

Una Prefettura poco apostolica
Dopo l’espulsione in massa di missionari e suore dal Sudan meridionale (1964), P. Giuseppe fu inviato a Bari. Questa “missione” non fu meno difficile di quella africana. In un primo tempo dovette occuparsi dell’acquisto del terreno per costruire la nuova sede dei missionari, poi dovette affrontare il nuovo metodo di formazione dei giovani. “A distanza di un anno dal mio rientro da Mupoi, vengo a darle notizie della mia nuova ‘Prefettura’ (poco apostolica). Il suolo precedentemente acquistato risulta vincolato dai vari piani urbanistici in modo da venire espropriato entro dieci anni…”.

Dovette anche tribolare non poco per sistemare la situazione di un confratello che contraeva milioni di debiti e falsificava assegni per aiutare un suo fratello. Citiamo questo episodio perché mette in risalto in modo sublime lo spirito di carità che animava P. Giuseppe: “Ho fatto di tutto per aiutarlo, ma lui ha reso vano ogni mio tentativo. Ogni tanto riappare a Bari e, incontrandomi, neppure mi saluta”.

La lettera con la quale dà le dimissioni da Bari spiega tante cose. Ne citiamo qualche frase: “Mi permetta di confermare le mie dimissioni. Motivi: sfiducia dei confratelli e mancanza di appoggio da parte dei Superiori Maggiori… Lei sa quanto ho fatto per tenere unita la comunità di Bari in quest’ultimo anno. Era mio dovere anche per non danneggiare un esperimento che è fondamentalmente valido. Ma ora ho creduto mio dovere avvertire che non mi sento di iniziare un altro anno in queste condizioni per me assurde…”. Ha sofferto tanto, in silenzio e con spirito di umiltà.

Nel 1971 riuscì ad evadere da quella situazione e da quella casa, trovando rifugio a Napoli dove rimase come animatore missionario fino al 1974. In questo periodo conseguì la licenza in teologia presso l’Angelicum.

Missionario in Congo
La seconda tappa della vita missionaria di P. Giuseppe fu il Congo. Duru, Dakwa, Rungu, Dungu, Kinshasa, Kingabwa furono le missioni dove esercitò il suo ministero come parroco, insegnante, formatore in seminario, professore, promotore vocazionale, addetto al ministero.

Mandandolo in quella nuova missione che era stata bagnata dal sangue di quattro Comboniani, il Superiore Generale aggiunse: “Dato che tu desideri lavorare ancora tra gli azande, la Consulta ha pensato di darti la destinazione per il Congo dove ci sono delle missioni tra gli azande. Penso che non farai fatica a rinfrescare un po’ il francese in questo periodo. Approfitto per ringraziarti del lavoro che hai fatto nella provincia italiana, specialmente a Bari e poi a Napoli. Il Signore che vede nei cuori e vede tutto il lavoro che uno fa, ti dia ampia ricompensa e, soprattutto, ti dia la grazia di un grande e prospero lavoro nella tua nuova missione.

P. Giuseppe fu il primo Comboniano che prese la missione di Duru, ereditata dagli agostiniani. Era grande conoscitore della cultura azande come P. Giovanni Trivella, P. Filiberto Giorgetti e altri. Scrisse e pubblicò alcuni libri sul popolo azande. Fu rettore nel seminario diocesano di Dungu e professore nel seminario di Rungu. Lavorò anche nella nunziatura di Kinshasa ed ebbe l’incarico di accogliere i confratelli nella casa provinciale. Era amante del dialogo e dei rapporti umani.

Essendo uomo di pace e di comunità, riuscì sempre a legare bene con tutti e a tenere unite le comunità nelle quali fu mandato.

Caratteristiche del ministero missionario di P. Giuseppe fu l’entusiasmo, l’ottimismo, l’amore per la gente e la disponibilità. Nella lettera con la quale il Superiore Generale lo assegnava al Congo (1987), si legge: “È stata per me fonte di grande edificazione avere la tua disponibilità a servire la Congregazione e la missione dove più urgente è il bisogno. Ho ammirato anche la tua versatilità nel saper passare da un impegno all’altro senza dare problemi. Sono certo che la tua già grande preparazione intellettuale in questi mesi di studio avrà fatto ulteriori progressi migliorando la tua capacità di servizio in Congo dove la Chiesa e la Congregazione nutrono grandi speranze per le vocazioni e lo sviluppo teologico”.

Molto paziente, buono e dedito al ministero, specie delle confessioni. Andava nelle cappelle a trovare i cristiani e stava con loro. Apprezzava la cultura azande e la studiava. Uno dei suoi libri s’intitola “Gli Azande che io amo”. Un’altra sua caratteristica è stata l’obbedienza. Quando il provinciale si trovava davanti a situazioni difficili, mandava P. Giuseppe che riusciva a mettere tutti d’accordo. Al CIF, era per i Fratelli una valvola di sfogo, ma anche molti sacerdoti, suore e seminaristi andavano a trovarlo per parlare con lui o per confessarsi. Era anche il punto di riferimento di un gruppo di conventi del circondario. Era, insomma, un uomo di intensa spiritualità e sapeva aiutare tutti. Si interessava molto ai poveri. Ogni domenica andava a trovare una donna handicappata alla quale nessuno pensava e le portava il cibo per la settimana. Non le ha mai fatto mancare una coperta e il sapone in modo che potesse proteggersi dal freddo e dagli insetti.

Quando la sua salute cominciò a venir meno, dovette tornare in Italia. Ma, sentendosi ancora abbastanza bene, andò a Casavatore, Napoli, dove poté rendersi utile come confessore e addetto al ministero.

La morte, causata da tumore, lo colse l’11 giugno 2006 mentre veniva portato in ospedale. Ora riposa nel cimitero del suo paese, Scisciano, dove si è svolto il funerale. P. Giuseppe lascia il ricordo di un missionario entusiasta della propria vocazione, attaccato alla missione e dal cuore grande specie nei confronti degli africani che amò davvero e comprese anche nei loro limiti, nascondendone le manchevolezze sotto il manto della carità: un vero figlio di Comboni. 
(P. Lorenzo Gaiga, mccj)
Da Mccj Bulletin n. 232 suppl. In Memoriam, ottobre 2006, pp. 85-94