Mons. Giuseppe Sandri era nato a Faedo, diocesi di Trento, Italia, il 26 agosto 1946. Mandato negli Stati Uniti, fece il noviziato a Monroe, dove emise la prima professione il 15 agosto 1968, e lo scolasticato a Cincinnati, dove emise la professione perpetua il 15 agosto 1971 e fu ordinato sacerdote il 27 maggio 1972. A Cincinnati, aveva preso un master in Teologia presso la Xavier University. Fu poi destinato al Sudafrica.
Dopo alcuni mesi nella parrocchia di Acornhoek (diocesi di Witbank) per imparare la lingua Tsonga, fu fatto parroco di Waterval Bushbuckridge (1973-1978). Più tardi aiutò nelle parrocchie di Luchau e Acornhoek (1978-1980) ed ebbe l’incarico di direttore del Centro Pastorale di Maria Trost, a Lydenburg (1981-1986), e successivamente di parroco di Acornhoek (1986-1991).
“Ho conosciuto P. Sandri nel 1987 – scrive nella sua lunga testimonianza Fr. Artur Pinto, che ha vissuto con lui gli ultimi anni – quando mi diede il benvenuto nella missione di Acornhoek, la più rurale e lontana delle missioni della diocesi di Witbank. L’impatto che ebbe sulla mia vita di giovane, poco più che ventenne, è stato un fattore determinante per la mia consacrazione missionaria”.
Fu superiore provinciale del Sudafrica per due mandati (1993-1995 e 1996-1998) e fu poi nominato Segretario Generale dell’Istituto a Roma (1999-2007). Rieletto provinciale del Sudafrica nel 2008, il 6 novembre 2009 fu nominato vescovo di Witbank. L’ordinazione episcopale fu celebrata il 31 gennaio 2010 nel centro pastorale di Maria Trost, a Lydenburg.
La gioia del ritorno in Sudafrica
È con grande gioia che ora sono in Sudafrica dove sono sbarcato, per la prima volta, nel lontano novembre del 1972, pochi mesi dopo la mia ordinazione sacerdotale.
Sto scrivendo sulla collina del provincialato e, dalla finestra davanti a me, a nord, a est e a ovest, guardo la metropoli della grande e moderna Johannesburg con più di 6 milioni di abitanti: città ricca, potente, città degli affari, dell’oro, dell’industria, del continuo sviluppo. I sobborghi crescono a vista d’occhio: questi, che si vedono dalle imponenti autostrade, sono i sobborghi dei ricchi e del ceto medio. Le zone più vecchie della città sono abitate dai poveri, dagli immigrati arrivati e da quelli che arrivano a migliaia ogni giorno da tutta l’Africa e anche dall’Asia. Più difficile è vedere le grandi estensioni di piccolissime case addossate le une alle altre, costruite dal governo per far fronte all’enorme richiesta di abitazioni. Ancora più difficile da vedere sono le immense baraccopoli, dove la miseria regna suprema, nonostante 13 anni di libertà dall’apartheid… Ormai le razze si mischiano dappertutto, ma sta nascendo un nuovo apartheid, quello dei soldi: i ricchi stanno con i ricchi, i poveri (e non solo neri) stanno con i poveri.
Viaggiando per visitare i miei confratelli, riscopro la bellezza del Sudafrica: le verdi colline e le imponenti montagne; le distese dell’altipiano, dove mastodontici trattori stanno arando o concimando immensi campi di grano; le mucche, le pecore, i cavalli al pascolo; le dighe, le miniere, le foreste e le piantagioni di frutti tropicali; i villaggi che, dall’orlo della strada, si estendono fino all’orizzonte e scompaiono nelle valli. Passo attraverso cittadine una volta regno dei bianchi, ma dove ora si vedono quasi esclusivamente i neri. Molti villaggi hanno ricevuto l’elettricità, un tappo per l’acqua potabile ogni 20 o trenta famiglie, antenne per i cellulari, supermercati, qualche buona strada asfaltata.
Ma le grandi sfide, in Sudafrica, rimangono: mancanza di lavoro, povertà, miseria, prostituzione, criminalità, violenza di tutti i tipi (specialmente contro le donne e i bambini), insicurezza, paura, corruzione, nepotismo e l’AIDS.
Che gioia per me ritornare a celebrare la Messa con la gente nei sobborghi dei neri e nelle cappelle dei villaggi: tanti bambini, tanti giovani, gente che partecipa, canta, gode la Messa, la celebrazione, la liturgia. Due o tre ore passano senza che te ne accorgi. Dio è presente e con Dio non si misura il tempo: si gioisce, si piange, si balla, si canta, si parla, si condivide, tutti assieme. Quando riprendo la via di casa mi sento rinato, ringiovanito.
Sono veramente contento di essere in Sudafrica tra la mia gente, tra i tanti vecchi e nuovi amici. Sono felice di parlare di nuovo il Tsonga e il Sotho del nord, unirmi ai canti della gente, alle loro gioie, alle loro speranze e sofferenze (da una lettera di Mons. Sandri scritta per il Natale 2007)
La sua figura di uomo e di vescovo
Mons. Sandri ci teneva a conoscere il paese nel quale era stato mandato, i suoi costumi e le sue usanze; oltre all’inglese, conosceva le lingue Nord Sotho, Tsonga e Zulu. Fin dal 1973 collaborava nel lavoro di traduzione e pubblicazione di testi liturgici, libri di inni e della Bibbia in Tsonga-Shangaan, pubblicata, sotto la sua guida, dalla Conferenza Episcopale Cattolica del Sudafrica, nel 1996.
Inoltre, sempre dal suo arrivo in Sudafrica, aveva collaborato regolarmente, a livello locale e nazionale, su questioni di giustizia e pace, con il Dipartimento di Giustizia e Pace della Conferenza Episcopale del Sudafrica e del Consiglio Sudafricano delle Chiese. È stato membro dell’Istituto di Teologia Contestuale di Johannesburg e dell’Accademia Sudafricana di Religione.
Scrive il provinciale del Sudafrica, P. Jude Burgers: “La sua solida identità pastorale si è realizzata in particolare nei settori della catechesi, della formazione degli adulti e della promozione delle vocazioni locali. Ha lavorato incessantemente per una Chiesa autosufficiente. La sua capacità di impegnarsi in un lavoro di squadra lo ha reso accessibile a tutti, la sua capacità di ascoltare, la sua gentilezza e i suoi modi schietti, la sua fede cristiana vissuta lo hanno reso il buon sacerdote missionario che era.
Era un uomo umile. Preferiva ascoltare più che parlare, incoraggiava tutti senza mai criticare, perdonava e non portava rancore. Aveva un amore profondo per la Chiesa ed era meticoloso nel suo servizio del vangelo in conformità ai desideri e alle direttive della Chiesa.
Ha costruito relazioni autentiche e durature con tutte le persone. Aveva una grande capacità di amicizia con persone di tutte le età, compresi i giovani, gli studenti e i seminaristi. Nel suo cuore, avevano un posto speciale i sacerdoti della diocesi di Witbank e i suoi confratelli comboniani. Era un collaboratore per natura. Incontrava le persone nel loro ambiente, nelle loro necessità, nelle loro gioie e sofferenze”.
Gli ultimi eventi
Continua Fr. Artur Pinto: “Essendo, la diocesi, molto vasta, Mons. Sandri per il suo lavoro pastorale era costretto a percorrere più di 40.000 chilometri all’anno. Era un vescovo molto presente, totalmente dedito al suo compito, tanto da dimenticare sé stesso e non prendersi cura della sua salute. Mentre a casa, dove non mangiava spesso, il sale veniva usato molto poco e avevamo eliminato i cibi fritti, fuori, nelle sue visite, accettava ciò che la gente gli offriva. Forse è stata questa l’origine della sua ulcera che il 27 marzo lo ha colpito perforandogli lo stomaco. Né lui né il suo medico si erano resi conto di questo problema. Mons. Sandri non si era mai lamentato. La mattina in cui l’ho portato in ospedale, accompagnato dal suo medico personale, mi aveva detto soltanto ‘Pinto, chiama subito il dottore, ho dei dolori insopportabili’, mentre si contorceva all’entrata della cappella, dove ogni mattina ci preparavamo per celebrare l’Eucaristia. È stato operato d’urgenza il giorno stesso. Andavo a trovarlo due volte al giorno nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale privato Cosmos, di Witbank. Il 7 aprile lo abbiamo trasferito nel migliore ospedale privato del Sudafrica, vicino a Pretoria, dove era ben seguito da specialisti dei reni e dal suo amico medico che ci teneva informati.
L’11 aprile ha subito un secondo intervento allo stomaco ma l’infezione si è estesa ed è stato impossibile tenerla sotto controllo. Il 30 maggio alle 4.30 del mattino è squillato il telefono e il dottore mi annunciava la triste notizia: ‘Il nostro vescovo ci ha appena lasciato’”.
La messa funebre è stata celebrata il 6 giugno nel salone municipale di eMalahleni (parrocchia “dei neri” di Witbank), ed è stato presieduta dall’Arcivescovo Buti Tlhagale, OMI, concelebrata da duecento sacerdoti e partecipata da centinaia di persone.
Messaggio del Consiglio Generale
“Se potessimo riassumere in poche parole la sua vita – si legge nel messaggio del Consiglio Generale – dovremmo dire che tre sono le caratteristiche che lo hanno contraddistinto: la sua gioia, il suo servizio incondizionato al popolo di Dio e un profondo senso di appartenenza alla Famiglia comboniana.
Mons. Sandri era una persona gioiosa, che esprimeva questa gioia con il suo buon umore, la sua risata e il suo senso dell’humor. Una gioia radicata in Dio, nella certezza della vocazione e nel sentimento profondo della presenza fedele di Dio.
Il suo motto episcopale ‘venio ministrare’, ‘vengo a servire’, riassume la sua dedizione e il suo cammino di identificazione con Cristo, Buon Pastore. Possiamo dire che sono state la sua generosità e la sua dedizione incondizionata al Regno di Dio a consumare la sua fibra delle montagne del Trentino e che lo hanno condotto alla morte prematura.
Il suo senso di appartenenza all'Istituto si è espresso nell'amore per la Famiglia comboniana che ha servito in diversi ministeri, incarnando il carisma di san Daniele Comboni, soprattutto nel suo amore e nella sua dedizione per i popoli dell'Africa. Le parole di Comboni, rivolte al popolo africano di Khartoum, ‘il più felice dei miei giorni sarà quello in cui darò la mia vita per voi’, possono benissimo applicarsi alla vita del vescovo Sandri. Era solito dire alla gente della diocesi di Trento: ‘mi piace il mio Trentino, ma ora il Sudafrica si è impossessato del mio cuore’".
Addio a mons. Giuseppe Sandri
“Mons. Sandri era una brava persona, un uomo di famiglia, un buon amico, un buon pastore e un buono e fedele servitore del Signore.
Ogni mattina, quando entrava nel mio ufficio, mi salutava con queste parole: ‘Come stai; come sta Gwen?’ E chiedeva come stavano gli altri membri della famiglia se li sapeva ammalati.
Ogni lunedì mattina, mi consegnava le offerte del fine settimana, tutte già accuratamente contate.
Durante il giorno, se c’era qualcosa che voleva che io facessi, veniva da me e diceva: ‘Mi dispiace disturbarla, ma potrebbe per favore fare questo o quello’. La porta del suo ufficio era sempre aperta e non si è mai sentito troppo occupato per rispondere al telefono con quel suo ‘pronto’, forte e cordiale.
Due o tre volte a settimana camminavamo attorno al Bankenveld Golf Course, godendoci le splendide vedute della diga e gli animali selvatici: amava camminare. Se qualcuno voelva parlargli, gli chiedeva di venire un po’ più tardi perché aveva già in mente di fare una passeggiata con i suoi amici. L’ultima volta che abbiamo fatto questa passeggiata è stato due giorni prima che venisse portato d’urgenza al Cosmos Hospital. Aveva parlato del viaggio in Italia che stava organizzando, della sorella anziana e viveva con attesa il momento di rivedere i suoi familiari e diceva quanto questi fossero importanti per lui, specialmente in questo momento della vita. Aveva la consapevolezza che c’era qualcosa di speciale nel suo rapporto con i familiari, rapporto che non può essere sostituito da altri. I suoi biglietti di compleanno e le cartoline di Natale a me e a Gwen riportavano sempre l’espressione: ‘Grazie della vostra amicizia’.
Era un buon pastore, conosceva i nomi di tutte le sue pecore. Si preoccupava di registrare tutti i nomi del clero e dei religiosi che andavano e venivano in diocesi, gli anniversari delle ordinazioni e porgeva le sue condoglianze a tutte le persone scomparse citandone sempre il nome.
Visitava in ospedale anche i membri di altre denominazioni cristiane, i nostri fratelli separati. Il mio defunto fratello, il reverendo Graham Elliott, considerava mons. Sandri come il suo vescovo e lo ripeteva molto spesso.
Egli ha donato la vita per le sue pecore. Ha percorso da solo molte migliaia di chilometri al mese per attendere alle necessità dei fedeli in questa enorme diocesi di Witbank che si estende fino al confine col Mozambico.
Nessuno conosceva la sua sofferenza. La teneva per sé. L’ultima volta che ha fatto la sua passeggiata era già sofferente, ma non l’ha detto a nessuno. Nemmeno al suo dottore. Quando lo ha fatto, era già troppo tardi. Due giorni dopo fu ricoverato in ospedale. L’ultima volta che mia moglie e io l’abbiamo visto vivo è stata la domenica del Buon Pastore. Ho pregato che il Signore lo sollevasse dal suo letto di malattia e lo facesse tornare a casa, nella sua casa terrena o in quella celeste. Abbiamo visto una lacrima apparire all’angolo del suo occhio.
Le nostre preghiere sono state ascoltate e il suo desiderio è stato esaudito. Il Signore ha sollevato il Vescovo dal suo letto di malattia e lo ha portato a casa.
Addio buono e fedele amico, possa tu entrare nella gioia del tuo Signore”. (Graham Brian, diacono permanente e tesoriere diocesano)
Chi era mons. Giuseppe Sandri?
“Quando un artista dipinge un’opera d’arte, usa il suo talento per dare vita a ciò che ha già concepito nella sua mente. Guarda un grande ceppo di legno o marmo e vede in esso la forma di una grande figura, come Prometeo o la Statua della Libertà; guarda una tela e vede in essa un grande affresco o un dipinto come il Giudizio Universale di Michelangelo o Il ritorno del figliol prodigo di Rembrandt.
In ogni funerale, non è raro vedere come gli oratori scelti fanno a gara per presentare un ritratto del defunto. Come ogni artista che lavora su un’opera d’arte, ogni oratore gioca con parole, aggettivi ed espressioni idiomatiche che aggiungono valore al ritratto. Difficilmente si sente parlare delle lotte e delle ombre del defunto. Sembra che il detto latino De mortuis nihil nisi bonum e De mortuis nihil nisi bene [dicendum] (Del defunto non si deve dire nient’altro che bene) sia stato interamente accolto da tutte le culture. Pensando alle testimonianze delle persone che hanno partecipato ai funerali del defunto Mons. Giuseppe Sandri, credo che il detto latino non abbia avuto motivo di essere applicato.
Nelle sue osservazioni introduttive, il vescovo José Luís Gerardo Ponce de León, che ha fatto l’omelia, ha posto una domanda: ‘Chi era Mons. Sandri?’ e, con questa domanda, è andato sempre più a fondo per far emergere tutto quello che qualsiasi artista farebbe per mettere in risalto il ritratto di questo vescovo.
Il defunto ci aveva già fatto il ritratto di sé e ci ha risparmiato la fatica di farlo. E come i tratti sottili del pennello del pittore o la scalfittura dello scalpello dello scultore fanno emergere il prodotto finale, ogni parola dell’omelista riporta alla mente i ricordi del defunto vescovo Sandri: la sua determinazione e il suo desiderio di ridare dignità al popolo di Dio, in particolare ai profughi e agli immigrati, la vita del dott. Taban che parla del suo impegno per ridare dignità a tutte le persone, la sua disponibilità verso i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i laici del SACBC, la sua proverbiale allegria e buon umore, il suo impegno con i politici locali e la lotta alla corruzione come attestato dal consigliere del sindaco di eMalahleni, Lina Malatji, e la sua padronanza delle lingue locali, che gli ha permesso di parlare al cuore della popolazione locale.
Il vescovo José Luís ha presentato il defunto ‘Joe’ come un buon pastore, un insegnante e leader, un comboniano ispirato dalla visione di san Daniele Comboni di evangelizzare l’Africa con gli africani. In effetti era una ‘persona saggia’, che puntava il dito verso il cielo per noi e che ci ha anche dato una mappa che ci avrebbe portato ad un tesoro. La sua Quaresima è arrivata presto e la sua passione è stata lunga. È morto nella festa dell’Ascensione, una solennità che ci ricorda che la morte non è annientamento ma trasformazione della vita. Ora che se n’è andato, siamo liberi di guardare verso il punto che ci indicava o, come degli sciocchi, guardare solo il dito che indicava; possiamo anche decidere di fare una copia della mappa e incorniciarla e quindi, non trovare mai il tesoro; oppure trovare il coraggio di intraprendere l’arduo viaggio alla ricerca del tesoro che ci ha indicato. La scelta spetta a noi”.
(P. Robert Kinena Ndungu, mccj, St. Augustine’s Catholic Church, Silverton, Pretoria)
Da Mccj Bulletin n. 282 Suppl. In Memoriam, gennaio 2020 pp. 65-73