Lunedì 13 luglio 2026
La lettera del Consiglio generale sulla missione nota che “in vari contesti, talvolta anche formativi, sta emergendo una tendenza clericale preoccupante. Ad esempio, rileviamo una concentrazione della nostra presenza in parrocchie tradizionali e in un tipo di pastorale ordinaria più legata al passato che alle sfide missionarie odierne e alla pastorale sociale secondo il carisma comboniano”.
Sembra che ancora non sia stato recepito il cuore del messaggio della Evangelii Gaudium, cioè la conversione missionaria di tutta la Chiesa. Non si tratta semplicemente di un aggiustamento di tecniche pastorali, ma di un cambio di mentalità e di paradigma ecclesiale. La "pastorale di conservazione" e la "pastorale missionaria" sono due modi antitetici di concepire l'identità e la missione della Chiesa.
Spesso, forse senza nemmeno rendercene conto, siamo tentati di operare con una "pastorale di conservazione". Che cos'è? È una Chiesa che, preoccupata di proteggere il suo patrimonio, finisce per ripiegarsi su se stessa. È una Chiesa la cui energia è assorbita principalmente dalla manutenzione delle strutture, dal funzionamento degli uffici, dal curare chi già c'è, magari con la segreta speranza che la tradizione, da sola, porti le persone attraverso le nostre porte.
Questa è la "pastorale ordinaria sterile", che non è lievito di evangelizzazione. È una Chiesa che "si riduce a un'organizzazione nata per l’autoconservazione, preoccupata soprattutto di funzionare senza intoppi, dove prevale la logica del 'si è sempre fatto così'" (EG 26). La pastorale di conservazione è lo stato in cui la Chiesa, consapevolmente o meno, si ripiega su se stessa, sulle proprie strutture e routine, sul proprio mantenimento. Così finisce per parlare principalmente a se stessa e percepisce il mondo esterno come una minaccia.
Alla pastorale della conservazione, l'Evangelii gaudium oppone con forza la pastorale missionaria, che si caratterizza come Chiesa "in uscita". Una Chiesa che non aspetta, ma che va. Una Chiesa che non ha paura di sporcarsi le mani nella polvere delle strade e delle periferie esistenziali. L’Evangelii gaudium è chiarissima: non bastano piccoli ritocchi. "Occorre una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come sono" (EG 27). Il suo appello è un "rilancio di una Chiesa evangelizzatrice e in uscita", perché le gioiose novità del Vangelo "non possono rimanere chiuse né soffocare in strutture e schemi obsoleti" (EG 20).
Pertanto la Chiesa è chiamata ad uscire dalle proprie sicurezze per incontrare l’umanità, specie quella esclusa, impoverita, oppressa. Il cuore dell'annuncio è l'incontro con la persona di Gesù Cristo ed è importante focalizzarsi sull’essenziale, sulla centralità del kerigma. Si privilegia la vicinanza, la comprensione e l'integrazione (misericordia) e tutte le strutture vanno riviste in funzione della missione. Il contributo di Maria Soave Buscemi ha approfondito il significato e le implicazioni di una Chiesa in uscita, portando la sensibilità dell’America Latina.
Poi, le priorità. Una Chiesa missionaria ha le antenne puntate non verso il centro, ma verso le periferie. Verso i lontani, i disillusi, i feriti dalla vita. "Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità" (EG 24). È una Chiesa che non "impone le sue verità", ma che "sa farsi prossima, che accompagna il cammino delle persone" (EG 46). La terza conseguenza è la scelta dell’Istituto delle pastorali specifiche secondo le priorità continentali in termini di gruppi umani (“ad gentes”), come illustrato nel contributo del Segretariato Generale della Missione.
Questa visione comporta conseguenze. Innanzitutto, la parrocchia. La parrocchia non è un rifugio per i salvati, ma deve diventare il centro propulsore della missione sul territorio, un luogo di incontro, di ascolto, di carità generosa, con una plasticità e una creatività nuove. Jean Paul Bitia ci offre un contributo di riflessione su questo punto a partire dalla lunga esperienza della parrocchia di Kariobangi (Nairobi).