Questo contributo intende riflettere sul rapporto tra dialogo e inculturazione nella missione comboniana nel mondo cinese, collocando tale esperienza nel più ampio orizzonte della missione della Chiesa in Asia. A partire dalla prospettiva del “triplice dialogo” proposto dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, il testo sottolinea come l’incontro con le culture, con le religioni e con i poveri non rappresenti un aspetto secondario dell’evangelizzazione, ma ne costituisca un criterio essenziale. Nel contesto cinese, la presenza comboniana si è sviluppata in forme necessariamente limitate, spesso itineranti e sempre in stretto rapporto con le Chiese locali, maturando così una particolare attenzione all’ascolto, alla gradualità e al rispetto delle dinamiche ecclesiali e culturali del luogo.
L’esperienza missionaria nel mondo cinese ha mostrato, da un lato, il valore del lungo processo di apprendimento della lingua, dei codici simbolici e delle forme sociali proprie della cultura cinese; dall’altro, ha messo in evidenza i limiti di un modello classico di inculturazione, che tende a muoversi soprattutto nella direzione unilaterale “fede-cultura”. Appare invece più adeguata la categoria di interculturalità, intesa come processo reciproco di interpretazione, confronto e trasformazione, nel quale fedi e culture non restano realtà statiche e separate, ma si incontrano e si arricchiscono vicendevolmente. In questa prospettiva, il dialogo interreligioso e la riflessione sui valori universali non emergono come semplici strategie pastorali, bensì come forme concrete di relazione, discernimento e responsabilità condivisa, capaci di custodire insieme l’universalità del Vangelo e la pluralità delle culture.
RIASSUNTO DELL’ARTICOLO
A partire dalla prospettiva del “triplice dialogo” proposto dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia, da decenni la Chiesa ha sottolineato che l’incontro con le culture, con le religioni e con i poveri non rappresenti un aspetto secondario dell’evangelizzazione, ma ne costituisca un criterio essenziale. La verità del Vangelo cresce nella storia concreta delle persone e delle comunità, assumendo forme diverse a seconda dei contesti in cui viene accolta.
All’interno di questa prospettiva, la presenza comboniana nel mondo cinese si è sviluppata in forme necessariamente piccole ed itineranti, ma proprio per questo ha dovuto essere particolarmente attenta all’ascolto dei bisogni reali e dipendente dalla collaborazione con la popolazione locale. In Cina continentale, a Macao e a Taiwan, i missionari comboniani hanno operato in un contesto segnato da forti differenze politiche, sociali e religiose, ma sempre in rapporto con le Chiese locali e con un profondo rispetto per i loro punti di vista. Le difficoltà poste dalle restrizioni governative hanno reso ancora più evidente l’importanza di uno stile missionario discreto e basato sulla condivisione.
In questo senso, l’esperienza comboniana si inserisce idealmente nel solco tracciato dai grandi missionari che, come Matteo Ricci, hanno cercato di esprimere la fede cristiana attraverso categorie comprensibili ai cinesi. Un passaggio decisivo di questa esperienza è rappresentato dall’apprendimento della lingua e dei costumi locali. La missione, in tale prospettiva, implica un esercizio di umiltà che può assumere tratti kenotici: il missionario rinuncia al protagonismo, accetta il tempo lungo della formazione e si lascia progressivamente introdurre nel mondo simbolico e relazionale dell’altro. Questo processo, spesso segnato da fatiche e umiliazioni, è tuttavia indispensabile per una vera inculturazione. La fede cristiana, infatti, non si comunica in modo astratto, ma attraverso mediazioni storiche e culturali concrete. La grazia non distrugge la cultura, bensì la assume, la purifica e la porta a compimento.
Tuttavia, il paradigma dell’inculturazione presenta anche alcuni limiti. Esso tende infatti a descrivere il rapporto tra fede e cultura come un movimento prevalentemente unidirezionale, dalla fede verso il contesto in cui essa viene annunciata. In realtà, il cristianesimo ha sempre vissuto di scambi reciproci tra culture diverse, e la sua trasmissione ha comportato continue trasformazioni, riletture e purificazioni. Per questo risulta più adeguata la categoria di interculturalità, che riconosce il carattere dinamico delle culture e la loro reciproca capacità di fecondarsi. Le culture non sono contenitori statici, ma realtà storiche vive, che si incontrano, si interpretano e si modificano vicendevolmente. In questa prospettiva, anche il Vangelo non appare come un messaggio da trapiantare in forme già date, ma come una verità che prende corpo attraverso l’incontro concreto con i popoli e con le loro tradizioni.
L’interculturalità non riguarda soltanto la dimensione antropologica e sociale, ma anche quella spirituale e religiosa. Il nesso profondo tra cultura e culto mostra che ogni civiltà si è sviluppata attorno a una visione religiosa della realtà, capace di plasmare valori, simboli e relazioni. Per questo il dialogo interreligioso costituisce un aspetto essenziale della missione in Asia. Esso non consiste in una semplice strategia di convivenza, ma in un confronto rispettoso tra esperienze spirituali differenti, orientato alla ricerca della verità, della dignità della persona e del bene comune. La relazione con l’altro, sul piano religioso, non impoverisce la fede cristiana, ma la purifica e la dispone a una più profonda testimonianza.
Un ulteriore nodo centrale è il confronto tra visioni culturali differenti, in particolare tra l’Occidente e la Cina. Alcuni valori che in contesto occidentale sono spesso considerati ovvi — come i diritti individuali, la libertà di espressione e la democrazia — non sono recepiti nello stesso modo nella tradizione cinese. Ciò non significa che si tratti di mondi incompatibili, ma che ciascuno ha elaborato categorie diverse per comprendere la persona, la società e il bene comune. La tradizione occidentale privilegia spesso la centralità dell’individuo e la distinzione tra soggetto e società; quella cinese, invece, attribuisce grande importanza all’armonia, alla relazione e all’ordine comunitario. Il simbolo dello yin-yang esprime bene questa visione, nella quale gli opposti non si eliminano ma si integrano.
In questa cornice, parlare di valori universali richiede cautela e profondità. L’universalità non può essere ridotta a un universalismo astratto che impone a tutti una visione particolare, né può dissolversi in un relativismo che rende impossibile ogni incontro. I valori fondamentali, come la dignità della persona e la libertà religiosa, sono realmente universali solo se vengono riconosciuti e vissuti nei diversi contesti storici e culturali
Un’ultima questione decisiva riguarda la “sinizzazione”. Questo termine, che in origine designava il processo di assimilazione di elementi esterni alla civiltà cinese, è oggi utilizzato dalle autorità come strumento di controllo politico sulle religioni. In questa prospettiva, le confessioni religiose ammesse devono conformarsi ai principi della società socialista e sostenere la leadership del Partito, anche attraverso l’adattamento delle proprie forme liturgiche, istituzionali e dottrinali. Si tratta di un uso della cultura non come spazio di espressione delle differenze, ma come mezzo di omologazione e dominio.
La presenza comboniana in Cina, pur numericamente limitata ma internazionale, testimonia la possibilità di un incontro reale tra la Chiesa universale e una civiltà profondamente diversa, nel rispetto delle identità e nella ricerca di una comunione più ampia. In questa prospettiva, lo “scarto” tra culture non va temuto come una distanza che divide, ma accolto come uno spazio fecondo in cui può emergere una comprensione più profonda dell’umano e del Vangelo.
DIALOGO E INCULTURAZIONE NELLA MISSIONE COMBONIANA
NEL MONDO CINESE
"La verità del Vangelo non si impone dall'alto, ma cresce nel tempo, dentro l'intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere. Da qui anche l'immagine del poliedro, una figura dalle molte facce, nelle quali si riflette, da angolature diverse, la stessa verità del Vangelo." (Magnifica Humanitas 25, che riprende Evangelii Gaudium 236 e Fratelli Tutti 215).
Introduzione
La Federazione delle Conferenze Episcopali dell'Asia (FABC), fin dagli anni Settanta, ha indicato tre vie inseparabili per la missione della Chiesa il quel continente: il dialogo con le culture, il dialogo con le religioni e il dialogo con i poveri. Questo triplice dialogo non deve restare a livello teorico, ma diventare dialogo di vita, di azione e di condivisione di esperienze religiose, orientato a costruire l'armonia nella società, concetto caro a molti popoli asiatici. L'esperienza missionaria comboniana nel mondo cinese conferma quanto queste indicazioni siano ancora attuali.
La piccola presenza comboniana in Asia si è sviluppata in contesti diversi, dal sud-est asiatico con grande presenza cattolica (nelle Filippine dal 1988) o crescente (nel Vietnam dal 2012) al poliedrico mondo cinese, dove i cattolici sono una piccolissima minoranza: a Macau (dal 1992), ex-colonia portoghese ritornata nel 1999 alla Cina, da secoli ponte tra oriente e occidente; a Taiwan (dal 1997), isola multiculturale con una democrazia burrascosa ma stabile (quest’anno la comunità comboniana nell’isola è però stata sospesa); ed infine, nell’enorme Cina Continentale, dove la nostra presenza è stata itinerante ed ora molto limitata dal recente inasprimento delle politiche religiose del Governo.
Devo sottolineare che, vista le restrizioni riguardo alla nostra presenza missionaria in Cina, e vista la priorità data al supporto della chiesa locale, spesso sofferente, non abbiamo avuto grandi risorse da investire specificatamente nel dialogo con le altre religioni, e quindi la gran parte dei nostri interlocutori sono stati cristiani. Di conseguenza, il nostro gruppo non ha approfondito molti dei temi caratteristici del dibattito interreligioso nel mondo asiatico, come quello riguardo all’unicità e universalità salvifica della figura di Cristo.
I grandi missionari che hanno lavorato in Cina — dai monaci siriaci (i cosiddetti nestoriani) [1] del VII secolo fino all’ondata dei gesuiti dal XVI secolo in poi, con Matteo Ricci come esempio più noto — hanno fatto un lavoro enorme per tradurre la fede cristiana in categorie comprensibili ai cinesi. Hanno utilizzato non solo lingua, cultura e spiritualità cinesi, ma anche le loro conoscenze scientifiche e tecnologiche come strumenti di evangelizzazione. Essi hanno lasciato una eredità che ancora oggi ci ispira ed incoraggia.
Il delicato passaggio dall'inculturazione all'interculturalità
Il dialogo dei comboniani con il mondo cinese è cominciato con l'ascolto, durante il lungo periodo di apprendimento della lingua e dei costumi locali. È stato uno sforzo intenso ma appassionato, nel quale abbiamo sperimentato l'aspetto "kenotico" dell'inculturazione, che richiede umiltà e spesso anche umiliazione. Ricordo che il corso base per imparare la lingua cinese dura minimo un paio d’anni, seguiti poi da un lungo periodo di inserzione graduale nella pastorale. La “decolonizzazione degli atteggiamenti”, indispensabile per una genuina inculturazione, è cominciata così con questa pazienza nell’apprendimento che comporta la rinuncia al protagonismo ed il riconoscimento della grandezza culturale e spirituale dei nostri interlocutori cinesi. D’altronde questi lunghi passaggi sono necessari perché, come scriveva papa Francesco nella Evangelii Gaudium (115), “la grazia suppone la cultura”: la grazia che viene dalla fede non distrugge ciò che è umano, non annulla la storia, la lingua, i simboli, le categorie mentali di un popolo, ma le assume, le purifica e le porta a compimento. Ogni missionario deve quindi prendere il tempo necessario per immergersi in tutte queste dimensioni della vita di un popolo.
Il modello classico dell'inculturazione presenta però alcune criticità. Come sappiamo, esso si ispira al mistero dell'Incarnazione: come Gesù si è fatto uomo dentro un popolo con una storia precisa, così la fede dovrebbe incarnarsi nelle diverse culture. Il paragone regge però solo fino a certo punto, perché non esiste una forma “pura” di fede da incarnare separata da una cultura. Sin dalle sue origini il cristianesimo è stato espresso attraverso strumenti concettuali e linguistici forniti da culture diverse. La storia insegna che la trasmissione della fede implica sempre l'incontro tra una o più culture che veicolano la fede cristiana e un'altra cultura, ed implica fasi di purificazione e trasformazione continua, visto che il messaggio rivelato non si identifica con nessuna cultura e possiede un contenuto transculturale (Evangeli Gaudium 116).
L’influenza delle “culture veicolari” è stata evidente nel nostro gruppo comboniano: quelle delle nostre terre d'origine, quelle dei popoli che hanno colonizzato parte della Cina e quelle dei movimenti di globalizzazione che hanno influenzato l'Asia negli ultimi decenni. La nostra internazionalità è stata decisamente un elemento essenzialmente positivo per suscitare interesse verso il Vangelo. Anche le motivazioni dei catecumeni che abbiamo accompagnato con grande impegno negli anni rivelano questa complessa interazione culturale: oltre al decisivo incontro con i cristiani locali, molti si sono avvicinati alla fede anche attraverso la cinematografia e la letteratura internazionale, altri attraverso l'arte, l'architettura e la musica europea incontrata negli studi o nei loro viaggi, altri ancora grazie all'insegnamento ricevuto in strutture educative gestite da congregazioni internazionali.
Un altro limite dell'inculturazione classica è che mette in evidenza soprattutto il movimento dalla fede alla cultura, e non viceversa. Per esempio, la resistenza del popolo cinese all’influenza culturale coloniale, che è stata una costante nella loro storia, portò alle prime ordinazioni di vescovi cinesi del 1926, che segnarono una svolta decisiva nel processo di promozione delle Chiese locali, anticipando orientamenti ecclesiologici che sarebbero stati poi pienamente formulati dal Concilio Vaticano II.
Non è un caso, dunque, che tutte le iniziative dei Comboniani nel mondo cinese sono state iniziate e portate avanti nel dialogo costante con le Chiese locali, mettendo i loro bisogni al primo posto e sempre in una posizione di supporto. Anche la scelta di fare missione con uno stile itinerante all’interno della Cina continentale, senza strutture proprie, va in questo senso. Ci siamo dovuti affidare ---letteralmente--- alla gente del posto, sia per determinare i bisogni reali a cui rispondere che per affrontare le sfide dovute alle restrizioni governative.
In altre parole, le culture non sono un semplice rivestimento del Vangelo, ma una delle chiavi ermeneutiche per la sua comprensione (e ciò vale anche per l’interpretazione della Bibbia). Per questo l’interculturalità è un concetto più adeguato rispetto a quello dell’inculturazione: fedi e culture non sono blocchi statici, ma si incontrano e si influenzano reciprocamente.
Interculturalità e religione
La comune origine etimologica delle parole cultura e culto, dal latino colere (“coltivare”, “aver cura”), rivela il legame profondo tra piano culturale e religioso. Ogni cultura è nata e si è sviluppata attorno a una visione religiosa della realtà, che ne ha plasmato i valori, i simboli e le forme di convivenza.
L'interculturazione non riguarda solo la dimensione antropologica e sociale, ma anche quella spirituale. Il dialogo interreligioso, confronto rispettoso tra diverse esperienze spirituali nella ricerca della verità, della dignità della persona e del bene comune, è parte integrante di questo processo.
A livello personale, il metodo della meditazione mantrica, comune a molte tradizioni religiose ma grandemente sviluppata nell’induismo e nel buddhismo, ha grandemente influenzato la mia spiritualità e il mio modo di pregare. Dalla meditazione silenziosa scaturisce la forza della compassione, necessaria anche per la guarigione delle ferite umane e per diventare agenti di pace nel mondo, che deve cominciare innanzitutto nella profondità del cuore di ciascuno.
L’incontro tra diverse spiritualità libera il dialogo dall'ambito angusto di essere solo una "strategia di evangelizzazione" per diventare un vero e proprio "atto di cura" verso sé stessi (ognuno di noi ha bisogno di crescere interiormente!), verso i popoli ai quali siamo mandati, ed anche verso i poveri affinché, come spiega l'enciclica Dilexi Te, possano essi stessi diventare soggetti capaci di creare una propria cultura, più che oggetti di beneficenza: "Le comunità emarginate hanno il diritto di vivere il Vangelo e celebrare e comunicare la fede secondo i valori presenti nelle loro culture. L'esperienza della povertà dà loro la capacità di riconoscere aspetti della realtà che altri non riescono a vedere, e per questo la società ha bisogno di ascoltarli. Lo stesso vale per la Chiesa, che deve valutare positivamente il loro modo 'popolare' di vivere la fede... la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L'opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un'attenzione religiosa privilegiata e prioritaria" (DT 110;114).
Nella liturgia, comprendere il background culturale è fondamentale per non giudicare superficialmente le espressioni rituali dei cinesi (cattolici o di altre religioni), che ad un osservatore esterno possono apparire troppo formali e rigide. In Cina, infatti, grande attenzione è posta nella corretta pratica esterna, dove il rito ha il potere di ordinare la comunità e modellare l'animo profondo del fedele. Per un credente cinese, l’atteggiamento esteriore — espresso attraverso la precisione della gestualità — non è formalismo vuoto, ma è già la manifestazione stessa della fede, lo strumento concreto attraverso cui il sacro prende forma e l’armonia interiore viene generata e custodita.
Valori a confronto
Uno dei problemi principali dei missionari in Cina è percepire come alcuni valori che l'occidente ha sempre ritenuto scontati, come "diritti personali", "democrazia", "libertà di espressione", non siano intesi allo stesso modo nella cultura cinese. Non si tratta di opporre due mondi incompatibili, ma di riconoscere che entrambe le tradizioni hanno elaborato modi diversi di comprendere il concetto di persona, di società e di bene comune.
Una prima differenza riguarda il rapporto tra dualismo e armonia. Il pensiero occidentale tende a interpretare la realtà attraverso categorie dualistiche, mentre la tradizione cinese, soprattutto attraverso taoismo e confucianesimo, privilegia la ricerca dell'armonia tra elementi diversi. Il simbolo dello yin-yang esprime questa prospettiva: gli opposti non si escludono, ma si completano reciprocamente.
Una seconda differenza riguarda il rapporto tra autorità e libertà. La cultura occidentale moderna ha posto al centro la libertà individuale, mentre la tradizione cinese ha attribuito maggiore importanza all'autorità come garanzia dell'ordine sociale. Nel pensiero confuciano il buon governo dipende dalla virtù morale di chi governa e dal senso di responsabilità reciproca tra governanti e governati.
Infine, una differenza significativa riguarda il rapporto tra individuo e collettività. La cultura occidentale tende a considerare la persona come soggetto autonomo, mentre nella cultura cinese l'identità personale si costruisce principalmente attraverso la famiglia, le relazioni sociali e la responsabilità verso il gruppo.
Queste differenze non vanno interpretate come contrapposizioni assolute. Anche l'Occidente conosce il valore della solidarietà e del bene comune, così come la cultura cinese riconosce la dignità della persona e l'importanza delle libertà fondamentali, sebbene le interpreti secondo categorie proprie. L'interculturalità mette in dialogo queste prospettive credendo nella possibilità di una crescita vicendevole delle proprie concezioni per arrivare ad una comprensione più piena della comune natura umana su cui poi la fede mette radici e fruttifica.
È possibile parlare di valori universali?
Il progetto Fen Xiang (“Condivisione”) dei comboniani in Asia, nato come strumento di aiuto alla Chiesa in Cina e di animazione missionaria della stessa, ha tentato di abbracciare nel proprio ministero questa diversità, servendo tutte le diverse anime della Chiesa cinese (registrata/patriottica e clandestina), lavorando per il bene di tutta la Chiesa cinese che, come tutti i recenti papi hanno sottolineato, è e deve rimanere una sola. Non è sempre facile, specialmente in questo periodo di severe restrizioni, ma la pazienza di attendere è anch’essa parte del processo di un dialogo rispettoso. Come missionari stranieri, ci siamo spesso interrogati su come parlare di valori universali di fronte ad una cultura così radicata nella propria identità.
Il governo cinese ha sempre sostenuto un'applicazione del diritto internazionale e dei diritti umani conforme alle cosiddette "caratteristiche cinesi", rivendicando un modello giuridico e politico radicato nella propria storia, cultura e realtà sociale.
Il cristianesimo ha invece sempre difeso l'universalità dei valori fondamentali che derivano dal Vangelo: "Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti." (Dignitas Infinita 1) Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Naturalmente i diritti umani debbono includere anche il diritto di libertà religiosa, che ha subito in questi anni restrizioni notevoli in Cina continentale.
È evidente che c'è bisogno di un lungo processo di dialogo, a livello culturale e religioso, per far sì che i valori universali possano essere riconosciuti in quanto tali e applicati in maniera efficace nei vari contesti. L'interculturalità è di fatto lo strumento che permette di superare sia l’universalismo astratto, che impone una visione particolare come valida per tutti, sia il relativismo, che rende impossibile ogni incontro, e ci insegna che i valori universali acquistano significato reale solo quando vengono interpretati e vissuti concretamente nei diversi contesti storici e culturali.
Credo che la nostra piccola presenza di comunità comboniana internazionale in mezzo al popolo cinese sia stata una testimonianza dell’universalità del Vangelo e della possibilità dell’incontro personale di ciascuna persona, non importa di quale background culturale, con Cristo Risorto. Da questo incontro nasce il vero rispetto per ogni persona, inclusi coloro che sono rimasti ai margini del grande sviluppo economico cinese e che sono stati oggetto privilegiato della nostra azione pastorale in Cina, supportando le opere sociali delle varie diocesi nelle quali abbiamo operato.
La sinizzazione: la cultura come strumento politico.
Nel dibattito delle politiche religiose in Cina, il termine "sinizzazione" è diventato centrale. Spesso viene accostato al concetto di inculturazione, ma i due termini non sono sinonimi. In passato la parola "sinizzazione" veniva utilizzata per indicare il processo attraverso il quale elementi stranieri venivano progressivamente assimilati dalla civiltà cinese. Negli ultimi anni il governo cinese ha fatto però della "sinizzazione delle religioni" uno dei cardini del controllo politico dello Stato su di esse.
Secondo questa impostazione, le religioni ammesse dal Governo --- buddhismo, taoismo, islam, protestantesimo e cattolicesimo --- devono adattarsi ai principi della società socialista, sostenere la leadership del Partito Comunista e contribuire alla realizzazione del "grande ringiovanimento della nazione cinese".
La sinizzazione contemporanea non riguarda solo aspetti esteriori, come lingua cinese o elementi locali nella liturgia e nell'arte sacra. È un processo guidato dalla politica che investe anche la formazione del clero, l'amministrazione delle comunità religiose, l'educazione dei fedeli e l'interpretazione delle dottrine religiose.
Come conseguenza, invece di promuovere le particolarità culturali, la sinizzazione usa il pretesto della cultura per dominare le differenze. La recente legge cinese sulla promozione dell'unità etnica, entrata in vigore il 1° luglio 2026, mira a consolidare un'unica identità nazionale attraverso una forte assimilazione culturale guidata dal Partito Comunista. La norma impone l'uso della lingua nazionale, il mandarino, nelle scuole e nelle istituzioni a scapito dei dialetti locali, limita l'autonomia delle minoranze etnico-religiose, come uiguri e tibetani, e rafforza il controllo statale sulle pratiche culturali locali e sulle loro espressioni religiose (regola addirittura l’aspetto esteriore dei luoghi di culto). Bisogna sempre essere coscienti del fatto che la politica cercherà sempre di utilizzare la cultura per raggiungere i suoi scopi di potere.
A questo riguardo, l’amore che la Chiesa cinese ha sempre avuto per il Santo Padre come successore di Pietro (e di conseguenza, amore per la liturgia “romana”), anche durante i periodi più duri delle persecuzioni, contro la pressione del partito volta a creare una chiesa cinese indipendente dal Vaticano e gestita dal governo, non è semplicemente tradizionalismo religioso, ma espressione della libertà di coscienza della Chiesa cinese che cerca di resistere ad ogni strumentalizzazione politica della fede e che rifiuta il culto idolatrico dello Stato.
Conclusione: oltre le identità culturali
Il sinologo François Jullien, nel suo libro L'identità culturale non esiste, mette in discussione l'idea che le culture siano realtà chiuse e immutabili. Come abbiamo detto, esse sono invece realtà vive, storiche e dinamiche, nate da incontri, scambi e trasformazioni reciproche.
Al centro del suo pensiero vi è il concetto di "scarto" (écart), che non è una distanza che separa, ma uno spazio fecondo che mette in relazione due modi diversi di comprendere la realtà. Lo scarto non elimina la differenza né la trasforma in opposizione; permette invece di vedere ciò che rimane nascosto quando ciascuno rimane racchiuso nei propri schemi culturali. L'incontro con l'altro aiuta ogni cultura a riconoscere i propri limiti e ad aprirsi a nuove possibilità.
La differenza tra una visione più occidentale dell’individuo autonomo e una più cinese della persona inserita nella rete delle relazioni, non deve condurre alla contrapposizione, ma aprire a domande a cui bisogna tentare di rispondere insieme: come coniugare libertà e responsabilità? Come difendere la dignità della persona senza ignorare il bene comune? Come promuovere valori universali senza trasformarli in imposizione culturale?
L’universalità nasce dal confronto sincero su queste domande, e lo scarto che si percepisce nel rispondere può diventare una “distanza creatrice”, uno spazio nel quale l’altro non è un ostacolo, ed offre invece la possibilità di comprendere più in profondità noi stessi e ciò che costituisce l’umano.
In questa prospettiva, mi piace pensare alla minuscola missione comboniana nel mondo cinese come a un luogo in cui lo “scarto” ha contribuito a creare piccoli spazi di confronto e comunione: tra le diverse anime della Chiesa cinese e tra la Chiesa cinese e la Chiesa universale. Le relazioni di amicizia che abbiamo costruito con così tante persone e comunità nel mondo cinese in questi anni, che si sono mantenute nonostante le difficoltà causata dalla mancanza di libertà e dalla distanza, ci stimolano a continuare la nostra missione di dialogo con le culture, con le religioni e con i poveri per una crescita vicendevole come persone, come cristiani e come missionari.
Paolo Consonni, mccj
DOMANDE PER LA RIFLESSIONE
Come hai sperimentato a livello personale e comunitario l’influenza (positiva e negativa) delle “culture veicolari” attraverso le quali hai trasmesso la tua fede agli altri nella tua vita missionaria?
Come è cresciuta la tua comprensione della fede nell’incontro con culture/religioni diverse dalla tua?
Come hai gestito il contrasto/incontro tra l’universalità dei valori essenziali del Vangelo con la singolarità dei valori culturali tipici dei popoli nei quali hai svolto la tua vita missionaria?
Dialogo con le culture, le religioni, i poveri: come lo coltivi sia a livello intellettuale che relazionale?
Per approfondire
Alessandra Chiricosta, I Diritti Umani al vaglio dell'interculturalità. https://www.academia.edu/16534890/Filosofia_Interculturale_e_Valori_Asiatici_I_Diritti_Umani_al_vaglio_dellinterculturalita?sm=b&rhid=41532409420
Enrico Riparelli, Dalla inculturazione alla interculturalità. I. Valore e limiti della categoria di inculturazione. https://www.academia.edu/47988377/Dalla_inculturazione_alla_interculturalit%C3%A0_I_Valore_e_limiti_della_categoria_di_inculturazione
Bernardus A. Rukiyanto, S.J., Interculturation as Threefold Dialogue: Learning Experience from the Church in Asia. https://www.academia.edu/39132759/Interculturation_as_Threefold_Dialogue_Leaming_Experience_from_the_Church_in_Asia?sm=b&rhid=41532491985
Edmund Kee-Fook Chia, Asian Christianity and Theology. Inculturation, Interreligious Dialogue, Integral Liberation, Routledge (London and NY) 2021.
Jullien François, L'identità culturale non esiste, Einaudi (Torino) 2018.
[1] P. Sanchez Victor M. Aguilar, comboniano, ha scritto la sua dissertazione di dottorato al questo riguardo, vincendo il Premio Bellarmino 2020. Il titolo della dissertazione e’: “Corpus Nestorianum Sinicum: thus have I heard on the listening of Mishihe (the Messiah) and "Discourse on the One-God". A theological approach with a proposed reading structure and translation” (Pontificia Universita’ Gregoriana, 2021)